mercoledì 19 luglio 2017

L’attrezzista dei quadri plastici di Avigliano. Quando gli artigiani diventano artisti


Immaginate un quadro di Caravaggio o di un altro artista del passato prendere letteralmente vita: luci, ombre, colori, oggetti, stoffe, carne, sguardi e posizioni. Succede ogni prima domenica di agosto ad Avigliano, un paese in provincia di Potenza, dove si realizzano i quadri plastici. Rappresentazioni viventi di dipinti, nate a inizio ‘900, ma diventate famose negli ultimi anni. Un successo arrivato fino alla National Gallery di Londra, al quale ha contribuito anche Renato Zaccagnino, titolare di una carpenteria, ma all’occorrenza inventore o figurante, come tutti gli aviglianesi e gli artigiani che realizzano quelle che a loro volta sono delle vere e proprie opere d’arte. 


“La prima volta che ne ho visto uno ero ragazzo e non capivo come si potessero fare. E quando da artigiano mi chiesero di contribuire, mi tremarono le gambe”. Renato Zaccagnino è un appassionato di storia e costumi locali e da otto anni offre il proprio contributo alla tradizione più importante del paese.

I quadri plastici - rigorosamente di oggetto sacro o storico - sfilavano su muli in occasione della festa di San Vito. Poi nel tempo vennero realizzati su palchi fissi e oggi si rappresentano in Piazza Aviglianesi nel mondo. E non è un caso, forse, visto il successo che questi capolavori stanno riscuotendo dal 2013, quando hanno varcato per la prima volta i confini del paese.

“Quell’anno – racconta Zaccagnino – la Proloco, che coordina la manifestazione, accettò la proposta di rappresentare il dipinto Il Perdono di Gesualdo, in occasione delle celebrazioni in onore di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, nel 400° della sua morte. Realizzammo un quadro di sette metri in tempo record di nove giorni”. 

A creare i quadri sono associazioni locali, composte da direttori artistici, scenografi, pittori, tecnici delle luci, truccatori, parrucchieri, falegnami, carpentieri.

“Dobbiamo riprodurre tutto fedelmente, per cui gli abiti devono avere le stesse pieghe e gli stessi tagli del dipinto, il trucco deve rispettare le luci e le ombre, i colori richiamare le pennellate dell’autore – spiega Zaccagnino -. Non sempre quanto rappresentato può essere riprodotto realmente, ci sono posizioni e proporzioni impossibili ed è allora che interviene l’artigiano. Una volta ho costruito una protesi, perché il figurante era trenta centimetri più basso della figura del quadro. Dobbiamo ingegnarci e creare supporti o qualsiasi trucco che ci permetta di essere i più fedeli possibile”. 

“E’ un’impresa collettiva – continua Zaccagnino - espressione della maestria dei nostri artigiani. Ogni quadro plastico è una specie di grande bottega, dove i giovani hanno l’opportunità di apprendere antichi mestieri che un tempo si imparavano proprio nelle botteghe”. 

Nel 2015 i quadri viventi hanno partecipato alla trasmissione Italia’s Got Talent e nel 2016 sono stati a Trafalgar Square, tra gli eventi collaterali della mostra “Beyond Caravaggio”, curata dalla National Gallery di Londra. 

“C’è una frase di san Francesco - conclude Zaccagnino - che amo molto e che dice: ‘Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista’. Ed è proprio quello che facciamo noi: impieghiamo mani, testa e cuore, perché tutto possa emozionare e sorprendere lo spettatore, oltre che noi stessi”.


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Le immagini sono di Claudio Miglionico, Mariassunta Telesca, Antonio Chianese e Salvatore Evangelista.

giovedì 15 giugno 2017

Uno degli ultimi piumai d’Europa. Tre generazioni a contatto col “simbolo del potere”


Cos’hanno in comune le ballerine del Moulin Rouge con le guardie svizzere pontificie? L’alta moda e le drag queen? La regina Maria Antonietta e un capo pellerossa? “Le piume. Perché, che siano sulla testa, nei vestiti o sotto forma di boa, da sempre rappresentano un simbolo naturale di potere”, assicura Duccio Mazzanti. Quarantasei anni, erede di una delle poche imprese artigianali di piumai rimaste in Europa, giunta con lui alla terza generazione.

A dare il via alla Mazzanti Piume, nel 1935, fu la nonna Natalina. “Imparò l’arte in una bottega di Firenze – racconta Duccio – realizzava le decorazioni per i cappelli delle signore: fiori artificiali per l’estate, piume per l’inverno. Sognava un laboratorio tutto suo e poté realizzarlo quando sposò mio nonno, che era un ingegnere meccanico. Lei creava e lui si dava da fare con le macchine”. 

Nel 1964 Natalina muore e subentra il figlio Maurizio. Anche la produzione cambia: diminuiscono i cappelli e compaiono i boa in piume. Sono gli anni ’70 e i clienti sono i grandi locali del cabaret e dello spettacolo, come il Moulin rouge o il Lido di Parigi, ma anche le Maison di alta moda internazionali. Contemporaneamente inizia la produzione di pennacchi militari, compresi quelli delle Guardie Svizzere, che ancora oggi la Mazzanti Piume realizza in maniera rigorosamente artigianale.

“Sono cresciuto tra le piume e ho cercato di sottrarmi al mio destino – scherza Duccio - ma il richiamo è stato più forte”. Dopo la laurea in Economia e Commercio e un periodo negli Stati Uniti, infatti, nel 1996 Mazzanti torna a Firenze e prende le redini dell’impresa, decidendo di concentrarsi sull’alta moda.

“Un tempo mio nonno andava dalle signore a prendere le piume, ora le compriamo in Cina, dove continuano a spennare a mano, e in Sudafrica. Per il resto è cambiato pochissimo: utilizziamo le stesse tecniche artigianali, abbiamo una tintoria interna, sette dipendenti che mi hanno visto nascere e crescere, e un fatturato che si aggira attorno ai 350-400 mila euro”. 

“Dai matrimoni alle sfilate, passando per il cinema o eventi privati, ci troviamo spesso a dover realizzare prodotti quasi impossibili, ad altissima creatività. Sono un risolutore di problemi piumati – scherza Duccio – ma è proprio la flessibilità che ci ha permesso di mantenere nel tempo collaborazioni con le più grandi case di moda o istituzioni”. 

Nel 2005 Duccio ha lanciato il brand Nanà Firenze, dal nome della nonna Natalina, di cui conserva ancora preziose scatole, fonte d’ispirazione per cerchietti e acconciature molto apprezzate da designer e stilisti. 

Tiene workshop e lezioni universitarie in giro per il mondo e ama ospitare giovani creativi: “E’ meraviglioso vedere come i ragazzi sanno reinventare le piume – dice -. Si tratta di un oggetto misterioso e potente. Basti pensare che le prime corone della storia erano fatte di piume ed erano prerogativa maschile. Le donne per molto tempo poterono usarle solo negli spettacoli e ci vollero regine come Maria Antonietta per farle entrare nel guardaroba femminile. Il primo simbolo delle dragqueen sono le piume e in una sfilata non se ne può fare a meno. Sono il simbolo della leggerezza, della magia e di quanto ci sia di più vicino al cielo e alla quintessenza. Di cosa sono fatte le ali degli angeli?”. 

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lunedì 5 giugno 2017

Nella cruna dell'ago


Amo questa foto. L'ho scatta a Leuven, in Belgio, sotto uno dei simboli della città. Un ago gigante che infilza un coleottero, a ricordare il soffitto di un palazzo tempestato di coleotteri dorati.

Ma la vera opera d'arte era per terra. Un bambino che si è andato a infilare nella cruna dell'ago. Mentre tutti guardavano in alto, lui ci ha infilato una mano. Dall'altra parte c'erano altri bambini, ma quando ho scattato se ne erano già andati.

Eppure lui è rimasto lì imperterrito, con la manina tesa e aperta. Come fosse certo che prima o poi qualcuno l'avrebbe presa, tirata o forse stretta.



giovedì 1 giugno 2017

La pasionaria dei balneatori. 15 anni per lo stabilimento ad altissima accessibilità

Il logo che ha scelto per il suo stabilimento balneare è una vela con i colori della pace. “Rappresenta il nostro resistere e il fatto che abbiamo sempre camminato in pace”, dice Danila Corsi. Ci sono voluti quindici anni, infatti, e una storia tutta italiana di lotta contro la burocrazia, perché potesse realizzare il suo obiettivo: uno stabilimento pilota ad altissima accessibilità per l’inclusione lavorativa di ragazzi con disabilità. Un bagno apparentemente come gli altri, ma con tanti piccoli speciali accorgimenti. 

Danila vive da sempre a Martinsicuro, in provincia di Teramo. E’ un’insegnante di musica, vicepreside, e madre di Marta e Francesco. “Quando Francesco, che oggi ha 32 anni, nacque con la sindrome di down – racconta – insieme ad altri genitori fondammo la sezione di Martinsicuro dell’Anffas, l’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale”. 

Nei primi anni ‘90 l’associazione ha un ruolo soprattutto di carattere informativo. Poi nel 1999 decide di costruire qualcosa di concreto e partecipa ad un bando del Ministero degli Affari sociali. “Nel 2000 vincemmo il bando e il Ministero ci erogò un acconto di 26 milioni di lire – spiega Danila -. Ma abbiamo dovuto attendere il 2014 per poter iniziare i lavori e l’agosto del 2015 per inaugurare lo stabilimento pilota Adriatico Handisport 2000, detto anche la Rosa blu”. 

In mezzo quindici anni di autorizzazioni concesse e poi revocate, migliaia di firme raccolte, comunicazioni a mezzo stampa, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. “E’ stata una vera e propria lotta, una campagna di resistenza civile, che abbiamo potuto reggere grazie alle tante competenze dentro l’associazione - continua Danila – ma ce l’abbiamo fatta”. E parla al plurale perché è l’associazione - di cui Danila è la presidente – a gestire lo stabilimento.

Centootto ombrelloni, una sessantina di coperti, nessuna barriera a partire dall’esterno, bagni veramente accessibili e non riadattati, e la possibilità di fare la doccia sulla carrozzina. “Abbiamo delle speciali sedie che camminano anche sulla spiaggia e in acqua. Pedane che arrivano fin sotto l’ombrellone, passerelle mobili e una porzione del bancone del bar ribassata, anche per i lavoratori su sedia a rotelle”. 

Perché alla Rosa blu lavorano anche camerieri, aiuto-cuochi, baristi e aiuto bagnini con disabilità. Ragazzi usciti dall’alberghiero, che qui possono trovare un lavoro o fare uno stage.

Il progetto è stato presentato al Padiglione Italia in occasione di Expo e ha potuto concretizzarsi anche grazie all’aiuto della Fondazione Tercas. “A nemmeno due anni di distanza le cose vanno bene. Abbiamo clienti che arrivano anche da fuori regione e hanno riconfermato per questa stagione. Siamo orgogliosi di quello che abbiamo costruito – conclude Danila – come Anffas e come cittadini. Credo che il progetto sia una risorsa anche da un punto di vista turistico e forse un’occasione di riflessione per tutti”.

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lunedì 22 maggio 2017

Imperdibile Marilyn

Mio padre conobbe mia madre mentre faceva il militare, ma nella valigia al fronte, teneva la foto di un'altra bionda. E se c'è una donna che anche per le donne rappresenta un'icona è lei: Marilyn Monroe.

A Roma è in corso una bella mostra: "Imperdibile Marilyn. Donna, mito, manager". Una mostra che vince la scommessa: per la quantità di materiale esposto e per l'immagine che si vuole - e secondo me, riesce - a dare. Quella, cioè, di una Marilyn tutt'altro che sciocchina e fragile, ma estremamente consapevole e a tratti così emancipata da sembrare femminista.

In mostra ci sono moltissimi oggetti personali, che la star di Hollywood lasciò in eredità al suo insegnante di recitazione e che fino alla fine degli anni '90 sono rimasti chiusi in vecchi scatoloni. Tanto che alcuni abiti sono ammuffiti, ma solo così, forse, sono potute arrivare fino a noi delle autentiche chicche.

Come le ciglia finte, le matite per gli occhi o i bigodini con ancora dei capelli della diva. La maschera rinfrescante per la notte e i collant di seta con la riga firmati Dior.

Ma anche i copioni dei film, le sceneggiature, i libri (tanti e dai titoli tutt'altro che banali), i provini e le foto di scena.

Fino agli splendidi costumi realizzati per lei. A partire dalla seconda versione del celebre vestito di "Quando la moglie è in vacanza". Ribattezzato dal costumista semplicemente "The dress". O quello de "Il principe e la ballerina".

E ancora, tantissime foto, i pesi con cui Marilyn si allenava sulla panca, come i maschi. Spezzoni di film, ma anche la mazza da baseball del suo più grande amore, Joe di Maggio. O una lettera inedita di Arthur Miller.

Scopriamo che Marilyn non era strapagata come altre dive e che volle sedere di persona al tavolo della contrattazione, cosa non usuale per un'attrice. Oppure quello che fece per Ella Fitzgerald, in una personalissima e inedita lotta per i diritti dei neri.

Marilyn che si rimette a studiare quando è già famosa. Marilyn che conosce benissimo il valore del suo corpo e lo usa. Marilyn dalle letture impegnate. Marilyn che incontra la regina Elisabetta e - imperdibile - canta, nel filmato integrale e scrocchiante - la celeberrima "Buon Compleanno, Mister President".

La mostra è costellata di frasi pronunciate dalla diva. Aforismi moderni che forse meglio di tanto altro la raccontano.

"Una delle cose migliori che mi siano capitate è di nascere donna. Così dovrebbe sentirsi tutto il genere femminile".

"Riesco facilmente a stare da sola. Per certe persone invece è impossibile. Io credo che, nella giusta misura, la solitudine aiuti a rilassarti, a ritrovare te stessa".

Ma anche "Una carriera è una cosa meravigliosa, ma non ti può scaldare in una notte fredda".

La mostra ha due soli difetti: è piuttosto cara (14 euro biglietto intero) e le didascalie sono poco visibili. Ma per il resto, per chi ama Marilyn, è davvero imperdibile.


venerdì 28 aprile 2017

La giovane economista che dà una seconda opportunità a donne e tessuti

La parola chiave di questa storia è opportunità. Seconda opportunità. Quella concessa a donne in condizioni difficili, ma anche a tessuti e materiali pregiati non più utilizzati. A intrecciare le due ‘rinascite’, l’intuizione e la caparbietà di Anna Fiscale, 29enne veronese, fondatrice e presidente della Cooperativa sociale Quid. Una realtà che oggi fattura un milione di euro e dà lavoro a 63 dipendenti, il 90% donne. 

“Mi sono laureata in Economia e Commercio e specializzata in Scienze politiche - racconta Fiscale – e tra varie esperienze e offerte di lavoro, ho cercato di strutturare una mia idea. Mi è sempre piaciuto personalizzare capi e accessori, a un certo punto mi sono chiesta ‘perché non farlo con tessuti di rimanenza?’. Questa è una zona di tradizione tessile, con importanti realtà produttive e così, unendo la volontà di fare qualcosa nel territorio e di dare un’opportunità a donne con situazioni difficili, è nato il progetto Quid”.

Nel 2011 Anna, insieme a Ludovico Mantoan, redige un business plan e lo presenta a un imprenditore del gruppo Calzedonia, che non solo lo approva ma, tramite la Fondazione S. Zeno, lo finanzia con 15 mila euro e dà loro accesso alle rimanenze. Nel 2013 nasce Quid, una cooperativa di tipo B, per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. 

“Nel nostro caso si tratta di donne invalide, vittime di tratta, ex prostitute, ex tossicodipendenti o ex detenute – spiega Anna -. Semplicemente sono persone che chiedono di poter avere uguale dignità attraverso il lavoro”. 

Ma Quid è anche business. E sono due le modalità scelte per essere competitivi sul mercato: il co-brandig, ovvero la realizzazione di prodotti etici per aziende affermate - come Calzedonia, Diesel, Natura sì e Altro Consumo – da loro distribuiti con l’etichetta ‘Progetto Quid for’. E una vera e propria linea di vestiti e accessori, interamente disegnata, prodotta e venduta nei cinque negozi di proprietà Quid o in 25 negozi multimarca del Centro Nord. 

“Il 2017 è l’anno in cui vorremmo consolidarci – continua Fiscale –. Nel 2016 abbiamo fatto grossi investimenti in risorse umane e macchinari: abbiamo raddoppiato il numero di dipendenti e vorremmo raddoppiare anche il fatturato, come è stato finora. Per il momento non intendiamo aprire altri punti vendita, ma attraverso l’e-commerce arriviamo ovunque”.

Nel 2015 il premio europeo per l’innovazione sociale tra oltre 1200 progetti, nel 2015 l’invito al Quirinale per l’8 marzo e nel 2016 presenti come unico progetto italiano al Forum mondiale dell’impresa sociale di Hong Kong. “Ma la soddisfazione più grande – ammette Fiscale – è stata quando abbiamo trasformato un contratto da tempo determinato a tempo indeterminato a una delle donne con la storia forse più difficile. Non avrei mai immaginato di avere un lavoro, mi ha detto, né di poter un giorno mantenere la mia famiglia”. 


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sabato 4 marzo 2017

Il pluripremiato maestro costruttore dei carri di Viareggio

Una testa gigante, esplosa, attraversata dal filo spinato. Frammenti di cemento e nazioni. Uomini e donne venuti da lontano e una pedana, con la bandiera europea, che si solleva e li fa scivolare indietro, ai piedi di un muro. Si intitola “Frontiere” ed è il carro che il Maestro costruttore Alessandro Avanzini, 57 anni, ha ideato e realizzato per il Carnevale di Viareggio di quest’anno. Un lavoro che richiede in media sette mesi di tempo e che dal 2006 al 2014 gli ha permesso di non scendere mai dal podio della prima categoria, quella dei carri alti e maestosi come un palazzo. 

Alessandro è figlio d’arte ed è nella bottega-scuola del padre Silvano, che si è formato, dopo il diploma da perito elettrotecnico. Un’esperienza più che trentennale, fatta anche di sculture, scenografie per teatri, parchi divertimento, centri commerciali e mock up pubblicitari. Tutte opere nel segno del gigantismo, che gli sono valse numerosi premi e nel 2014 l’attestato di Maestro artigiano della regione Toscana. 

“Il nostro è un mestiere creativo che lascia una grande libertà, ma che richiede altrettanto impegno. Si lavora anche 220 ore al mese – spiega Avanzini -. Dopo la fase ideativa e di ricerca, realizzo il modello in scala 1:20, in tutto e per tutto uguale all’originale. Poi utilizzo uno scanner 3D e disegno la carpenteria, ovvero lo scheletro del carro. I nostri sono carri in movimento e per i cinematismi mi avvalgo del contributo di un ingegnere. Inoltre, con me lavorano tre dipendenti a tempo determinato, un saldatore, un impiantista, un server per le luci, i generatori e la musica, una sarta e un’insegnante di danza”.

Perché i carri di Viareggio non solo si muovono, ma sono animati da figuranti e ballerini, e un Maestro costruttore pensa anche a musica e coreografie: un vero e proprio deus ex machina, che solidifica i sogni.

“Per realizzare il carro, si partecipa a un capitolato d’appalto della Fondazione Carnevale di Viareggio. Se si viene selezionati, si stipula un contratto d’assegnazione del progetto, che include anche uno spazio in comodato d’uso per un anno. Il valore corrisposto dalla Fondazione, per la prima categoria, tolti i costi fissi e il canone, è di poco superiore a 100 mila euro”.

“Il carro più impegnativo che ho realizzato è stato ‘La rete’ – continua Avanzini – per via della progettazione del ragno gigante. Quello che è entrato più nel cuore delle persone, invece, è stato ‘Migranti’ (entrambi hanno vinto il primo premio, ndr). Lo realizzai nel 2009: da allora non è cambiato nulla, l’Unione Europea gestisce l’immigrazione come un problema emergenziale e non strutturale. ‘Frontiere’ vuole rappresentare proprio quest’inadeguatezza e il rischio di un ritorno a valori pericolosi del passato. I confini ci attraversano anche da dentro”.

Frontiere si conclude con la lettura di una poesia egiziana, in arabo, che esorta a perseguire la pace e l’amore. Il muro-bandiera si riabbassa, gli uomini e le donne possono entrare e iniziano a ballare musiche popolari. “Alla fine ho scelto la speranza”. 


di Anna Maria Selini

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sabato 11 febbraio 2017

L’inventore dell’app che riconosce e racconta i monumenti di tutto il mondo

 E’ cresciuto in provincia di Ravenna, ma ha inventato un’app, Getcoo, che riconosce e racconta i monumenti di tutto il mondo. “Sogno che diventi lo Shazam delle opere d’arte, ma questo è solo l’inizio”, promette Stefano Berti, 39 anni. Perché, se da un lato l’applicazione guarda al mondo della ricezione e dell’organizzazione di eventi, dall’altro strizza già l’occhio a settori come la meccanica, la ricambistica e la documentazione tecnica. Tutto, semplicemente, scattando una foto. 

Berti si diploma all’istituto tecnico e sviluppa una passione, che coltiva da autodidatta, per il mondo dell’informatica. Diventa sistemista e amministratore di rete di varie società, tra cui una multinazionale americana, finché nel 2014 va in visita dal fratello Claudio, che si trova a Chicago per motivi di studio. E lì, in una giornata passata a fare i turisti che si imbattono in un monumento a entrambi sconosciuto. “L’idea è nata così – spiega Berti – ‘quanto sarebbe bello avere un’app che scattando una semplice foto ti raccontasse il monumento che hai davanti’, ci dicemmo”. E dal dire al fare questa volta c’è stato di mezzo il creare: Stefano in pochi mesi inventa un algoritmo che applicato a uno smartphone permette il riconoscimento fotografico di monumenti e opere d’arte.

E così nel 2015 spicca il volo Getcoo. “Il nome deriva da ‘coo’ il verso del piccione in inglese – continua Stefano – perché è come se fosse lui a raccontarti il monumento su cui è posato”. A fondare l’omonima start up sono i due fratelli Berti, che gestiscono la parte informatica, insieme a Roberta Grasso, laureata in Belle Arti, che si occupa dei contenuti e Jona Sbarzaglia, responsabile della parte grafica. Ad oggi sono tre i collaboratori esterni e diversi i premi vinti da Getcoo, tra cui il Premio CNA Cambiamenti per la sezione di Ravenna, Facebook FbStart e un posto da finalisti nel premio europeo EIT Idea Challenge. 

L’app – disponibile sia per Android che Apple - è gratuita e finora conta 282 mila monumenti mappati in tutto il mondo e 530 mila foto scattate. “E’ possibile anche creare una pagina personale, dove si raccolgono tutte le foto scattate con Getcoo – continua Stefano – l’idea è arrivare a realizzare un diario di viaggio, ma l’app è anche per chi offre contenuti”. I veri clienti, infatti, sono gli organizzatori di eventi, i musei, gli enti, i tour operator ma anche gli hotel. Tutti servizi, che gli utenti possono trovare e scegliere sempre attraverso l’app. 

“Il primo anno ci siamo dedicati alla fase di sviluppo. Ora stiamo raccogliendo le adesioni di musei, Comuni ed organizzatori di eventi, ma stiamo già pensando ad ulteriori applicazioni. L’algoritmo si presta ai più svariati settori – conclude Berti – per ora ci stiamo muovendo in quello della meccanica, della ricambistica e della documentazione tecnica”. Il piccione ha appena iniziato a parlare. 

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domenica 8 gennaio 2017

Letizia Battaglia. Per pura passione

"Non ricordo il primo morto. Ricordo tutti gli altri, tanti, ma non il primo. Erano foto concitate, non si sceglieva, si fotografava quello che si poteva. Era una fatica, alla fine ero devastata, ma non usavo il teleobiettivo (che fotografa a distanza). Avevo bisogno di essere vista, sputata in faccia, se serviva. Alla pari con chi era in manette. Certo che c'era la paura, ma alla lunga ti abitui, la accetti".

Ti accoglie così, con un documentario di Sky Arte, assolutamente da non perdere, "Letizia Battaglia. Per pura passione", la mostra che il Maxxi di Roma ha dedicato alla grande fotografa italiana, oggi 81enne.

Nota soprattutto per gli scatti palermitani, negli anni della seconda guerra di mafia, la Battaglia in realtà è stata una reporter a tutto tondo: giornalista, ma anche editrice, regista e autrice teatrale.

"Ho iniziato a 40 anni - racconta nel documentario - quando ho cominciato ad appartenermi". Ovvero quando si separò dal marito, sposato a 16 anni, e si trasferì a Milano, dove iniziò a scrivere e realizzare anche i primi scatti.

Ma il richiamo di Palermo era troppo forte ed è lì, una volta tornata, che la Battaglia scatta le sue foto più famose. "Ero l'unica donna in mezzo a tutti uomini. Dovevi esserci sempre, stare sempre fuori e pronta". Solo così ha potuto realizzare alcune delle immagini più rappresentative della cronaca di quegli anni: dalla foto di Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Sicilia, appena ucciso dalla mafia, tra le braccia del fratello Sergio, oggi presidente della Repubblica, al famoso scatto di Andreotti con il mafioso Nino Salvo, "trovata dalla Direzione Scientifica dell'Antimafia negli archivi della Battaglia - scrivono i curatori - e tra i principali capi d'accusa nel processo contro l'esponente democristiano".

E ancora, lo scatto dell'arresto del boss Leoluca Bagarella, divenuto una vera e propria icona della lotta alla mafia: "quando mi vide lì, mi diede un calcio e caddi - racconta la Battaglia - ma avevo già scattato".

"Mi chiedono perché non abbia fotografato la bellezza di Palermo. Perchè il dolore la sovrastava", racconta ancora la reporter, che in realtà scattò delle bellissime immagini anche non cruente - ma comunque dal sapore amaro - di gente comune, feste borghesi, processioni, funerali, matrimoni e soprattutto bambine.

"Tremavo quando fotografavo le bambine". Bambine povere, dagli sguardi di donne stanche, provate. Come la splendida bambina col pallone, forse la sua foto più famosa. "Dopo vent'anni sono tornata a cercarla, ma non l'ho trovata. Forse è stato meglio così, non immaginavo un bel futuro per lei".

"A un certo punto, dopo tanti morti, non sopportavo più i miei negativi. La notte sognavo di bruciarli, ma non potevo farlo. Per questo ho rielaborato alcuni scatti. Avevo la necessità di distruggere il significato di certe foto e allora gliene ho messo davanti uno nuovo: il pube di una donna. Dovevo togliermi questi dolori e allora li ho ricomposti e ri-fotografati nell'acqua. Perchè l'acqua lava".

Al Maxxi di Roma fino al 17 aprile.

lunedì 19 dicembre 2016

L’inventore della mano che aiuta i sordociechi a comunicare

Chissà, se Nicholas Caporusso non avesse svolto il servizio civile in centri per disabili, cosa si sarebbe inventato? E viene naturale chiederselo, visto che da quell’esperienza, a soli 23 anni, ha tratto ispirazione per DBGlobe, il guanto che aiuta i sordociechi a comunicare, appena terminato di sperimentare col governo inglese, che gli è valso il Premio Cambiamenti - organizzato dalla CNA in occasione del suo 70° anniversario - come miglior start up Innovativa e Tecnologica italiana.

Caporusso, oggi 35enne, nasce e cresce a Bari ed è lì che si laurea in Informatica. Ma è a Lucca, presso l’IMT, che svolge il dottorato in Ingegneria Informatica e a Santa Clara, in California, che studia business. Terminati gli studi, Nicolas non resta con le mani in mano e fonda, insieme ad una trentina di persone, una start up no profit, Qiris, ovvero Qualità, Innovazione, Ricerca, Istruzione e Sicurezza. Parole spesso vuote, ma non per lui.

“Qiris è nata per sostenere l’innovazione e l’imprenditoria giovanile – spiega - aiutando le start up a farsi conoscere e intercettare potenziali finanziamenti. Nel 2012-2013, per esempio, abbiamo organizzato la più grande maratona di sviluppo di App in Italia, abbiamo sostenuto 35 start up, e favorito collaborazioni con diverse realtà come la Fiera del Levante”.

Ma è nel 2013 che nasce DBGlobe, il guanto che ha portato a Nicolas e alla sua start up, Intact, di cui è fondatore insieme a Gianluca Lattanzi, numerosi e prestigiosi riconoscimenti, fino ad essere annoverato dalla MIT Technology Review tra i dieci innovatori italiani under 35.

“L’idea è nata nel 2004 – racconta– ma è rimasta nel cassetto fino al termine dei miei studi, quando ha ottenuto un primo finanziamento dalla Camera di Commercio di Bari. Durante il servizio civile e il volontariato sono entrato in contatto con diversi disabili e ho notato che quelli che più di tutti avevano difficoltà a comunicare con gli altri erano i sordociechi, che hanno un loro linguaggio, che non tutti conoscono. DBGlobe è una sorta di tastiera smontata e rimontata sulla mano – continua -. Su ogni falange c’è un tasto che corrisponde a una lettera. Toccandoli si può scrivere o inviare un messaggio su una tastiera e uno smarthphone. Viceversa, quando si riceve un messaggio, il dispositivo farà sì che le lettere si trasformino in vibrazioni sulle corrispondenti falangi della mano”.

Nel 2015 Nicholas si trasferisce a Berlino per “dare a DBGlobe la possibilità di essere da subito un’impresa internazionale”. Lì accede a due programmi di accelerazione che gli permettono di avviare collaborazioni con partner del calibro di Google e Samsung e di avviare la produzione con due imprese finlandesi. Ma è in Inghilterra che arriva la svolta.

“Abbiamo appena terminato la sperimentazione col Governo inglese e con la più grande organizzazione inglese che si occupa di sordociechi. Prima di avviare la produzione dobbiamo raccogliere dati di mercato, per poter dar vita ad un’economia di scala e rendere il prezzo accessibile. Nel 2017 – continua Caporusso – andremo negli Stati Uniti per raccogliere potenziali collaborazioni con il governo e le associazioni”.

E in Italia? “In Italia ci sono quasi 200 mila sordociechi, ma al momento non siamo riusciti a incontrare nessun rappresentante governativo. Abbiamo una collaborazione, che speriamo di intensificare, con la Lega del Filo d’oro. DBGlobe non sostituisce le persone, ma offre ai sordociechi una modalità nuova e più semplice di interagire. Il senso della tecnologia, per me, è creare questo sviluppo”.


di Anna Maria Selini

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lunedì 28 novembre 2016

L’architetto che ha ricostruito in 3D il soffitto del tempio di Palmira distrutto dall’Isis

Ha letteralmente ridato vita ad un monumento entrato due volte nella storia: prima per la sua bellezza e poi per la furia esplosiva con cui è stato distrutto, nell’estate del 2015, dai militanti del sedicente Stato Islamico. Ma il soffitto del Tempio di Bel di Palmira, in Siria, è soltanto l’ultima delle ricostruzioni in 3D realizzate da Matteo Fabbri, 41 anni, socio di un’impresa di architetti specializzati nell’applicazione delle nuove tecnologie ai Beni culturali. “Purtroppo, come abbiamo visto anche con i recenti eventi sismici, le opere d’arte non possono essere completamente messe in sicurezza – spiega -. Per non perdere tracce importanti del nostro patrimonio, servirebbe un piano nazionale di mappatura. La tecnologia oggi ci permette di restaurare, conservare e vivere esperienze di realtà aumentata finora inedite”.

Matteo Fabbri si laurea in Architettura all’Università di Ferrara e, sempre lì, ottiene un assegno di ricerca in nuove tecnologie applicate ai beni culturali. Ma nel 2007, come molti giovani talentuosi, si sente dire che sono terminati i fondi e che deve cercarsi degli sponsor: a quel punto decide di fare il grande salto e diventa imprenditore. Già da un paio d’anni, con due soci, ha avviato un’attività, sulla falsariga di quanto appreso all’università. Ma è nel 2011 che la Tryeco diventa una srl, di cui oggi Fabbri è legale rappresentante e responsabile dei processi di scansione laser.

“Dobbiamo dire grazie a quello che allora era l’unico importatore italiano di stampanti 3D – racconta –. Per sei mesi ce ne ha prestata una. ‘Se tra sei mesi avrete guadagnato abbastanza, ci disse, me la ripagherete’. E così è stato”.

Da allora la Tryeco ha realizzato numerosi e prestigiosi progetti. Tra questi, il modello fisico dell’interno della Madonna di Pietranico utilizzato per la ricollocazione dei frammenti della statua danneggiata dal terremoto dell’Aquila del 2009; la riproduzione di alcune Steli rinvenute durante i lavori del Novi Ark di Modena ; quella dell'Iscrizione sull'Acquedotto Romano di Pont d'Ael di Ayavilles presso Aosta e quella di 16 opere del Museo Egizio di Torino, in occasione della riapertura, utilizzate per installazioni itineranti in varie zone della città.

Tra un’opera d’arte e l’altra, la Tryeco realizza anche modelli architettonici, scansioni laser, modelli digitali tridimensionali, oggetti di design e prodotti consumer (come Meepster, la propria minicaricatura in stampa 3D), ma la “soddisfazione maggiore” – ammette Matteo – si chiama Palmira.

“La ricostruzione del soffitto del tempio di Bel ci ha richiesto un lavoro di sette mesi e un impegno, soltanto per la nostra impresa, di sette persone. Solitamente la prima fase è la scansione dell’originale - continua - ma in questo caso, essendo andato distrutto, abbiamo utilizzato foto e rilievi bidimensionali ottocenteschi, coordinandoci con un team di archeologi. Una volta realizzato il modello, visto che si trattava della resa iniziale del tempio, così come era appena costruito, è intervenuto uno scenografo per ‘invecchiarlo’ e renderlo esattamente come prima dell’esplosione”.

Oggi la ricostruzione 1:1 del soffitto del Tempio di Bel di Palmira - insieme al Toro di Nimrud e alla sala dell’archivio di Stato del Palazzo di Ebla – fa parte della mostra “Rinascere dalle distruzioni”, esposta fino all’11 dicembre 2016 al Colosseo. Ad inaugurarla c’erano il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i Ministri Gentiloni, Franceschini e naturalmente Matteo Fabbri, insieme ai soci e ai collaboratori che hanno permesso di far rinascere, grazie alla tecnologia, la storia.

di Anna Maria Selini

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lunedì 7 novembre 2016

L’ex manager che salva le imprese confiscate e sequestrate alla criminalità

Dopo una laurea in Fisica e una vita da manager, per Paola Pastorino, oggi 61enne, è arrivata finalmente la pensione. Ma, invece, di dedicarsi a viaggi e meritato riposo, insieme ad altri ex manager, selezionati e formati dal Ministero dell’Interno, ha fondato un’associazione, che aiuta le imprese confiscate e sequestrate alla criminalità. “Perché dietro alle aziende ci sono lavoratori, vite e ricchezze – dice - che si possono salvare”.

“Dopo la laurea ho sempre lavorato nel mondo dell’Hi-tech, fino al 2011 – racconta – alternando una carriera tecnica e di ricerca in imprese come l’Olivetti, ad un ruolo manageriale nel marketing per imprese straniere. Ma sono sempre stata sensibile al mondo del sociale e così, nel 2013, una volta in pensione, ho aderito ad un programma formativo organizzato dall’Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, voluto dall’allora Ministro dell’interno, Roberto Maroni. Era un corso rivolto a manager con un’esperienza significativa di almeno 10 anni - continua Pastorino - e io sono rientrata tra i 60 selezionati. E’ stato analizzato il nostro profilo e la fedina penale fino a tre generazioni prima della mia. L’obiettivo, fin da subito, infatti, era quello di selezionare persone da affiancare alle figure previste per legge, per gestire da un punto di vista manageriale le aziende confiscate e sequestrate alla criminalità. Il 99%, infatti, finiscono in liquidazione, con relativa perdita di lavoro e ricchezza”.
Così una volta terminato il corso, Pastorino e una quarantina di colleghi danno vita a “Manager white list”, un’associazione no profit, di cui Paola è presidente, che mette in pratica quando appreso. “E’ stato interessante acquisire conoscenze e punti di vista molto diversi da quelli manageriali – spiega – da quelli del magistrato a quelli del mafioso. Noi interveniamo dove ci sono già un amministratore giudiziario e un giudice delegato, che naturalmente hanno altre competenze e obiettivi, e in team con loro cerchiamo di gestire al meglio la situazione dell’impresa. In quanto manager dobbiamo avere una visione strategica, che significa realizzare un business plan, per ottenere un profitto, che sia però sostenibile, trasparente ed etico”.

In due anni sono circa 110 le imprese di cui si è occupata l’associazione, oltre che numerosi beni sequestrati. “Naturalmente non tutte le imprese si possono salvare e molto spesso si tratta di scatole cinesi o coperture per lavare denaro sporco – continua Pastorino -. Noi interveniamo soprattutto in imprese che erano in crisi e che hanno chiesto prestiti che poi non hanno potuto onorare, visti i tassi da usura applicati, e che cedendo quote azionarie in cambio, hanno di fatto perso il controllo dell’attività”.

“Per ora operiamo soprattutto in Lombardia, ma siamo presenti anche in Veneto, Lazio, Liguria e in Sicilia. Il nostro obiettivo è rafforzarci ulteriormente, ma occorre avere un’esperienza manageriale di almeno dieci anni e seguire il corso di formazione realizzato da docenti universitari che compongono il nostro Comitato di qualificazione. Il nostro Statuto è, e deve essere, stringente”.

di Anna Maria Selini

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venerdì 9 settembre 2016

La barista di Grisciano. “Il mio bar resistito al terremoto, ora chiuso ingiustamente”

Agata e il terremoto. Agata e una vita, generazione dopo generazione, dedicata al bar e alla gente di Grisciano, una delle frazioni di Accumoli colpite dal sisma del 24 agosto scorso. “Ho ‘sposato’ più giovani di Grisciano e dintorni di chiunque altro – riesce nonostante tutto a ironizzare, Agata Fidanza, 55 anni –. Il mio bar ‘Pinguino’ è da sempre un luogo di aggregazione, in questo momento in cui siamo disperati, l’unico. Peccato che nonostante sia agibile (la struttura di legno ha tenuto perfettamente, ndr) mi abbiano costretta a chiuderlo – denuncia -. Un danno per me e per l’intera comunità”.


La notte del 24 agosto, Agata, come tutti gli abitanti della zona, è stata svegliata dal “mostro”, il terremoto di magnitudo 6.0 che ha colpito l’Italia centrale, provocando la morte di 290 persone, 240 delle quali tra Amatrice e Accumoli. 

“Per fortuna la mia famiglia non ha avuto vittime, ma la mia casa è inagibile e da allora dormiamo in tenda – racconta -. A non aver subito danni, se non bottiglie e bicchieri rotti, è stato il mio bar, che è stato costruito in legno alla fine degli anni ’80 e gode di un parcheggio e uno spazio esterno molto ampio, tanto che ora l’ho messo a disposizione della Croce Rossa”.

Il ‘Pinguino’ sembra una grande baita, con tanto di biliardino, ping pong e tavoli nel cortile. Più che un bar, da sempre è un centro di aggregazione, assicura chi lo conosce. Tanto che è qui che si è organizzato il primo pranzo dopo il terremoto. “La mattina, dopo che ci eravamo contati tutti – ricorda Agata – abbiamo preparato 150 pasti, praticamente per l’intera frazione. Noi abbiamo messo la pasta, chi il sugo, chi il resto. Giravamo per il paese con una carriola distribuendo pasta al ragù”.

Ma se nei giorni dell’emergenza il ‘Pinguino’ non si è mai fermato, da pochi giorni è chiuso. “L’hanno transennato nottetempo – spiega Agata – mi hanno avvertito all’una di notte, per via del palazzo accanto, pericolante. E’ assurdo – denuncia – preferiscono chiudere l’unico bar aperto (l’altro è sotto le macerie), piuttosto che mettere in sicurezza un palazzo”.

E se da un lato ci sono i tempi tecnici e le lungaggini burocratiche, dall’altro c’è una donna che nella vita “non ha fatto altro che lavorare e far svagare le persone”. “Per quel che mi riguarda, il danno è più morale che economico. Io sono abituata a lavorare 14 ore al giorno e senza fare niente non ci so proprio stare – conclude Agata – ma non è solo per me: in questo momento siamo un paese di disperati che ha bisogno di normalità”.

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sabato 27 agosto 2016

Il poster di Amatrice

Nell'ultimo autogrill prima di Amatrice campeggia un poster che ora suona beffardo: 20 agosto, “Siamo tutti aquilani”. Conversazione storica per celebrare “un legame mai spezzato” tra l’Aquila e Amatrice. Un legame che - dopo il terremoto che ha colpito il 24 agosto l’Italia centrale, come l’Abruzzo nel 2009 – sa di dolore duplicato e condiviso.

Il tempo ad Amatrice sembra essere scandito anche dai terremoti e l’Aquila è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Qui tutti lo citano e ricordano, insieme a quello del 1979 e del 1997.

Il nonno di Lucia, di Civita di Cascia, per esempio, ricorda bene il ’79, quando “tutto venne giù”. E’ stato grazie alla ricostruzione successiva che oggi Civita, a pochi chilometri dall'epicentro del 24 agosto, è rimasta intatta. Forse meno bella e turistica, ma salva, con i suoi abitanti.

Ad Amatrice la strada è chiusa e per arrivare ai campi sportivi, dove è stata allestita una tendopoli, occorre passare da Campotosto, allungando il tragitto, normalmente di pochi chilometri, di decine e decine.

Vista da sotto, Amatrice sembra sia stata presa e appoggiata sul cucuzzolo della montagna da una mano gigante. Come fosse troppo grande per quel piccolo spazio e ora stesse scivolando giù, a scaglie, casa per casa, sciogliendosi sotto il sole rovente.

A guardare in alto, senza più lacrime e parole, ci sono alcuni parenti delle vittime. Sono venuti da Accumoli per il riconoscimento, ma per via della strada interrotta nemmeno loro possono raggiungere il luogo dove sono state riunite le salme. C’è chi ha estratto dalle macerie la moglie e la sorella morte, e chi avrebbe dovuto rivedere il fratello dopo due mesi di lontananza.

Sopra di noi c’è l’hotel Roma. “Stanno ancora scavando” ci dice Gianni, il cugino del proprietario. “L’hanno estratto vivo dalle macerie , ora è ricoverato, insieme alla moglie e al figlio. Non so quante persone ci fossero – continua – questi sono i giorni in cui il paese si riempie per la sagra della Amatriciana”. Doveva essere la cinquantesima edizione.

“Speriamo che i turisti non ci abbondino. Qui viviamo di turismo”, dice preoccupata la giovane proprietaria di un negozio di prodotti tipici di Norcia. “Io ho avuto solo bottiglie di vino rotte e scaffali rovesciati, niente a che vedere con chi ha perso qualcuno, ma la paura è stata davvero tanta”.

“Mia madre, invece, dovrà chiudere. Aveva un negozio di bomboniere e cristalleria, è rimasta solo polvere”, le fa eco la barista del locale accanto.

A Norcia non ci sono stati morti e si sono registrati pochi danni, frutto anche qui di una ricostruzione antisismica attenta dopo i precedenti terremoti. Ma basta spostarsi nella frazione di Castelluccio e di San Pellegrino per contare sfollati e crolli.

Attraversando queste valli, tempestate di piccoli borghi antichi, proprio come Amatrice, se ne respira il fascino e insieme la fragilità. Tutti qui sanno di vivere in una zona a sismicità uno, la più elevata, e chi può ha rinforzato e costruito la propria casa secondo criteri di resistenza. Ma si può conciliare la conservazione dei beni culturali e storici con la tenuta antisismica? 

“Qui a Norcia lo abbiamo fatto. Utilizziamo lo stesso metodo dei giapponesi, cuscinetti di gomma e acciaio. Abbiamo una scuola regionale specializzata in questo – spiega Paolo Mancinelli, il coordinatore del COM (Centro Operativo Misto) di Norcia - . E’ solo questione di soldi. La prevenzione, quella vera, costa”.