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venerdì 26 agosto 2016

Lì dove la terra trema

Oggi ho ritirato fuori i pantaloni con le tasche, ripreso il vecchio taccuino e accompagnato una collega straniera sul campo, per realizzare un reportage nelle zone terremotate.

Tra le scaglie di Amatrice ho ritrovato la pelle d'oca, i pixel e le emozioni che avevo dimenticato in qualche angolo di Gaza.

A sbriciolare le case non sono state le bombe questa volta, ma la devastazione, la dignità e il dolore sono così simili quando il mondo ti crolla addosso.

Non è facile fare questo lavoro. Gli sciacalli sono tanti, vero, ma saper entrare e uscire in poco tempo nelle vite frantumate degli altri è un grande onere, oltre che onore. Bravi i colleghi che lo sanno fare in punta di piedi. È un'enorme fortuna e responsabilità.

Io mi porto a casa ancora una volta indimenticabili fotogrammi di storia e umanità: lo sguardo del fratello di Andrea, ucciso con tutta la famiglia dal crollo del campanile "messo in sicurezza".

Lo sfogo dell'uomo con la maglia gialla, che ha estratto a mani nude dalle macerie la sorella e la moglie morte.

I giovani volontari che accarezzano e ringraziano i loro cani.

Lucia che guarda sollevata il nonno, uguale a quello di Heidi, già sopravvissuto al terremoto del '79.

Il racconto del rumore del terremoto, ora che qui è solo, insopportabile, silenzio.

La bellissima Norcia, esempio di ricostruzione antisismica riuscita, e il sorriso di Santa, due giorni senza sosta ad ascoltare e raccogliere richieste di aiuti e sopralluoghi.

E poi Teuta, al suo primo terremoto e quell'abbraccio improvviso e commosso che viene da lontano, quando semplicemente le diciamo che dopo 17 anni nel nostro paese può dirsi italiana e non più soltanto albanese.

sabato 26 luglio 2014

L'umanità di Gaza


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Mi si chiede di raccontare l’umanità di Gaza, la normalità, non quello che sta succedendo ora, ma fatico a farlo. Forse perché la normalità, con picchi più o meno alti, in fondo è proprio questa. 

Sono stata a Gaza quattro volte e non ce n’è stata una in cui non abbia avvertito esplosioni, ronzii di droni (a Gaza li chiamano ‘zanzare’) o colpi venire dal mare. Ho imparato a riconoscere il suono di un razzo lanciato da un tetto verso Israele e la paura delle bombe, o meglio del criterio, se criterio c’e’, che le fa sganciare.

A Gaza sembra di stare costantemente dentro una lotteria. Una mano che dall’alto lancia la pallina e la ruota che gira. Come se il tuo turno stesse sempre per arrivare. Dovrebbe essere così, certo, ma a Gaza è un carpe diem forzato, con i politici eretti a dei e i militari a giudici del destino altrui.

Osservi i palestinesi e pensi che basterebbe così poco per essere felici. Quel poco che dai per scontato e che a loro è tolto, e allora capisci che è davvero tanto.

Poter entrare e uscire dal tuo Paese quando vuoi, per studiare, viaggiare o curarti. Aver diritto a una chemioterapia. Poter pescare o coltivare i campi senza essere colpiti da un cecchino. Poter bere acqua corrente. Poter vivere in casa tua senza che qualcuno, in pochi minuti, ti obblighi a lasciarla per sempre. Poter crescere senza aver mai visto partire razzi e cadere bombe.

Perché è la gente comune, quella che odia la violenza e che vorrebbe solo vivere in pace, in casa propria, esattamente come gli israeliani, che costituisce soprattutto l’umanità di Gaza. Quella che oggi non sa dove rifugiarsi e che muore mentre il mondo, complice, resta lì a guardare.

di Anna Maria Selini

Pubblicato su QCodemag

mercoledì 2 gennaio 2013

Appuntamento con "Vik Utopia" a Lecco


Mi fa molto piacere iniziare il nuovo anno con la proiezione integrale del mio documentario Vik Utopia. L'omicidio di Vittorio Arrigoni a Lecco, da dove Vittorio veniva.
E allora appuntamento sabato 12 gennaio, alle ore 21, nella sala "Don Ticozzi" in via Ongania, a Lecco.

martedì 11 dicembre 2012

"Vik Utopia" su Raitre

Domani, mercoledì 12 dicembre, all'una di notte, su Raitre, andrà in onda il mio documentario su Vittorio Arrigoni. A trasmetterlo sarà CRASH, il programma di Valeria Coiante, in una puntata dedicata, intitolata Restiamo Umani: vita e morte di Vittorio Arrigoni.

Per chi non riuscisse a rimanere sveglio la replica sarà lunedì prossimo alle 23 su Rai Storia e sarà possibile rivederlo in streaming sul sito di Rai Storia.

In attesa della messa in onda, approfitto per ringraziare ancora una volta le persone che hanno reso possibile questo progetto per me importante: Marco Careri e Milvio Micheloni che l'hanno montato.
Marco Arturo Messina, Francesco Taskayali, Juzhin e Shirley Said con le loro musiche. 
Alberto Arcè e Rosa Schiano per le immagini di Piombo fuso e degli attacchi su Gaza.
Emiliano Pappacena che mi ha permesso di far sì che il documentario non restasse in un cassetto, esattamente come Valeria Coiante. A loro e a tante altre persone va il mio più sentito grazie.

venerdì 30 novembre 2012

L'Onu dice sì alla Palestina "Stato osservatore"


Da ieri la Palestina è ufficialmente uno "Stato osservatore" non membro dell'Onu. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite - con 138 sì, 9 no, 41 astenuti e soprattutto un voto storico - ha approvato la risoluzione presentata dal presidente dell'Anp, Abu Mazen. Tra chi ha votato sì, con una netta inversione di marcia rispetto ai governi precedenti, anche l'Italia.

"La Palestina viene all'Assemblea Generale oggi perchè crede nella pace e la sua gente ne ha un disperato bisogno. Dateci il certificato di nascita - ha chiesto l'anziano leader palestinese -. E' arrivato il momento di dire basta all'occupazione e ai coloni, perché a Gerusalemme Est l'occupazione ricorda il sistema dell'apartheid ed è contro la legge internazionale".

Abu Mazen si è detto convinto che questo favorirà la ripresa dei negoziati di pace, ma il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha invece dichiarato che quanto avvenuto a Palazzo di vetro "Non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà".

E alle parole  - "Siamo delusi anche dall'Italia", ha dichiarato l'ambasciatore israeliano a Roma - sono subito seguiti i fatti. Il giorno dopo la votazione alle Nazioni Unite, il governo israeliano ha annunciato il via libera alla costruzione di 3000 nuovi insediamenti in Cisgiordania.

"Si tratterebbe di costruire nella cosiddetta zona E1, a ridosso del grande insediamento di Maale Adumim - scrive Alberto Stabile -. Un progetto non nuovo, ma considerato dalla stessa amministrazione americana inopportuno (oltre che illegale) perché il nuovo insediamento impedirebbe qualsiasi continuità territoriale tra Gerusalemme Est e i Territori Occupati, compromettendo definitivamente la possibilità che i palestinesi eleggano Gerusalemme est, o per lo meno alcuni quartieri di Gerusalemme est, cosa di cui si discute da 20 anni, come capitale del loro stato".

La Palestina ha sì raggiunto uno storico risultato al Palazzo di vetro, ma la pace e la creazione di due stati per due popoli, all'indomani del riconoscimento indiretto dello stato palestinese, appaiono ancora molto lontani.

martedì 20 novembre 2012

"Il viaggio di Vittorio"

Ieri sera ho letto tutto d'un fiato "Il viaggio di Vittorio", il libro che Egidia Beretta ha dedicato al figlio, Vittorio Arrigoni. Per me che l'ho conosciuto e raccontato è stata un'emozione lunga 185 pagine, ma non è per questo che penso che sia un libro da leggere e regalare soprattutto ai più giovani.

"Il viaggio di Vittorio" non è un'agiografia, nè tanto meno la storia dell'''icona pro-palestinese'. Certo, è il racconto di una madre che ha perso, nel più barbaro dei modi, un figlio. Ma non c'è spazio, nessun intento, per facili commozioni. Si rabbrividisce, ma si sorride anche e ci si stupisce, scoprendo, per esempio, un giovane e promettente poeta.

Vittorio e la scrittura. Vittorio e la musica, la letteratura. Vittorio e i libri nello zaino usati come talismano e poi scudo, lui che uno scudo umano diventerà.
Vittorio e i bambini, ma anche Vittorio e gli animali. E soprattutto Vittorio e i viaggi: Perù, Croazia, Ucraina, Belgio, Romania, Togo, Repubblica ceca, Polonia, Russia, Tanzania. Ogni volta come volontario per ong, missioni, associazioni, a "lasciare qualcosa di tangibile", non solo ideali e belle parole. Mattoni di case, scuole e ospedali, diritto di voto, gioco e medicine.
E ancora Estonia, Congo, Libano e solo alla fine - tra andate, blacklist israeliane, arresti, percosse e ritorni - la Palestina. E finalmente Gaza, l'ultima tappa di "un viaggio - scrive la madre - che attraverso strade impervie gli aveva infine svelato il fine della sua vita".

Egidia Beretta lascia che sia soprattutto Vittorio a parlare da questo momento in poi. Attraverso i suoi scritti, le lettere alla famiglia e agli amici, il blog, gli articoli e le invettive tutt'altro che virtuali.
Vittorio diventa un potente comunicatore e "Piombo fuso", con tutto il dolore visto-provato-testimoniato, il punto di non ritorno.
Furono ancora una volta la scrittura, la testimonianza e la possibilità di viaggiare e narrare la sua esperienza "ciò che salvò mio figlio dal macerare nel dolore". Ma anche, con tutta probabilità, la sua condanna.

Per il rapimento e l'uccisione del figlio, la madre spende solo sei lapidarie parole. Corre via da quei giorni, dalla morte del marito - arrivata soltanto 8 mesi dopo - per arrivare veloce fino ad oggi. Al "dovere della testimonianza", perchè "parlare della sua vita e della sua Utopia è il mio modo di rendergli onore".

Il messaggio di Vittorio va oltre la causa palestinese. "Non era un eroe nè un martire, solo un ragazzo che credeva nei diritti umani", disse Egidia Beretta subito dopo l'assassinio, a stemperare forse la tentazione di imprigionarlo, ridurlo ad un'icona e il suo contrario.

Questo libro ne traccia il percorso, l'itinerario dentro sè stesso attraverso il mondo, permettendoci di decifrare il suo motto più importante. Perchè è proprio in queste ore - mentre si parla di tregua ma le vittime palestinesi di "Pillar of Clouds" sono oltre 120 e 5 quelle israeliane - proprio adesso che sembra impossibile, direbbe lui, che dobbiamo RESTARE UMANI.

sabato 17 novembre 2012

Abdel, Omar e Jihad

Nelle ultime 24 ore le vittime palestinesi di "Pillar of clouds" sono salite a 30, mentre sono ferme a 3 quelle israeliane. Eppure le prime pagine dei giornali questa mattina sottolineavano tutte che dopo 20 anni un missile lanciato da Gaza è arrivato fino a Tel Aviv. E oggi, dopo 40 anni, un altro ha raggiunto Gerusalemme, per fortuna senza creare danni a persone.
In Israele sono stati richiamati 75 mila riservisti (per Piombo fuso furono 10 mila), le strade attorno alla Striscia sono state isolate e tutto lascia presagire che l'offensiva via terra stia per iniziare. E il rischio è che il conflitto questa volta valichi i già precari confini israelo-palestinesi.

Oggi sono stata disconnessa quasi tutto il giorno, giusto il tempo di un veloce scambio di mail con Abdel, un giovane volontario della Mezza Luna Rossa palestinese, che ho conosciuto nel 2009 a Gaza. Abdel mi aveva aiutato e messo in contatto con dei bambini affetti da tumore, costretti a curarsi fuori dalla Striscia per la mancanza di macchinari e terapie complesse. Nel tempo era riuscito anche a trovare un ong per farli curare negli ospedali italiani, tenendomi informata con grande entusiasmo su tutti gli sforzi e i progressi compiuti.

Oggi quando ci siamo sentiti, per la prima volta, non trovavo le parole. Cosa si dice a una persona mentre la stanno bombardando in diretta e lei non può scappare o mettere al riparo la sua famiglia? Stai attento? Mettiti al sicuro?
A Gaza nessun posto è sicuro. Non lo sono stati gli ospedali, i depositi dell'Unrwa, le scuole e le moschee, durante l'operazione "Piombo fuso", perchè dovrebbero esserlo ora? A Gaza non si possono riaprire i rifugi, le case non hanno un bunker sul retro e soprattutto le persone - ad eccezione degli internazionali - non possono essere evacuate, andarsene, scappare. Sono profughi e ostaggi nella stessa terra.

Nell'ultima riga Abdel mi ha allegato il link di un articolo apparso sulla prima pagina del Washington post di giovedì 15 novembre.
Mostra Jihad Misharawi, un giornalista palestinese della Bbc, con in braccio il figlio Omar, di 11 mesi, ucciso dai raid israeliani mentre si trovava in casa.
La foto di Jihad chino sul suo bambino, ha fatto il giro del mondo, diventando il simbolo del dolore dei civili palestinesi.

Jihad ha riferito che nella zona dove vive non erano presenti membri della resistenza. E su Twitter Paul Danahar, il responsabile dell'ufficio della Bbc per il Medio Oriente, ha scritto: "Se Israele può uccidere un uomo mentre guida una moto, come è potuto il figlio di Jihad rimanere ucciso?".

Sotto il link Abdel non ha aggiunto altro.


giovedì 15 novembre 2012

Live twitting di guerra

"Le forze armate israeliane hanno dato il via ad un'operazione su larga scala per colpire siti terroristici nella Striscia di Gaza e e tra gli obiettivi ci sono i capi militari di Hamas e della Jihad islamica".
Con questo tweet, ieri, l'IDF (Israel Defense Forces, le forze armate israeliane, ndr), ha annunciato l'inizio dell'operazione militare "Pillar of Clouds" (Colonna di nuvole, detta anche Pilastro di difesa).
Nemmeno il tempo di digitare altri 140 caratteri e nel tweet successivo è apparso il video dell'omicidio mirato di Ahmed Al Jabari, leader delle Brigate Qassam, ovvero il braccio armato di Hamas, il partito islamista che governa Gaza.
Da allora è stato un susseguirsi di tweet sulla pagina dell'IDF @IDFSpokesperson (che in un giorno è passato da più di 77 mila a circa 112 mila followers), con aggiornamenti in tempo reale sulle operazioni, il numero di razzi lanciati in risposta da Gaza, quelli intercettati dal sistema difensivo israeliano, dichiarazioni ufficiali e smentite di quanto dichiarato da Hamas.
La guerra in live twitting, con tanto di diretta sul blog dell'IDF e copertura video, pronta per i media, sul canale Youtube. La guerra attraverso i social network fino a confondersi con essi, come fosse un social game o la condivisione di una canzone, su cui mettere un "mi piace".

Peccato che in poco più di 24 ore si siano registrate 19 vittime palestinesi, tra cui diversi bambini, e 3 israeliane. I bombardamenti israeliani sulla Striscia (via aerea e via mare) sono stati incessanti e dopo che Hamas ha annunciato "l'aprirsi delle porte dell'inferno" oggi per la prima volta un razzo lanciato da Gaza ha raggiunto Tel Aviv, senza causare danni a persone.
Anche sul fronte palestinese lo scontro passa attraverso twitter e facebook, con post, messaggi, foto e video rilanciati dai palestinesi e dagli attivisti internazionali presenti a Gaza (come l'italiana @rosa_schiano), ma anche dalle Brigate Al Qassam @AlqassamBrigade (con oltre 12 mila followers). La "guerra" sta anche nella scelta dell'hashtag con #gazaunderattack contro #israelunderfire.
E mentre gli Stati Uniti hanno ribadito il diritto di Israele a difendersi - ma "non colpite i civili!", ha chiesto Obama - in attesa della visita del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon a Ramallah, della mediazione dell'Egitto e nella lentezza analogica della diplomazia, a Gaza si teme l'inizio dell'annunciata offensiva via terra. E il taglio definitivo dell'elettricità e della connessione Internet, l'unica porta aperta sul mondo da Gaza.

martedì 10 aprile 2012

Gaza, verso la riconciliazione

Mentre Gaza continua a essere un campo di battaglia, con cicli di raid israeliani e lanci di razzi dalla Striscia sul sud di Israele, le forze politiche palestinesi sono impegnate (e impantanate) nel processo di riconciliazione. Un processo ripartito poco più di un anno fa, grazie ai giovani della cosiddetta “primavera palestinese”. Ne è convinta Paola Caridi, analista di Hamas ed esperta della Striscia.  
“Quello che è successo a Gaza City, come a Ramallah, il 15 marzo del 2011 – spiega - fa parte delle rivoluzioni cha hanno preso avvio nel dicembre del 2010 in Tunisia e poi in Egitto e che si sono propagate in tutta la regione”.
Il 15 marzo migliaia di giovani di Gaza scesero per strada, chiedendo la fine delle divisioni politiche tra Fatah e Hamas. Come in Tunisia ed Egitto usarono i social network e la rete per comunicare e sebbene non raggiunsero i numeri dei paesi nordafricani, provocarono una forte reazione della politica, da un lato violenta (a Gaza ci furono arresti e repressioni), dall'altro più “diplomatica”.
“Sia Fatah che Hamas – sostiene Caridi - temettero di poter finire anche loro in quel gioco rivoluzionario che aveva portato alla caduta di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto e da lì si mossero verso la riconciliazione”.
Da allora si sono tenuti diversi colloqui e a Doha, in Qatar, il 6 febbraio scorso, tutte le fazioni politiche palestinesi hanno siglato un accordo di riconcilazione, che prevede la formazione di un governo di unità nazionale guidato da Abu Mazen ed elezioni politiche in data da definirsi.
“Ci sono stati altri incontri dopo Doha – conferma Sami Abu Zouhri, portavoce di Hamas - possiamo dire che le cose stanno andando per il meglio per arrivare alla riconciliazione. Ma non abbiamo ancora definito le date delle elezioni, perchè vogliamo la garanzia internazionale che si facciano a Gerusalemme, perchè Gerusalemme fa parte dell'Autorità nazionale palestinese”.
Ma i problemi non riguardano solo la capitale contesa e il rapporto con Israele. L'accordo di Doha ha scatenato malcontenti dentro Hamas, evidenziando antiche divisioni interne.
“Le primavere arabe hanno inciso sulla struttura di Hamas – continua Caridi - . L'ufficio politico se ne è andato dalla Siria e molti della diaspora hanno dovuto ricollocarsi in altri paesi. La crescita e la vittoria elettorale della fratellanza musulmana in Tunisia ed Egitto sono un altro elemento determinante: Hamas non può non fare parte di questa onda verde del mondo arabo, ma per farne parte deve attuare degli aggiustamenti, diventando una sorta di capitolo palestinese della fratellanza musulmana. Un governo di unità nazionale significa perdere il potere raggiunto in cinque anni a Gaza e questo non sta bene a una parte del movimento, ma tutti si rendono conto che rimanere fuori dall'onda verde farebbe perdere tutto Hamas, anche a Gaza”.

di Anna Maria Selini

pubblicato su famigliacristiana.it

lunedì 9 aprile 2012

Gaza, dietro le apparenze

Entrare a Gaza significa farsi largo tra le apparenze. Accedendovi da Nord, dal valico israeliano di Eretz (da cui si può transitare solo muniti di un permesso difficile da ottenere) - una volta superati i controlli dei documenti, un lungo corridoio asettico privo di finestre ma pieno di telecamere, i maxi tornelli e una grande porta automatica - sbarcati in terra palestinese tutto sembra ordinato, pulito, quasi normale. Ma in quel chilometro che collega il terminal israeliano alla prima dogana  palestinese, un tempo, sorgeva la zona industriale, eliminata definitivamente nell'ultima operazione militare israeliana “Piombo fuso”. Oggi restano solo campi e una lunga lingua di asfalto sotto una tettoia recintata che lentamente conduce nella Striscia.
Al posto dei facchini, che per una decina di shekel si offrivano di portare le valigie a chi entrava e soprattutto a quei pochi che uscivano da Gaza, ora c'è un "moderno" tuc tuc, una specie di Ape cross, che imperversa per le strade palestinesi. Tanto che soprattutto alle porte della capitale, Gaza city, capita di trovare asini abbandonati, motore fino a poco prima dei carretti, il mezzo di trasporto più diffuso tra il milione e mezzo di abitanti di questo fazzoletto di terra.
Peccato che il carburante per i tuc tuc, così come per i generatori e l'unica centrale elettrica di Gaza, da un mese a questa parte sia diventato praticamente introvabile e così appena superata la seconda dogana di Hamas, si incontrano già file chilometriche di macchine in attesa di fare rifornimento. “Ci ho messo 4 ore e mezza stamattina per fare benzina”, racconta Mohammad, che di professione fa il tassista. “Sei stato fortunato”, gli replica Sami, e non lo sta prendendo in giro.
Le strade di Gaza city sono piene di gente all'ora di pranzo: donne che fanno la spesa e soprattutto studenti. “Sono finite le prime lezioni", spiegano: "Le scuole non bastano e allora si fa a turni”. Ma anche questa è calma appartente. I raid israeliani e il lancio di razzi dalla Striscia sul Sud di Israele sono come l'energia elettrica, a cicli alternati.
Dal 9 al 13 marzo, dopo che l'esercito israeliano ha ucciso in un'esecuzione mirata lo sceicco Zuheir al-Kaisyin, presunto responsabile degli attentati di agosto a Eilat, si sono registrati due feriti israeliani e ventisei vittime palestinesi, tra cui due studenti di 12 e 15 anni, che stavano tornando proprio da scuola.
I palazzi bombardati durante l'operazione militare israeliana Piombo fuso, che provocò la morte nel dicembre del 2008 di oltre 1.400 palestinesi e 13 israeliani, sono stati ricostruiti e per le vie della capitale sono numerosissimi i cantieri. Ma basta uscire da Gaza City e avventurarsi per le vie dei campi profughi che costellano la Striscia per trovare bambini scalzi e una povertà rimasta invariata negli anni.
E' la normalità l'apparenza più grande da comprendere a Gaza. Quella dei droni sulla testa e i rumori notturni della guerra, ciclica come il mare che si arrabbia e subito si placa.

di Anna Maria Selini

domenica 8 aprile 2012

E' emergenza energetica nella Striscia

Nella Striscia di Gaza è ormai emergenza energetica. E dopo un mese di blackout continui, energia elettrica a singhiozzo e code infinite ai distributori, ci sarebbe anche una prima vittima provocata dalla mancanza di carburante. Un uomo di Gaza avrebbe dichiarato all'agenzia stampa Ap, che il suo bambino di 5 mesi, affetto da disturbi linfatici, è morto dopo che il generatore che alimentava il suo respiratore è rimasto a corto di carburante.
Carburante: già, perchè benzina e soprattutto gasolio, necessario per far funzionare i generatori di cui è tempestata la Striscia e l'unica centrale elettrica di Gaza, da un mese a questa parte entrano col contagocce, col risultato che la centrale è praticamente ferma e l'energia viene distribuita a turni, con blackout della durata anche di 18 ore.
Più di un anno fa, il governo di Gaza ha deciso di far funzionare la centrale solo con il carburante di contrabbando dall'Egitto, invece di comprare il più costoso combustibile israeliano, come aveva fatto fino a quel momento. Ma l'Egitto ha iniziato a tagliare le forniture, avendo a che fare  lui stesso con problemi di carburante.
Alla base ci sarebbero, da un lato, tensioni tra Hamas, che governa Gaza, e l'Anp, che governa in Cisgiordania e gestisce i fondi dei donatori stranieri per l'acquisto di carburante. E dall'altro lato, disaccordi con il nuovo governo egiziano.
Ma i giochi politici si riflettono soprattutto sulla vita delle persone e oltre a fabbriche bloccate, negozi e uffici in tilt e generatori fuori uso, si rischia anche l'emergenza sanitaria e ambientale. Decine di ambulanze sono già ferme e gli ospedali, con i loro generatori, sono messi a dura prova.
"La mancanza di energia elettrica sta creando seri problemi al nostro lavoro", racconta il dottor Aghar Elrayess, che lavora in una clinica ginecologica: "I blackout continui non ci permettono di usare la nostra apparecchiatura e molte pazienti, che dopo la terapia non dovrebbero fare sforzi, rischiano di perdere la sola possibilità di avere un figlio, visto che gli ascensori non vanno e devono salire numerosi piani di scale".

Per mancanza di carburante, anche le pompe delle fognature non funzionano e gli scarichi finiscono  in mare, peggiorando così la qualità delle acque già inquinate.
L'Onu e la Ue si stanno muovendo per far sì che la situazione migliori, ma il buio di Gaza sembra destinato a durare, rischiando di offuscare anche Hamas. Secondo un recente sondaggio dell'agenzia palestinese Maan News, il 48% degli abitanti della Striscia accusa il Governo dell'emergenza energetica.

di Anna Maria Selini

giovedì 15 marzo 2012

Processo Arrigoni, rimandato al 2 aprile per "motivi di sicurezza"

Ieri sera a Gaza City il mare ha cominciato a innervosirsi. E con il calar del sole, il vento fortissimo che soffiava da tutto il giorno si è trasformato in una piccola tempesta di sabbia, che offuscava la vista tra le vie del campo profughi di Shati. E' lì, che oggi si sarebbe dovuta tenere la nuova udienza del processo ai presunti assassini di Vittorio Arrigoni, ma una telefonata in mattinata ci ha avvertiti che era stata rimandata al 2 aprile per "motivi di sicurezza".
Questa notte, nonostante il cessate il fuoco siglato pochi giorni fa tra le fazioni militari di Gaza e il governo israeliano, i bombardamenti sono ricominciati, dopo che dalla Striscia sono stati lanciati due razzi sul Sud di Israele. Non si è registrata nessuna vittima, nè da una parte nè dall'altra, e il bilancio delle violenze dei giorni scorsi rimane fermo a 26 morti palestinesi.
Come già successo, gli obiettivi ritenuti sensibili e tra questi i tribunali militari, sono stati chiusi fino a domenica o forse lunedì. E così anche le porte della Corte militare di Shati questa mattina non si sono aperte per i cooperanti e gli amici di Arrigoni che da settembre seguono le udienze. 
A un anno dalla morte, non solo non si è ancora arrivati ad una conclusione del processo - anche se qualcuno ipotizza che avverrà a stretto giro - ma non si è nemmeno entrati nel vivo del dibattimento, sebbene formalmente si stiano rispettando tutte le procedure. 
Oggi molto probabilmente si sarebbero dovuti ascoltare i presunti assassini (tre accusati di omicidio e sequestro e uno, che ha fatto perdere le proprie tracce, di favoreggiamento), ma si dovrà attendere la prossima udienza, per conoscere finalmente la loro versione.
Il mare di Gaza, anche questa sera, resta agitato.

mercoledì 14 marzo 2012

Calma apparente

Poche ore dopo il mio ultimo post, è stato siglato l'accordo tra le fazioni militari di Gaza e il governo israeliano e, grazie alla mediazione dell'Egitto, sulla Striscia è tornata la calma. Apparente.
In realtà, nel cielo ronzano ancora i droni e sfreccia qualche F16, molti meno dei giorni scorsi, ma l'allerta resta alto, tanto che alcune Ong ieri hanno comunque evacuato il proprio personale.
Dopo la tregua, si è registrata ancora qualche "scaramuccia" e le vittime palestinesi sono salite a 26, perchè un ragazzo colpito in un raid dei giorni scorsi è morto per le ferite.
Resta comunque sconsigliato avvicinarsi alle zone "sensibili", ovvero obiettivi militari e sedi istituzionali e non è nemmeno raccomandabile aggirarsi per le zone più calde, da sempre obiettivi preferenziali di tank e F16.
Per le strade di Gaza a dire il vero non si nota una gran differenza. La gente non ha mai smesso di affollarle e uscire di casa. Macchine, moto e tuc-tuc (delle specie di Ape che stanno mandando in pensione i vecchi carretti trainati da asini). Negozi, cantieri, donne al mercato e studenti che si danno il cambio (le scuole non bastano e quindi ci sono i turni). Apparentemente incuranti di quello che sfreccia sopra le loro teste, i gazawi vanno avanti, confermando la loro innata capacità di resilienza.
Guardandoli mi chiedo come reagirebbe ognuno di noi in questa assurda condizione. Ci si può davvero abituare a tutto nella vita? Anche alla guerra?

lunedì 12 marzo 2012

I suoni della guerra

Ieri ho superato per la quarta volta il valico di Eretz, la "porta" che da Israele conduce nella Striscia e, dopo due anni, sono rientrata a Gaza.
Ho indugiato qualche minuto, lo confesso. Perchè poco prima di consegnare i documenti alle soldatesse israeliane, mentre mi stavo fumando l'ennesima "ultima sigaretta", si sono avvertiti in lontananza tre bombardamenti ben distinti. I più forti in queste prime 36 ore e la gamma, a dire il vero, è stata piuttosto variegata.
Ho capito che sotto le bombe l'udito si affina. E si impara in fretta a distinguere un razzo Qassam da un Grad, perchè il primo sembra un grosso botto di capodanno, mentre il secondo ha un suono più subdolo e strisciante.
Il sottile ronzio che ti accompagna di giorno e di notte, simile al rumore dei generatori che riempiono i marciapiedi e i cortili della Striscia (costantemente a rischio black-out) è quello dei droni, invece. Gli aerei senza pilota dotati di telecamera, ma anche di missili, che costantemente monitorano e occupano il cielo sopra Gaza, fino a farti impazzire. Ben diverso dallo sfrecciare arrogante dei caccia F16.
E poi i colpi di mortaio, dal suono netto e preciso, e i bombardamenti, a me finora lontani, nuvole di morte giù dal cielo pesanti.
A rompere la tregua - ovvero la condizione di massima normalità nella Striscia, perchè qui la pace non esiste - è stato l'esercito israeliano, venerdì pomeriggio, con un'esecuzione mirata dello sceicco Zuheir al-Kaisyin, il presunto responsabile degli attentati di agosto a Eilat.
Da lì l'escalation non si è più arrestata. Al quarto giorno consecutivo di attacchi reciproci, il numero delle vittime palestinesi è salito a quota 24 (cinque i civili, tra cui due ragazzini di 12 e 15 anni), mentre sarebbero circa 180 i razzi partiti dalla Striscia verso il sud di Israele, provocando il ferimento di due persone.
E mentre tutti invocano la fine delle violenze e l’Egitto tenta di fare da mediatore tra Hamas e Tel Aviv, il cessate il fuoco sembra per ora lontano. Oggi in una conferenza stampa, a Gaza, la Jihad islamica ha detto di non voler arrestare il lancio di razzi e il ministro della Difesa israeliano Barak e il premier Netanyahu hanno dichiarato che la risposta israeliana “durerà il tempo necessario”.
Alcuni internazionali, soprattutto operatori di ong, si preparano a lasciare la Striscia, togliendo di fatto ai palestinesi forse la più efficace di tutte le difese.
E intanto, mentre da una finestra risuona "Like a rolling stone", su Gaza è calata di nuovo la notte con tutti i suoi suoni infernali.

giovedì 1 marzo 2012

Parkour, via dalla "prigione" di Gaza

Stanno letteralmente saltando da una parte all’altra dell’Italia. Perché Mohammed, Abdallah, Ibrahim e Jehad fanno parkour, la disciplina nata nelle banlieu parigine, che consiste nell'oltrepassare ostacoli e barriere. Ma la barriera più importante l’hanno superata uscendo per la prima volta nella loro vita dalla Striscia di Gaza. Da Roma a Bologna, passando per Milano, Bergamo e Palermo, i quattro ragazzi palestinesi hanno incontrato studenti, insegnanti e altri atleti di parkour, allendandosi ed esibendosi con loro nelle scuole e nelle piazze italiane.

Un tour di due settimane, realizzato grazie ad una cordata di associazioni (Cooperativa Sociale Eureka Primo, Un ponte per, Assopace, Jalla Onlus, ACS e Provincia di Benevento) e finanziato dalla Provincia di Roma. “Per i ragazzi questo è un sogno – racconta Meri Calvelli, la coordinatrice del progetto –. Come tutti i giovani della Striscia, circa il 70% della popolazione, sentono la necessità di uscire da quella che è un'enome prigione, superando le barriere che bloccano la possibilità di una vita normale”. “Non credo che sia facile per voi capire cosa significhi uscire da Gaza - esordisce Ibrahim, 25 anni, manager del gruppo –. Venendo qui abbiamo percorso distanze che per noi finora erano inconcepibili”.


La Striscia di Gaza è un fazzoletto di terra lungo 40 km e largo al massimo dieci. I suoi confini sono controllati dall'Egitto e soprattutto da Israele, ex potenza occupante, che dal 2005 ha lasciato Gaza, ma che continua a decidere dell'entrata e dell'uscita di materiali e persone. Da quando governa il movimento islamista Hamas, inoltre, le operazioni militari israeliane, così come i lanci di razzi palestinesi su territorio israeliano, si susseguono, rendendo la vita della gente di Gaza un vero e proprio incubo. “I continui attacchi, la distruzione degli ambienti e delle infrastrutture ci hanno privato anche degli spazi dove praticare sport e hobby”, spiega Jehad, 24 anni. E così anche per questo i ragazzi hanno iniziato a fare parkour.

A dare il via è stato Abdallah, 24 anni, che già faceva acrobatica. “Ho visto un film su Internet e ho iniziato ad allenarmi – racconta - poi ho coinvolto gli altri. All'inizio non è stato facile, c'era ostilità verso di noi. Non è uno sport della nostra tradizione e quando ci arrampicavamo sui muri, ci scambiavano per ladri”. Oggi sono il primo gruppo di parkour di Gaza e tra i pochi del mondo arabo. Si allenano tutti i giorni “perchè questo non è solo uno sport, ma una filosofia che ti aiuta a superare le difficoltà”.  “Quando uno nasce a Gaza, nasce già responsabile – dice Mohammed, 23 anni –. Vogliamo mostrare che nonostante tutto riusciamo a vivere normalmente, senza smettere di sognare”. E un altro sogno i ragazzi ce l'hanno già: creare una vera scuola di parkour a Gaza. In attesa che i muri si possano abbattere e non soltanto saltare. 

di Anna Maria Selini

pubblicato su FamigliaCristiana.it

domenica 7 novembre 2010

Le conchiglie di Berlanty a Napoli

Appuntamento martedì 9 novembre, alle ore 10.30, all'Università Suor Orsola Benincasa (C. Vittorio Emanuele 292) di Napoli con la proiezione del mio documentario “Le Conchiglie di Berlanty”. Interverranno Rafeef Ziahdah (Direttore festival del cinema palestinese di Toronto, Canada), Francesco De Sanctis (Rettore univ. Suor Orsola Benincasa), Lucio d’Alessandro (Preside fac. Scienze della Formazione Univ. Suor Orsola Benincasa), Antonello Petrillo (docente di Sociologia, Univ. Suor Orsola Benincasa), Flavia Lepre (Comitato BDS Napoli), Maurizio Del Bufalo (Coordinatore Festival Cinema dei Diritti Umani di Napoli), Shafik Kourtam (Comunità Palestinese di Napoli).

La proiezione è uno degli eventi a margine del Festival Cinema dei Diritti Umani di Napoli, in programma dal 9 al 16 novembre.

domenica 6 giugno 2010

Luppichini: "Io, sulla Freedom Flotilla, armato solo di telecamera"

«Hanno sparato in fronte ad un operatore che stava riprendendo quello che succedeva sulla Mavi Marmara, abbattendolo». È il racconto, raccolto nel carcere israeliano, che più ha colpito Manolo Luppichini, il regista freelance che si trovava con altri cinque italiani a bordo della Freedom Flotilla, la spedizione diretta a Gaza, intercettata dalla marina israeliana, mentre si trovava in acque internazionali, con un blitz che ha provocato la morte di 9 persone. «Le telecamere sono le armi più potenti a volte. Lo sappiamo bene, visto che ci hanno sequestrato tutto. Stiamo portando avanti una denuncia collettiva per riavere il materiale girato e l'attrezzatura». «Ma sembra che qualcosa si sia salvato – gli fa eco il collega Manuel Zani – e se è così, presto verrà fatto circolare».
Zani e Luppichini sono arrivati venerdì sera a Bologna per partecipare a un incontro su «Media e conflitti» in programma da mesi, in cui sono stati proiettati un estratto della puntata «Guerre», realizzata da Luppichini per il programma Presa diretta (Rai3) di Riccardo Iacona e un'inchiesta di Maurizio Torrealta, giornalista di Rainews24. «Partendo dalle prove raccolte sul campo da Luppichini – ha detto Torrealta – è stato possibile risalire alle violazioni dei trattati internazionali che bandiscono l'uso di armi chimiche». Armi che sono state usate nella Striscia di Gaza, come documentato, tra gli altri, da Amnesty International e dal giudice Goldstone nell'inchiesta su «Piombo fuso» affidatagli dall'Onu.
Luppichini era stato tra i primi operatori italiani a entrare a Gaza, dopo l'operazione militare israeliana che nel gennaio 2009 ha provocato la morte di 1400 palestinesi e 13 israeliani. Anche il viaggio sulla Freedom Flotilla sarebbe dovuto diventare materiale televisivo. «Dovevamo realizzare un documentario sul viaggio – racconta Zani –. Avevamo già preso contatti con diverse televisioni». «Si tratta della più grande spedizione mai realizzata per rompere l'assedio israeliano di Gaza – ha sottolineato Luppichini – un fatto oggettivamente storico».
Per questo i due italiani, che stanno già pensando di ripartire, contestano la rappresentazione che è stata data di loro. «Il nostro ruolo di documentaristi è stato strumentalizzato – denuncia Zani –. Proprio per evitare che la nostra narrazione venisse tacciata di partigianeria e mancanza di obiettività avevamo deciso fin dall'inizio di separarci anche fisicamente dagli attivisti. C'è stato un tentativo di attribuirci una collocazione ben precisa per togliere valore alle nostre testimonianze».
«Sono un mediattivista – ha aggiunto Luppichini – ma su quella nave ero in veste di giornalista. Sapevamo benissimo che non c'era spazio per zone grigie, per noi la cosa più importante era testimoniare e fare il nostro lavoro».
Luppichini è poi tornato a parlare del numero di vittime: diciannove, secondo la testimonianza da lui raccolta di un'infermiera australiana che si trovava a bordo della Mavi Marmara e non nove, di cui 8 di nazionalità turca e una turco americana, come risulta ufficialmente. «A fronte della presenza sulla nave di quaranta nazionalità diverse, mi pare poco credibile – ha commentato – che siano stati colpiti solo dei turchi».
Infine ha smentito la notizia che non avesse con sé il passaporto: «Non è vero. Mi è stato rubato – precisa – tanto che gli israeliani avevano la fotocopia, con i timbri del precedente viaggio fatto a Gaza. Per fortuna il nostro consolato, non appena saputo che ero stato nuovamente sequestrato perché mi rifiutavo di andare in Turchia e non direttamente in Italia come chiedevo, si è mosso rapidamente».

di Anna Maria Selini

pubblicato su L'Eco di Bergamo

giovedì 3 giugno 2010

In finale al Premio Ilaria Alpi

Il terremoto, le violenze e i saccheggi di Haiti, gli schiavi di Dubai, i profughi afgani. Ma anche tante storie italiane, di mafia, di camorra, di corruzione, di immigrazione, di degrado ecologico. Sono questi alcuni dei temi trattati nei servizi finalisti della sedicesima edizione del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, in programma a Riccione dal 15 al 19 giugno.
Le videoinchieste, selezionate dalla giuria presieduta da Italo Moretti, portano la firma di giornalisti affermati delle più importanti televisioni italiane e internazionali, ma anche quella di molti giovani e studenti, i cui reportage sono stati trasmessi da testate locali e da portali online.
Novità di questa edizione del Premio, tutti i filmati finalisti saranno proiettati a Riccione alla presenza degli autori. Ad introdurli, testimonial di associazioni e organizzazioni sensibili ai temi raccontati dagli stessi giornalisti. Le proiezioni si terranno presso Villa Mussolini (viale Milano 31), da giovedì 17 a sabato 19 giugno. Inoltre, già da oggi, i video finalisti del 2010 e quelli della precedente edizione sono consultabili nella videogallery del sito del Premio Ilaria Alpi, realizzato dall’azienda riminese Hi-Net. (...)
Al premio produzione riservato alle inchieste inedite, concorrono Vittorio Romano con “I furbetti della vasca”, Simone Amendola con “Alisya nel paese delle meraviglie” e Anna Maria Selini con “Gaza, guerra all’informazione”.

La mia proiezione è prevista per venerdì 18 giugno alle ore 10, presso Villa Mussolini.

mercoledì 2 giugno 2010

"Dolore a Gaza. Aspettavamo quel carico"


Vittorio Arrigoni, 35 anni, è un attivista per i diritti umani ed era l'unico italiano presente nella Striscia di Gaza durante l'operazione militare israeliana “Piombo fuso” (che nel gennaio del 2009 ha provocato la morte di 1400 palestinesi e 13 israeliani, ndr). A Gaza ci è arrivato nel 2008, a bordo di una barca del Free Gaza movement (nella foto), una delle organizzazioni che partecipavano anche alla spedizione attaccata nei giorni scorsi dalla marina israeliana, mentre si trovava in acque internazionali, con un blitz che ha provocato la morte di 9 pacifisti.Come ha saputo dell'attacco alla Freedom Flotilla?L'ho saputo in diretta. Ero in collegamento con le barche e con la base dell'organizzazione a Cipro. Il giorno prima in attesa del loro arrivo, a Gaza, c'era stata una festosa cerimonia di benvenuto. Eravamo usciti in mare con una flotta rudimentale di pescatori, c'erano la banda, i palloncini e una grande attesa.Poi?Quando si è sparsa la notizia dell'attacco, la mattina, la gente ha cominciato ad affluire al porto. Ci sono state conferenze stampa, interventi dei comitati civici e delle fazioni politiche, poi, spontaneamente le persone hanno cominciato a sfilare in maniera pacifica verso la sede ll'Unrwa, l'agenzia dell'ONU per i profughi palestinesi. Un viavai che continua, per chiedere alla comunità internazionale di alzare la testa e fare qualcosa perchè massacri come questo non restino impuniti.Non vi aspettavate un attacco?Ci sono già state altre spedizioni per rompere l'assedio di Gaza. Cinque, a due delle quali ho partecipato, sono passate, tre sono state intercettate. La differenza è che questa volta non si trattava solo di una rottura formale, ma di fatto. La Freedom Flotilla trasportava 10 mila tonnellate di materiale, tra cui cemento e ferro. Secondo l'ONU il 75% degli edifici distrutti o danneggiati durante “Piombo fuso” non possono essere ricostruiti perchè a Gaza non entrano materiali edili. Sulle barche c'erano anche attrezzature sanitarie, solo i turchi portavano 500 carrozzine elettriche.Gli israeliani dicono che a bordo c'erano anche delle armi.
Come è già stato dichiarato dallo stesso governo turco, in questi casi le navi subiscono una rigorosa perquisizione da parte delle autorità portuali e nessuna arma è stata rinvenuta.
Conosce gli italiani a bordo? Cosa sa di loro?Sono amico del tenore Joe Fallisi e di Manolo Luppichini, regista e freelance, che era stato a Gaza dopo “Piombo fuso” (finendo sotto il tiro dei cecchini israeliani in un campo di prezzemolo al confine, ndr), così come la giornalista Angela Lano. Le ultime notizie dicono che il console li ha potuti incontrare in carcere, cosa che ieri non gli era stata permessa.Come è la situazione ora a Gaza?C'è molto dolore. Le persone nutrivano grandi speranze da questa spedizione. La notizia positiva è che l'Egitto dopo quello che è successo, ha aperto il valico di Rafah, (l'unico punto del confine di Gaza non controllato da Israele, ndr), per far passare aiuti umanitari e malati, ma per il resto viviamo alla giornata. Ancora non sappiamo nemmeno i nomi delle vittime e dei feriti.Si dice che stiano per arrivare altre barche. Ci sono italiani a bordo? Cosa vi aspettate dopo quello che è successo e visto che Israele ha dichiarato che nessuna barca entrerà?
E' previsto l'arrivo di altre due barche a giorni. Non è dato sapere né la rotta né i loro movimenti. A quel che mi risulta, non ci sono italiani a bordo. I miei compagni sono consapevoli del rischio che corrono, ma ritengono più importante l'urgenza umanitaria della popolazione di Gaza, stremata da quattro anni di duro assedio.

pubblicato su L'Eco di Bergamo

venerdì 14 maggio 2010

Gaza, i mondiali della solidarietà e la coppa è di "Piombo fuso"

C'era già chi immaginava gli "azzurri" alzare al cielo una nuova Coppa del mondo. Ma a contendersi l'ambito trofeo, domani sera, saranno Francia e Giordania, dopo aver sconfitto rispettivamente Russia e Italia. I mondiali di calcio sono ormai agli sgoccioli, non quelli ufficiali che si terranno in Sudafrica tra meno di un mese, ma quelli della Striscia di Gaza. Una manifestazione organizzata dalla Federazione calcistica palestinese e sponsorizzata principalmente dall'Undp, l'agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite. Oltre 400 i giocatori coinvolti, migliaia i tifosi sugli spalti, sedici le "nazionali" scese in campo alla conquista della "Coppa del mondo": una copia del famoso trofeo, realizzata con il ferro recuperato tra le macerie di "Piombo fuso", l'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza, che nel dicembre del 2008 provocò 1400 vittime palestinesi e 13 israeliane.
La Gaza World Cup è stata organizzata in solidarietà al milione e mezzo di abitanti della Striscia, impossibilitati non solo a raggiungere il Sudafrica, ma a entrare e uscire liberamente da Gaza, a causa dello stretto isolamento in cui vivono dal 2007, quando il movimento islamista Hamas ha preso il potere e Israele ha chiuso i confini, controllando completamente i movimenti di materiali e persone.
"L'idea è venuta a me e al mio amico Ashraf Hamad - racconta Patrick Mc Grann, un americano capo di una compagnia non profit, la Kitegang, che produce giocattoli e organizza eventi benefici - Ci lamentavamo sia dell'isolamento degli abitanti di Gaza dal resto del mondo, sia di quello degli stranieri dentro Gaza. E così abbiamo pensato potesse essere un buon modo per conoscersi a vicenda e gettare le basi di un dialogo utile ad affrontare alcuni dei grandi problemi rimasti irrisolti nella regione".
Un campionato locale, presto cresciuto e finito sulle televisioni di tutto il mondo, anche grazie agli sponsor (Undp, Bank of Palestine, Pepsi, Sharek Youth Forum) che in breve hanno fatto salire il budget a 50 mila dollari. In campo calciatori professionisti palestinesi e dilettanti stranieri, per lo più attivisti, giornalisti e operatori di organizzazioni non governative residenti a Gaza. Come Vittorio Arrigoni, attivista dell'International Solidarity Movement, unico italiano presente nella Striscia durante "Piombo Fuso", nonché primo infortunato del campionato, nella partita d'esordio che ha visto l'Italia battere per 1 a 0 i padroni di casa della Palestina. "Ho rilasciato più interviste a tv e radio internazionali sulla situazione di Gaza a bordo campo - racconta - che negli ultimi mesi impegnato nelle dimostrazioni non violente al confine".

L'obiettivo degli organizzatori era quello di coinvolgere l'intera comunità in una manifestazione che avrebbe dovuto essere indipendente e apolitica. La collaborazione del governo di Hamas non era stata inizialmente prevista, ma poi "la Federazione Calcistica palestinese, insieme con l'Undp, hanno coinvolto e invitato un ministro di Hamas per pronunciare un discorso in apertura - spiega Mc Grann - e così abbiamo perso il nostro status non politico, come pure 20 mila dollari in scarpe donate per i giocatori".
Ogni aspetto della Gaza World Cup, dalla progettazione di loghi, ai maxi cartelloni pubblicitari, fino alla realizzazione delle maglie delle 16 nazionali, è stato realizzato con il supporto di artisti e graphic designer locali. Così come il sito internet affidato a studenti e informatici di Gaza. Artigianale anche la coppa che verrà alzata al cielo, realizzata da fabbri ormai esperti nel ridare vita al poco ferro presente nella Striscia, per via dell'embargo israeliano (per Israele il ferro servirebbe per costruire i razzi Qassam lanciati da Gaza sul Sud di Israele). A contendersela, nella cornice dello stadio al-Yarmuk di Gaza City, saranno Francia e Giordania, nella finale con musica e fuochi d'artificio di domani. Giorno doppiamente importante per gli abitanti di Gaza e per tutti i palestinesi, perché anniversario della Nakba, l'esodo del 1948 degli abitanti arabi della Palestina, con la nascita dello Stato d'Israele.
pubblicato su repubblica.it