sabato 26 luglio 2014

L'umanità di Gaza


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Mi si chiede di raccontare l’umanità di Gaza, la normalità, non quello che sta succedendo ora, ma fatico a farlo. Forse perché la normalità, con picchi più o meno alti, in fondo è proprio questa. 

Sono stata a Gaza quattro volte e non ce n’è stata una in cui non abbia avvertito esplosioni, ronzii di droni (a Gaza li chiamano ‘zanzare’) o colpi venire dal mare. Ho imparato a riconoscere il suono di un razzo lanciato da un tetto verso Israele e la paura delle bombe, o meglio del criterio, se criterio c’e’, che le fa sganciare.

A Gaza sembra di stare costantemente dentro una lotteria. Una mano che dall’alto lancia la pallina e la ruota che gira. Come se il tuo turno stesse sempre per arrivare. Dovrebbe essere così, certo, ma a Gaza è un carpe diem forzato, con i politici eretti a dei e i militari a giudici del destino altrui.

Osservi i palestinesi e pensi che basterebbe così poco per essere felici. Quel poco che dai per scontato e che a loro è tolto, e allora capisci che è davvero tanto.

Poter entrare e uscire dal tuo Paese quando vuoi, per studiare, viaggiare o curarti. Aver diritto a una chemioterapia. Poter pescare o coltivare i campi senza essere colpiti da un cecchino. Poter bere acqua corrente. Poter vivere in casa tua senza che qualcuno, in pochi minuti, ti obblighi a lasciarla per sempre. Poter crescere senza aver mai visto partire razzi e cadere bombe.

Perché è la gente comune, quella che odia la violenza e che vorrebbe solo vivere in pace, in casa propria, esattamente come gli israeliani, che costituisce soprattutto l’umanità di Gaza. Quella che oggi non sa dove rifugiarsi e che muore mentre il mondo, complice, resta lì a guardare.

di Anna Maria Selini

Pubblicato su QCodemag

giovedì 17 aprile 2014

Lisa

Odio aprile e questa settimana che si è portata via, in anni diversi, due persone per me importanti. Una sono riuscita a raccontarla, che è poi l'unico modo che conosco di affrontare e sciogliere gli eventi. L'altra non ancora.

E' come se per tutto questo tempo fosse rimasta seduta lì in cucina, a capotavola, mentre le parlo e lei finge un cinismo che non le appartiene.

Lisa e il corpo affusolato di una ragazzina, quasi fosse stato scritto che non dovesse invecchiare.
Una pelle così bianca da essere trasparente. Occhi azzurrissimi e riccioli nerissimi, fitti e testardi proprio come lei.

Lisa partita dalla Puglia con solo il suo orgoglio.
Lisa, il lavoro e l'indipendenza meglio di una laurea di osterie, grazie e bamboccioni.
Lisa e i libri.
Lisa e i fischietti.
Lisa e il mostro, tornato dopo anni, quando ormai sembrava debellato.
Lisa e le bugie per farci star tranquille. 
Lisa e i disegni anche delle infermiere.
Lisa e un regalo d'addio per tutte.
Lisa e l'ultima sigaretta. 
Lisa e il sole con la pioggia.
Lisa sul colle a guardare per sempre Bologna.


Lisa, ma tu, "fatti rimanere qui".




giovedì 16 gennaio 2014

125 anni di National Geographic

Questa volta non c'è voluto un amico di passaggio da Roma per "decidermi" a visitare la mostra intitolata National Geographic, 125 anni. La grande avventura. Tutta farina del mio sacco e addirittura due mesi prima della chiusura (2 marzo). Insomma, faccio progressi e soprattutto ne è valsa la pena.

La mostra non è dedicata, come credevo, soltanto agli scatti più famosi della rivista, ma al National Geographic stesso, dalla nascita nel 1888 fino ad oggi.
Un viaggio attraverso quella che è nata come una fondazione e soltanto poi è diventata una rivista. Un excursus attraverso la storia e l'esplorazione della terra. Anzi della terra, dell'aria, del mare, della scienza. Sono questi i titoli delle prime sezioni della mostra, in cui si incontrano gli esploratori, spesso donne, che già da fine '800, con mezzi che a noi oggi fanno un po' sorridere, toccarono il punto più profondo del mare e quello più alto della terra.

"Qualunque sia il luogo in cui ti trovi se non hai paura vuol dire che in te c'è qualcosa che non va", recita una scritta sulla parete a firma di M. Nichols.
E non si può non immaginare, quasi toccare, la paura delle vittime della "terra violenta", la sezione dedicata alla natura spietata e spettacolare al tempo stesso, mentre spazza via case o illumina il paesaggio con le sue tempeste di lampi. 

Ma la natura suscita soprattutto meraviglia, con la mantide camaleontica, il colibri "catturato" così da vicino da sembrare gigante, fino alla tenerezza di un cucciolo di leone che abbraccia, letteralmente, una leonessa (la didascalia racconta che molte madri americane ne chiesero una copia).

E poi non potevano mancare gli "scatti epici", quelli dei fotografi che hanno fatto la storia del National Geographic e viceversa: il bimbo figlio di una ricercatrice che abbraccia un cucciolo d'orango, sovvertendo regole e ruoli, i primi piani di sconosciuti diventati leggendari e soprattutto lei, che nemmeno la guardi tanto la conosci: la bambina afghana di Steve Mc Curry, il grande fotografo che ho avuto la fortuna di intervistare.

E' un viaggio per il mondo, dai villaggi turistici fino ai luoghi che non vedremo mai, un viaggio che passa e chiude in Italia, con le copertine più famose della rivista sbarcata anche da noi.
"Credo che ovunque si vada si finisca col trovare qualche riflesso di se stessi",  recita un'altra scritta a firma di Peter Jenkins. 
Fino al 2 marzo al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Ho confermato la mia tradizione di last minute, invece, con "Capa. Robert Capa in Italia 1943-1944", la mostra con gli scatti forse meno famosi e proprio per questo ancora più interessanti del grande fotografo di guerra.
Capa ha seguito lo sbarco degli alleati anche in Italia e raccontato con grande ironia e schiettezza gli italiani d'allora.
Sono stata così lastminute che la mostra, allestita al Museo di Roma (alias Palazzo Braschi, che vale da solo una visita), ha chiuso il giorno stesso.
Migliorerò. Forse.

sabato 4 gennaio 2014

2014 and so on

Rieccoci al rito annuale dei buoni propositi. E sorprende, rileggendo quelli dell'anno prima, scoprire di averli rispettati quasi, dico quasi, tutti.
Ecco quelli per il 2014. Cominciamo con qualcosa che pare semplice ma non lo è: tornare a fare sport, mettere in atto il piano B, trovare Spartaco, eliminare gli opportunisti e gli ingrati, essere più schietta, realizzare quel benedetto sogno, visitare l'Africa subsahariana, il Sud America o addirittura l'Australia, mandare gentilmente a cacare in diretta chi se lo merita, stare alla larga dagli uominiguai, realizzare un graffito, perfezionare l'inglese, camminare camminare camminare, girovare per isole e per mare in barca, ridormire sotto le stelle, entrare in una piramide (e uscirci), e magari l'anno prossimo confessare l'inconfessabile. Auguri.


mercoledì 20 novembre 2013

Gaza guerra all'informazione a Santo Domingo

Grazie al circuito del Festival de Cinè y derechos humanos de Barcelona, il 21 novembre, a Santo Domingo presso il Centro cultural de Espana, verrà proiettato "Gaza guerra all'informazione".

Nel frattempo per chi volesse acquistare il documentario lo può trovare online su Rome Film Marker.

lunedì 30 settembre 2013

"Gaza guerra all'informazione" su Rome Film Market

Sono lieta di annunciare che da oggi il mio documentario "Gaza guerra all'informazione" sara disponibile su Rome Film Market, la piattaforma web che promuove online le opere di autori indipendenti italiani ed internazionali attraverso la visione in rete di prodotti esclusi dal circuito della grande distribuzione. 

Qui c'è il trailer:

lunedì 26 agosto 2013

Cazza la randa


Via col vento

La prima luna rossa non si scorda (e fotografa) mai



Cercasi guardiano disperatamente

Caffè all'onda
S-confinati

Island mail

Dolcezza marina

Invidia
La quiete dopo la tempesta

La spiaggia della luna


lunedì 1 luglio 2013

"L'ultimo approdo" domani al Genova film festival

L’ultimo approdo. Storie di marittimi abbandonati, il reportage che ho realizzato con Emiliano Pappacena e Antonio Demma, sarà proeittato domani, martedì 2 luglio, alle ore 17.30, all'interno del 16° Genova Film Festival, nell'ambito del concorso "Il porto oggi, tra identità locali e reti globali".

Per chi se lo fosse perso, eccolo nella puntata di Crash andata in onda nell'aprile del 2011 su rai 3 e intitolata "Le navi abbandonate".
La foto è di Antonio Demma.

Per saperne di più sui marittimi abbandonati: un mio articolo pubblicato su Il mucchio selvaggio e le bellissime foto di Damian Notarnicola dedicate ai "fantasmi del mare".


martedì 21 maggio 2013

World Press Photo. A Roma il meglio del mondo, della stampa, della fotografia (ancora per poco)

E' li, a pochi passi da S. Maria in Trastevere, di fronte alla jeep dei militari annoiati, circumnavigati i turisti e gli artisti di strada, nell'intervallo tra il caffè e la granita al pistacchio, che il pugno ti aspetta.
Museo di Trastevere. Dieci scalini, due minuti di fila, dritto alla pancia.
Entri e sei subito a Gaza, sbattuta lì, senza presentazioni, con i suoi bimbi uccisi in un raid israeliano, piccoli angeli tra le braccia dei padri, in un corteo funebre che sembra venirti dritto addosso.

E' la World press photo 2013, scattata nel novembre 2012 a Gaza, dallo svedese Paul Hansen.
Così come le altre immagini, vincitrici delle nove categorie, è stata selezionata da una giuria internazionale su 103.48 scatti,  inviati da 5.666 fotografi professionisti di 124 diverse nazionalità.
Sei i fotografi italiani premiati. 

Il World press photo è più di un concorso e di una mostra fotografica itinerante. E' il negativo di un anno, nei suoi attimi più intesi, spesso destinati a diventare storia.

"Le foto vincenti - ha scritto Santiago Lyon, il presidente della giuria - devono riflettere il carattere globale del materiale inviato, la loro forza giornalistica e la loro vitalità fotografica. In breve, tre parole: world, press, photo". Il meglio del mondo, della stampa, della fotografia.

E così da Roma si finisce dritti a Gaza, tra le sue vie dolorose e arrabbiate. Le stesse vie dove bombe alte come  grattacieli cadono pesanti dal cielo - "Colonna di nuvole" si chiamava l'ultima operazione militare israeliana nella Striscia - o dove un presunto collaborazionista viene trascinato da una motocicletta dopo essere stato condannato a morte da Hamas.

Nel cuore di Trastevere si apre una finestra sulla Siria dilaniata da due anni di guerra civile. Ed è impossibile dimenticare gli occhi di una donna appena scampata alla morte (nella foto di Rodrigo Abd, 1° premio foto singole) o quelli di un bambino ferito in attesa di essere medicato, simbolo dei tanti, troppi, minori, vittime di questa e infinite altre guerre.

Ci sono i ribelli dell'esercito di liberazione siriano in prima linea e il fotografo lì in mezzo a loro. La Somalia dimenticata, il Giappone del post terremoto, le coppie gay del Vietnam, l'Afghanistan e le donne sfregiate dall'acido in Iran.


Ma c'è anche il dramma quotidiano insieme crudele e dolce dell'Alzeheimer in bianco e nero. E poi i migliori scatti di sport (nella foto corsa di tori a Sumatra, di Wei Seng Chen, 1° premio sport in azione), i ritratti in posa e quelli in presa diretta.

Questo e molto altro, fino al 26 maggio, al Museo di Trastevere. 

venerdì 17 maggio 2013

Space Oddity

Il miglior "video clip" della storia. L'astronauta Chris Hadfield che, direttamente dallo spazio, a poche ore dal suo ritorno sulla Terra, canta "Space Oddity" di David Bowie. E il Duca Bianco non poteva che apprezzare, scrivendo su Facebook ''Hallo spaceboy''. Davvero spaziale.


giovedì 25 aprile 2013

"Stay human" da Doha a Mosca

"Restiamo umani. Vita e morte di Vittorio Arrigoni", ovvero la puntata di Crash con il mio documentario su Vittorio Arrigoni, ha fatto il giro del mondo nei giorni scorsi e io non posso che esserne felice.

Quasi contemporaneamente è stato proiettato a Doha, in Qatar, all'interno dell'Aljazeera International Documentary Film Festival - dove è stato nominato per il premio speciale della giuria, nella sezione medium documentary - e a Mosca, al Detective fest, dove invece si è aggiudicato il primo premio nella sezione “Terrorismo. Minaccia per il mondo”.

Al di là dei riconoscimenti, per i quali ringrazio ancora una volta tutte le persone che hanno collaborato a questo progetto, quello che mi fa più piacere è contribuire a far conoscere la storia e soprattutto il messaggio di Vittorio anche fuori dall'Italia.


Arrigoni è abbastanza noto nel mondo arabo e in Qatar molte delle persone che ho incontrato l'avevano sentito nominare almeno una volta. Il mondo poi è davvero piccolo e il caso ha voluto che incontrassi ben due suoi amici. Entrambi si chiamano Mohamed e l'hanno conosciuto uno all'inizio e l'altro alla fine della sua vita a Gaza.

Mohamed il tunisino era sulla barca che nell'agosto del 2008 portò Vittorio per la prima volta nella Striscia - "uno dei giorni più belli della mia vita", lo definì lui - mentre l'altro ha condiviso con lui gli ultimi mesi, soprattutto nei giorni della cosiddetta "primavera" di Gaza.

In entrambi Vittorio ha lasciato un segno indelebile ed entrambi si sono emozionati rivedendolo sullo schermo e raccontandomi, commossi, il "loro" Vik.

Più conosco persone che hanno avuto a che fare con lui e più mi rendo conto di quanto fosse capace, spesso involontariamente, di cambiare o influenzarne in maniera indelebile la vita.

"Succede solo alle anime grandi", mi ha detto uno dei due Mohamed. E continua a farlo.



mercoledì 17 aprile 2013

"La Siria non esiste più"

In questi giorni mi è tornato in mente un episodio di qualche settimana fa...

Nel negozio di tappeti e vetri mediorentiali non ci eravamo finite per caso. "Vieni, vediamo se c'è ancora il ragazzo siriano" mi aveva detto la mia amica tra i vicoli di Trastevere. Nemmeno il tempo di dirle ok che già s'era fiondata tra ciondoli, lampadari e narghilè. Come se non fosse bastato lo spettacolo-pugno nello stomaco sulla Sarajevo assediata. Sindrome da esteri condivisa, domenica pomeriggio inclusa. Bisogno di infilare le dita nella storia, anche quando la storia è lontana o almeno così ti sembra.

"Tu sei siriano, vero?" aveva chiesto al ragazzo del negozio. "La Siria non esiste più, la Siria brucia e tra poco non resterà più nulla". Poche lapidarie parole e soprattutto quello sguardo ad accompagnarle.

Sì e no 25 anni, accento romanesco-mediorientale e occhi iniettati di rabbia-dolore-riprovazione. "Sono state uccise 130 mila persone, 300 mila sono sparite e il mondo non dice nulla. Nessuno fa nulla", ci aveva detto trafiggendoci con quello sguardo triste e diagonale, come a dire "è anche colpa vostra".

Si calcola che dall'inizio del conflitto siano 70 mila le vittime, ma Ibrahim su una cosa non esagera: il silenzio, il silenzio vergognoso che accompagna il massacro che da ormai due anni si sta consumando in Siria.

Testimoniare e fare il giornalista è ogni giorno più rischioso: dall'inizio del conflitto 127 reporter hanno perso la vita.

Nei giorni scorsi in Italia si è parlato molto di Siria, perchè quattro colleghi italiani sono stati protagonisti di un "fermo" prolungato, come è stato definito dalla Farnesina, per distinguerlo da un sequestro vero e proprio.

"Sono andato in Siria per parlare di questa sporca guerra, non sono contento che invece si parli di me. Non è quello che volevo", ha detto Amedeo Ricucci al suo ritorno in Italia, assaltato da telecamere e colleghi.

"Per un giornalista come me, che lavora in tv, tornare a casa senza il 'girato' (vale a dire senza le immagini di quello che si è visto, filmato e vissuto) non può che essere un’umiliazione grande. Una perdita enorme - ha scritto nel suo blog Ricucci -. E’ come se quella storia e quella esperienza non esistessero, visto che non possono essere raccontate con il linguaggio che mi è congeniale, che è quello delle immagini".
 
Sono felicissima che Amedeo - che oltre ad essere un collega è un amico - sia tornato a casa sano e salvo, insieme a Susan Dabbous, Elio Colavolpe e Andrea Vignali. Ma non posso che condividere quel senso di angoscia e frustrazione che ora prova. 

Il dovere di un giornalista è raccontare, esserci, mostrare. Fornire gli strumenti per conoscere, capire e soprattutto agire. E' una grande responsabilità. Direttamente proporzionale allo sguardo di Ibrahim.


lunedì 18 marzo 2013

"Vik Utopia" a Tunisi


Mi fa molto piacere pensare che all'interno della prima edizione delle Journées du Cinéma des Droits et des Libertés di Tunisi ci sarà anche il mio documentario "Vik Utopia. L'omicidio di Vittorio Arrigoni".

La proiezione si terrà a Tunisi domenica 24 marzo alle ore 16

Qui il programma integrale della manifestazione.

lunedì 25 febbraio 2013

Pena ridotta per gli assassini di Vittorio Arrigoni

Ho atteso che anche l'ultima, per nulla sorprendente, sentenza venisse pronunciata dalla Corte militare di Gaza City, prima di scrivere. E oggi, puntuale, è arrivata.

Dopo aver ridotto a 15 anni la pena per Tamer Hasasna e Mohammed Salfiti - inizialmente ritenuti colpevoli dell'omicidio di Vittorio Arrigoni - è stata dimezzata la condanna anche per Khader Jamr, il pompiere che ha fatto da basista al gruppo che il 13 aprile del 2011 ha rapito e poi ucciso nella notte tra il 14 e il 15 aprile il volontario italiano nella Striscia di Gaza.

Jamr era stato inizialmente condannato a 10 anni e ora dovrà scontarne cinque. Secondo l'agenzia di stampa Agi, il legale ha spiegato che la corte ha "derubricato l'accusa da rapimento, con lo scopo di omicidio, a sequestro con il fine di tenerlo in ostaggio".

La settimana scorsa, invece, era stato accolto sempre dalla Corte militare di Gaza l’appello di Salfiti e Hasasna, che si sono visti ridurre la pena dall'ergastolo (più 10 anni di lavori forzati) a 15 anni. "Ora l'accusa è solo quella di rapimento - ha riferito Michele Giorgio su Il manifesto -. Tra buona condotta e ulteriori sconti, in 2-3 anni Hasasna e Salfiti potrebbero tornare in libertà".

Insomma, pare che il presunto gruppo salafita volesse solo rapire Arrigoni e non ucciderlo e che la situazione sia poi sfuggita di mano. Certo a confermare o smentire non saranno gli altri due componenti del gruppo, Abdel Rahman Breizat e Bilal Omari, rimasti uccisi nel blitz delle forze di sicurezza di Hamas.

"Un altro fatto insolito è quello che a chiedere la riduzione della pena per i due condannati sia stato lo stesso procuratore militare che lo scorso settembre aveva invocato e ottenuto l'ergastolo", scrive ancora Giorgio.

Esistono forse nuovi elementi in possesso del procuratore che hanno portato all'allegerimento della pena o si tratta di una normale procedura?

Visto come funziona da noi la giustizia, non possiamo certo muovere molte critiche al sistema giudiziario della Striscia (il processo si è svolto secondo la legge rivoluzionaria criminale introdotta prima di Hamas nel 1979, ndr). Ma questo non toglie, ancora una volta, come ho sottolineato nel mio documentario Vik Utopia. L'omicidio di Vittorio Arrigoni, che sull'intera vicenda - dalla ricostruzione dei fatti alle motivazioni, dall'esistenza dello stesso gruppo fino allo svolgimento del processo - pesino molti, troppi, punti oscuri, che le ultime decisioni non fanno che accrescere.