domenica 18 gennaio 2009

Da Bologna a Gaza per ricostruire

Ad entrare tra i primi nella Striscia di Gaza - se la tregua tra Israele e Hamas reggerà - ci sarà anche una “bolognese”. L’organizzazione non governativa Gruppo di volontariato civile (GVC), che è stata inserita dalle Nazioni Unite nella ristretta lista delle ong internazionali autorizzate ad accedere ai corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione palestinese, quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno. Nei giorni scorsi, infatti, ambulanze con a bordo operatori stranieri sono state colpite dalle forze armate israeliane, così come diversi depositi di aiuti dell’Onu che per questi ha bloccato gli interventi umanitari.
Il Gvc, che opera in 27 paesi del mondo, è presente in Palestina dal 1989 e nella Striscia di Gaza dal 1997, quando ristrutturò la Banca del sangue di Gaza. Struttura, che fornisce un terzo del sangue quotidianamente necessario agli ospedali della Striscia: i suoi centri sono gli unici autorizzati dall'Autorità Nazionale Palestinese alla raccolta di sangue in caso di emergenza. Proprio per questo, il Gvc ha lanciato una raccolta fondi per acquistare tutti i materiali e gli strumenti necessari al funzionamento della banca.
“Questa è la priorità assoluta - spiega Giuseppe Russo, responsabile per la Palestina – poi, una volta rientrati a Gaza, dovremo valutare la situazione del progetto di emergenza idrica che abbiamo dovuto lasciare in sospeso”.
Da novembre nessun operatore di organizzazioni internazionali o giornalista straniero è potuto rientrare nella Striscia, con la motivazione che di lì a poco sarebbe scaduta la tregua tra il governo di Tel Aviv e i miliziani di Hamas. Tregua, in realtà, violata ben prima della scadenza con il lancio di razzi Qassam verso il sud dello stato ebraico da parte di Hamas e con la chiusura dei valichi della Striscia da parte di Israele. “La chiusura dei valichi - continua Russo – ha significato, tra le altre cose, la mancanza del gasolio usato per i generatori che alimentano elettricamente i pozzi d’acqua. Le comunicazioni sono quasi impossibili, ma sembra che la condotta idrica da noi costruita per 17 mila profughi del campo di Al Nusseirat, sia saltata, così come i pozzi e gli impianti idrici finora realizzati e costati 585 mila euro”.
In questa zona, tra le più densamente popolate dal mondo, da sempre l’emergenza idrica è la norma: l’acqua è quasi esclusivamente sotterranea e per renderla potabile sono necessari desalinizzatori, come quello che il Gvc stava cercando di importare prima della chiusura dei valichi.
“L’accesso umanitario, sancito a livello internazionale, è proibito e i cadaveri restano sotto le macerie anche per quattro giorni. Quella in corso – conclude Russo - è una catastrofe umanitaria che non ha precedenti, così come il silenzio della comunità internazionale”. (foto Al Jazeera.net)


di Anna Maria Selini

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