lunedì 18 gennaio 2016

Sotto le stelle di Uluru

E’ una Monument Valley australiana quella che tutti conoscono con il nome di Ayers Rock. In realtà il vero nome, quello aborigeno, è Uluru, il famoso monolite che cambia colore in base alla luce del sole. Principalmente rosso, il rosso mattone tipico del deserto australiano, a causa dell'alta percentuale di ferro, diventa ocra, bronzo o violaceo a seconda dell'ora e della stagione.

Tra i siti dichiarati Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’Unesco, Uluru è una sorta di gigantesco iceberg roccioso. E’ alto 380 metri, ma ben 7 chilometri sono sotto la superficie terrestre. Tanto che qualcuno si è spinto a ipotizzare che si tratti di un antichissimo satellite caduto e conficcatosi nel suolo terrestre.

Per i turisti una foto di rito, per gli aborigeni molto di più. Un luogo sacro. Un mito fondante. Uno dei racconti del Dreaming, il Tempo del sogno, quando per loro tutto ebbe inizio.

Ho scoperto il Dreaming grazie al mio compagno di viaggio Bruce Chatwin. Ne Le vie dei canti, infatti, spiega e ripercorre la mitologia aborigena.

Gli aborigeni sono tra i popoli indigeni più antichi della terra: la abitano da oltre 40 mila anni. Quel che ne resta oggi è purtroppo il risultato di anni di soprusi coloniali, mancata integrazione e scelte politiche non sempre adeguate. Ma questo è un altro discorso.

Tornando al Dreaming, si narra che in quel tempo gli antenati (creature ancestrali sia uomini che animali) crearono le cose, semplicemente nominandole. Prima di allora il mondo non esisteva, o meglio era un insieme confuso di elementi: è con la parola, il racconto, che tutto ha preso vita. E raccontare ancora oggi quelle storie significa tramandare più della propria cultura, bensì l'essenza stessa dell’universo.

Amo l'idea che la creazione coincida con il viaggio e il racconto.

I miti del Tempo del sogno sono tramandati ancora oggi in forma di canti: ogni canto racconta il viaggio di scoperta degli antenati attraverso il mondo e la loro opera di 'creazione'. La cosa straordinaria è che ogni canto è una vera e propria mappa, valida ancora oggi per muoversi attraverso l'Australia. Nel canto ci sono riferimenti ai luoghi sacri (ex. Uluru) per ogni tribù, la storia della loro nascita e il cammino per raggiungerli. I canti sono tramandati e custoditi gelosamente dagli aborigeni, che ci rivelano e consentono di visitare o fotografare solo una parte dei loro luoghi sacri.

Tra questi, Uluru è il 'monumento' per eccellenza, un insieme di miti e luoghi creati dagli antenati durante il loro viaggio di scoperta e creazione, lungo il quale lasciarono numerose tracce del loro passaggio. Per esempio, secondo il mito, Tatji, la Lucertola Rossa, giunse a Uluru e lanciò il suo boomerang (kali) che si piantò nella roccia. Tatji scavò nella terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi sulla superficie della roccia, tuttora visibili. Non avendolo trovato, morì in una caverna: i grossi macigni che vi si trovano oggi sono i resti del suo corpo. E così molte altre storie a spiegare le caratteristiche del gigantesco monolite.

Quello che per noi è una semplice roccia, insomma, per gli aborigeni può avere un significato enorme. Monumenti sacri naturali, che meritano il loro e il nostro rispetto.  Tanto che nella costruzione della ferrovia che attraversa da Sud a Nord l’Australia – racconta Chatwin – il governo e la compagnia che doveva decidere l’itinerario ha consultato gli aborigeni per preservarne i luoghi sacri. Uno dei pochi accorgimenti dedicati dai vecchi governi australiani alla popolazione indigena.

Anche per questo, il passaggio di proprietà di Uluru dal governo australiano ai legittimi proprietari ha segnato una tappa fondamentale nella lotta per il riconoscimento dei diritti degli aborigeni. Nel 1985 l’Uluru-Kata Tjuta National Park è stato restituito alla comunità locale degli Anangu che ora possiedono l'intera zona e la amministrano con l'ente governativo federale.

Gli Anangu hanno richiesto più volte che i turisti non scalino Uluru, nel rispetto del luogo sacro e anche per questioni di sicurezza. Ma c'è chi continua a farlo.

Io ho preferito cenare sotto le stelle di Uluru, un'esperienza meravigliosa, perché gli astri dell'emisfero australe non sono gli stessi che vediamo in quello boreale. Ed esattamente come i sogni aborigeni, anche le stelle dall'altra parte del mondo raccontano di miti e leggende a noi sconosciute.


martedì 12 gennaio 2016

Kangaroo island

Calma e silenzio. Lentezza. Spazio. Natura. Con la N maiuscola. Perché nella terza isola più grande dell'Australia, nei territori del Sud, è lei, la Madre di tutte le madri, a farla prepotentemente da padrona. Con le sue piante gigantesche, le distese interminabili di foreste in cui si inseriscono rispettose le poche strade che le attraversano e soprattutto loro, gli animali: protetti, selvaggi, liberi.

L'isola dei canguri, dei leoni marini, dei koala, dei wollabee. Se ovunque puo' succedere di incontrarli, qui e' doveroso, magico, vero.

I koala non si abbracciano, come allo zoo di Cairns, uno dei pochi dove è permesso farlo (secondo il sito sono solo 8 i posti al mondo dove è possibile) e dove l'ho fatto per 20 dollari e poca soddisfazione. Qui si incontrano, si osservano, al massimo a piccola distanza. Siamo noi gli estranei e loro i padroni di casa. Sospettano, ringhiano, graffiano. Ed emozionano nel loro autentico stato.

Ho visto koala abbracciati ad alberi altissimi, ho visto una madre con un cucciolo, due peluche viventi, ho sentito un animale ringhiare ferocemente e ho scoperto stupita essere il 'tenero' marsupiale che difendeva il proprio spazio.

Ho sottovalutato il 'nulla' di Kangaroo island. Uno stato primordiale difficile da gestire per noi uomini 'civilizzati'. A tratti l'ho odiato, ma una volta partita, tornata sulla terra ferma e poi da li' in Europa, ho capito di averlo amato.

Se chiudo gli occhi vedo il mare verde di foreste che abbiamo attraversato, i gusci di rocce vulcaniche su cui ci siamo arrampicati, a picco sull'oceano arrabbiato.
Rimpiango la calma australe e quel silenzio così forte da rendere eterno il mio primo e ultimo tramonto sulla spiaggia di Adelaide.

Hasta siempre Australia.

martedì 5 gennaio 2016

Bondi (beach)

Innanzi tutto si pronuncia Bondai non Bondi. Se aggiungi beach poi si capisce subito che vieni da fuori (fosse solo per quello) e, last but not least: è vero, devi venire qui per vedere gli uomini più belli di Sydney.

Bondi beach è la spiaggia dei surfisti per antonomasia in Australia e si dice che qui siano abbronzati, muscolosi e silenziosi. Una sorta di asceti del mare. E allora io, tenendo fede al mio spirito giornalistico un po' in letargo, sono venuta "sul campo" a verificare.

In realtà speravo di farmi tre giorni di relax al sole e naturalmente diluvia. Smetterà esattamente il giorno in cui sarò sul mio sesto aereo. La solita Lucky one.

Ma visto che il tempo bisogna impegnarlo - dopo lo shopping compulsivo, il massaggio thai con la tipa che ti sale letteralmente sulla schiena e tu ti senti sempre più Bridget Jones, il nail care che qui tutte hanno le unghie con gli strass e tu sì, un semplice trasparente, grazie - mi sono dilettata con il Surferswatching. Per dirla in bergamasco, con le parole del mio amico Mark, osservazione di 'bei omen', alias bei ragazzi che fanno surf.

Per la cronaca, sono effettivamente belli, abbronzati, muscolosi e silenziosi. Abituati a essere fotografati passano incuranti, di fronte a turisti e bambini che li guardano (un po' come i turisti) affascinati. E' bello vederli prepararsi concentrati e sgusciare in acqua come un pesce che riprende la scia.

Che se non fosse per quelle onde alte due piani, l'oceano ghiacciato e gli squali bianchi che a Sydney sono di casa, ti verrebbe proprio voglia di imitarli.

E invece resti lì, sotto la pioggia che ha svuotato la spiaggia, a fissare l'oceano e la sua potenza, anche tu avvolta in un magico, indimenticabile, silenzio.



venerdì 1 gennaio 2016

Happy new year from Sydney!

Mille Auguri! Di serenità interiore, quella che ti fa sentire capace di affrontare ogni sfida, dubbio, paura. Di passione, qualsiasi essa sia, basta che ci muova. Di coraggio, per inseguire sogni e obiettivi. Di rispetto e comprensione, perché ne abbiamo tutti un gran bisogno.

lunedì 28 dicembre 2015

Frankland Islands. Finalmente sola sull'isola deserta


Chi non l'ha sognato almeno una volta nella vita di rifugiarsi (scappare) su un'isola deserta? A Frankland Islands c'è l'imbarazzo della scelta. Nel parco marino protetto vicino a Cairns, nel nord-est dell'Australia, tutte le isolette sono disabitate e prive di qualsiasi struttura. Niente bagno, bar, lettini o ombrelloni: solo una tettoia con un tavolo di legno e una barca che fa la spola, con a bordo una biologa marina, italiana, Alessandra.

Di Pescara, una laurea nelle Marche, un master in Australia, con l'università che alla fine le ha proposto di rimanere e le ha fatto da sponsor per l'ottenimento del visto.

Alessandra è specializzata in coralli e quindi cosa poteva desiderare di più che lavorare sulla Grande Barriera Corallina?

"Sapevo che me ne sarei andata, visto quello per cui ho studiato. Qui si sta bene. Le competenze vengono riconosciute, gli stipendi sono elevati. Non credo di tornare, qui mi posso permettere uno stile di vita che in Italia mi sognerei".

Il parco marino ha stabilito che ogni escursione venga guidata da un biologo e quindi Alessandra accompagna i turisti, anche a fare snorkelling, alla scoperta di pesci e coralli, di cui si occupa quotidianamente."Se un corallo è danneggiato lo preleviamo, curiamo e rimpiantiamo".

Abbiamo nuotato fianco a fianco (le stavo praticamente appiccicata), per fortuna, senza imbatterci in squali e soprattutto meduse. Questo è il periodo delle jellyfish dai tentacoli trasparenti, la cubomedusa e una medusa piccolissima praticamente impossibile da vedere, capace di paralizzare e uccidere in mezz'ora un uomo. Per questo ci si immerge con una muta che copre anche le mani.

Meglio non tentare troppo la sorte allora e mentre gli altri se ne sono andati a fare un altro po' di snorkelling, per mezz'ora ho provato l'ebbrezza dello star sola su un'isola deserta. Wonderful. Per mezz'ora.


venerdì 25 dicembre 2015

Looking for a Koala

Mi è venuto il torcicollo e sono pure un po' strabica ormai a forza di guardare sulla cima di tutti gli eucaliptus che incontro. Ma niente, nada, nothing. Di koala manco l'ombra.

Confesso: è fin da bambina che sogno di abbracciarne uno. Ognuno ha le sue perversioni. E non dico che me ne sono venuta qui, a 21 ore di volo, solo per quello, ma ci andiamo vicino insomma. Informata poi, pensavo di esserlo.

So che i simpatici marsupiali sono solo dei finti teneroni. Che si ritrovano degli artigli che sfoderano lentamente solo perchè sono perennemente addormentati. O meglio narcotizzati. Masticare foglie di eucaliptus, il loro unico nutrimento, infatti, è come fumarsi una canna dietro l'altra (per gli uomini sono velenose eh) e quindi sì, i koala sono dei drogati.

Un'altra curiosità riguarda le feci, ovvero la cacca dei koala: mangiando solo eucaliptus evacuano eucaliptus essiccato, che quindi profuma.

Insomma sono preparata, anche se confesso non immaginavo fosse così difficile avvistarli. D'accordo, non me li aspettavo su ogni albero delle città e sono arrivata da poco, ma speravo che almeno una palla di pelo da qualche parte la potessi vedere. 

"E' molto difficile - mi ha detto una guida - vivono nell'interno (la vegetazione è fittissima) e comunque qui non li potresti prendere. E' illegale abbracciarli".

Stai a vedere che mi arrestano per abbraccio improprio di Koala adesso. Ma c'è poco da scherzare. E' un animale protetto e ogni Stato ha una sua legislazione a riguardo. Nello Stato di Vittoria (Melbourne) dunque è vietato. In Queesland, zona della Grande Barriera Corallina, per fortuna no. E io sto andando proprio lì.

giovedì 24 dicembre 2015

Lost in Hong Kong

Bella, bella, bella. E non me l'aspettavo. Se siete diretti in Australia, consiglio vivamente di fare un pit stop a Hong Kong. Io ci sono stata tre giorni e due notti e ne è proprio valsa la pena. Se potete, fermatevi anche un paio di giorni in più.

Quel poco che ho visto mi è sembrato un bel connubio tra modernità e tradizione. Ovunque ci sono grattacieli, ma poi scopri che le impalcature sono ancora di bambù e che anche i grandi architetti si sono piegati al feng shui.

Diversi grattacieli infatti hanno dei veri e propri "buchi" o piani interi mancanti, contro i tornado sempre più frequenti, ma anche x questioni di energia vitale. 

Fatevi un giro tra i pescatori che ancora vivono sulle loro barche, anche se la maggior parte ormai le utilizza solo x i turisti. Ne sono rimasti tremila che vivono e lavorano in acqua.

"Hong Kong, fino al 1997 colonia inglese ma ai piedi della Cina, è sempre stata un'isola di spie", mi spiega la guida, forse per questo è uno dei set preferiti di 007. 

Dalla barca-ristorante Jumbo, del magnate dei casino di Macao, agli hotel di Central e Koloon. Sembra di vederlo James Bond che sorseggia un (Vesper) Martini nel bar a luci rosse soffuse del Peninsula. 

Nathan road, in pieno centro di Koloon - l'estremità peninsulare sotto la Cina di fronte all'isola di Hong Kong, dove vivono per lo più cinesi - è un susseguirsi di gioiellerie. 

Si tratta ancora oggi di una delle industrie più importanti di Hong Kong, che è un porto franco cinese, dove però i prodotti non sono "tarocchi - precisa la guida - il nostro design è originale e raffinato". Tanto che i cinesi, non solo per questioni di tasse, vengono a comprare qui.

Ta le gioiellerie e i negozi tecnologici di Koloon trovano spazio le erboristerie tradizionali. Niente a che vedere con le nostre, sono piuttosto delle farmacie o dei veri e propri studi medici, dove ci si cura con le piante, i massaggi e l'agopuntura. 

Non si rinuncia alla tradizione, soprattutto quando porta benefici, insomma.


Eleganti, competitivi, sportivi ed estremamente educati, gli abitanti di Hong Kong rivendicano spesso il loro essere un "po' inglesi". Dal 1997 sono tornati alla Cina, ma restano una regione ad amministrazione speciale (SAR). In tutti i sensi. 



lunedì 21 dicembre 2015

Io viaggio da sola

E' come ascoltare la tua canzone preferita a tutto volume, dimenandoti tarantolata davanti allo specchio. Scena cult di "Io ballo da sola" del grandissimo Bernardo Bertolucci.

Io, invece, viaggio da sola.

"Da sola in Australia?" E' stato il commento più gettonato degli ultimi tempi. Tra lo stupito e il disapprovante. Facendomi sentire una sorta di aliena(ta), disadattata, asociale, stramba, "che se poi ti capita qualcosa un po' te la sei cercata".

Nutro anche una schiera di fedelissime fan, certo, ma le amiche, soprattutto quelle con pargoli, per quanto fantastiche, non valgono.

Sarò stramba davvero, forse, perchè a me piace proprio e soprattutto ne sento spesso il bisogno. Andarmene e, se le condizioni lo permettono (non sono del tutto incosciente, anche se forse mia madre ha spesso pensato il contrario), farlo da sola.

Ma voi davvero non lo sentite questo impulso urticante di vedere il mondo? Davvero la stanzialità vi si adatta perfettamente? Non vi spegne a lungo andare? E non vi piace questo silenzio, questo guardar fuori dal finestrino e vivere ogni scoperta, figuraccia, slancio, come se foste ogni volta una nuova persona?

"Devi viaggiare (e scrivere) per essere felice" mi ha detto una delle mie migliori amiche tempo fa, dimostrando di conoscermi meglio di quanto forse lo faccia io. Lo stesso, chi per un Natale ormai lontano mi ha regalato un atlante, uno zaino e il taccuino degli scrittori, una moleskine.

Certo, non dico sia tutto oro. Quando a Natale, nonostante tu sia dove volevi essere, e attorno a te ci sono solo coppie sbaciucchianti in viaggio di nozze e famiglie (apparentemente) felici, ti senti davvero un po' stramba, oltre che sola, ma fa parte del gioco. E almeno per me ne vale la pena.

Se poi questa condizione è quella ideale per scrivere, come ora, tra valigie e volo in ritardo, attaccata ad una curiosa presa della corrente che sembra ricaricare anche me, io davvero non sento il bisogno di altro.

Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno - scrive Bruce Chatwin, il mio unico compagno di viaggio, ne 'Le vie dei canti' -. La selezione naturale ci ha foggiati per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto. Se era così... allora era più facile capire perchè i pascoli più verdi ci vengono a noia, perchè le ricchezze ci logorano e perchè l'immaginario uomo di Pascal considerava i suoi confortevoli alloggi una prigione.

domenica 22 novembre 2015

I miei "Racconti di quotidiano ingegno"

CNAStorie il sito di storytelling che curo da un anno per la CNA - la Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa - è diventato un libro.

Sessanta "racconti di quotidiano ingegno", da me curati, frutto di chiacchierate con imprenditori e artigiani italiani, che si sono distinti per le loro idee, successi, prodotti o semplicemente per la passione che hanno messo nel loro lavoro. E' la passione, infatti, il filo conduttore di tutte le storie, come ho scritto nella prefazione del libro, qui di seguito.

Cosa accomuna un calzolaio con un costruttore di droni, un Maestro artigiano con una pasticcera o un’estetista con un birraio o un inventore di App? Un sottilissimo e resistentissimo filo, che attraversa e lega ogni storia che ho raccolto, da Nord a Sud della penisola, dall’artigiano depositario di antiche tradizioni al giovane fondatore di start-up. Il filo della passione.

Passione per il proprio mestiere che, è molto più di un lavoro: è la massima e, a volte, unica, possibile, espressione di se stessi. Il riflesso, quasi inevitabile, delle proprie capacità, difetti e peculiarità.
E’ un richiamo ostinato, che sfida la crisi, le difficoltà e le porte sbattute in faccia, ma che dà spesso senso a un’intera vita. E’ un sogno che si cerca di realizzare ogni giorno, un sogno rammendato, di cadute, gioie e cicatrici.
E’ un ascoltarsi, con coraggio e, a volte, una grande dose di incoscienza. Ma basta scorrere le immagini di queste sessanta storie, guardare i protagonisti negli occhi, uno a uno, per ritrovare in tutti la stessa ‘luce’. Un comune speciale incanto.
Anche quando raccontano di difficoltà, periodi bui, la crisi che tutti più o meno hanno avvertito, la paura che il loro sapere vada disperso, che il nostro patrimonio culturale e imprenditoriale non venga valorizzato come dovrebbe, anche allora, conservano quella piccola, sottilissima, luce.  
E’ la passione, che li muove, ispira e fa andare avanti nonostante tutto.

E’ una lezione di vita ad ogni storia, perché non c’è storia, non c’è vita, senza una grande passione. 

Hanno collaborato alla redazione delle storie: Edi Anasetti, Matteo Buranello, Morena Cavallini, Massimo Chiaravalli, Giovanna De Mango, Ermes Ferrari, Antonia Gentili, Daniela Giacchetti, Antonella Gualandri, Sabrina Maio, Andrea Mareschi, Maria Maltoni, Paola Morini, Claudio Salvi, Alessio Stefanoni, Silvia Veronese.

mercoledì 20 maggio 2015

La mia donna di Trastevere

Ho scorso la rubrica del telefono per scrivere agli altri. Ti ho trovato in ogni nome. Il mio genitivo sassone romano. Come quella 'S', che in inglese indica appartenenza. 
Sara Ornella. Tommaso Ornella. Barbara Ornella.
Niente cognomi. Il tuo nome a definire ogni persona che nel corso di questi anni mi hai fatto incontrare. Perché tutto ruotava intorno a te. Alla tua tavola sempre imbandita e alle serate, meravigliose, in cui ci hai unito. 

La mia donna di Trastevere, come quel libro che ti ho regalato. Mancavi tu tra quegli scatti di romane, ma io ti immaginavo giovane, capelli al sole, mentre attraversavi la piazza attirando compiaciuta gli sguardi degli uomini, con la tua minigonna ‘filopassera’, come ti diceva non so chi. 

Femmina. Fiera. Madre e lavoratrice ambiziosa. La miglior battaglia per i diritti delle donne lì, nel tuo esempio quotidiano. 

Tu prima di ogni uomo, ma con la porta di casa sempre aperta. 
La prima ad accogliermi in questa città che ti schifa e accarezza. 
La mia mamma romana, in fondo, come me, un po' bergamasca.

La mia piazza San Cosimato.
I miei racconti sulla banda della Magliana. 
I miei occhi al funerale di Berlinguer.
La mia Roma negli anni di piombo.
I palestinesi e la sinistra.
Il mito della Casa della cultura.
Le mie polpette al sugo e le ricette salva-cena all'ultimo minuto. 

Piangi Roma, perché hai perso una delle tue matrone: Ornella Ellul. E' stata tua, di Trastevere e con grande fortuna nostra. 

Ridi Roma, perché lei oggi lo farebbe, lo sta facendo, insieme a noi. 


Immagine tratta da "Donne di Trastevere 1971-1972" di Emilio Gentilini

sabato 26 luglio 2014

L'umanità di Gaza


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Mi si chiede di raccontare l’umanità di Gaza, la normalità, non quello che sta succedendo ora, ma fatico a farlo. Forse perché la normalità, con picchi più o meno alti, in fondo è proprio questa. 

Sono stata a Gaza quattro volte e non ce n’è stata una in cui non abbia avvertito esplosioni, ronzii di droni (a Gaza li chiamano ‘zanzare’) o colpi venire dal mare. Ho imparato a riconoscere il suono di un razzo lanciato da un tetto verso Israele e la paura delle bombe, o meglio del criterio, se criterio c’e’, che le fa sganciare.

A Gaza sembra di stare costantemente dentro una lotteria. Una mano che dall’alto lancia la pallina e la ruota che gira. Come se il tuo turno stesse sempre per arrivare. Dovrebbe essere così, certo, ma a Gaza è un carpe diem forzato, con i politici eretti a dei e i militari a giudici del destino altrui.

Osservi i palestinesi e pensi che basterebbe così poco per essere felici. Quel poco che dai per scontato e che a loro è tolto, e allora capisci che è davvero tanto.

Poter entrare e uscire dal tuo Paese quando vuoi, per studiare, viaggiare o curarti. Aver diritto a una chemioterapia. Poter pescare o coltivare i campi senza essere colpiti da un cecchino. Poter bere acqua corrente. Poter vivere in casa tua senza che qualcuno, in pochi minuti, ti obblighi a lasciarla per sempre. Poter crescere senza aver mai visto partire razzi e cadere bombe.

Perché è la gente comune, quella che odia la violenza e che vorrebbe solo vivere in pace, in casa propria, esattamente come gli israeliani, che costituisce soprattutto l’umanità di Gaza. Quella che oggi non sa dove rifugiarsi e che muore mentre il mondo, complice, resta lì a guardare.

di Anna Maria Selini

Pubblicato su QCodemag

giovedì 17 aprile 2014

Lisa

Odio aprile e questa settimana che si è portata via, in anni diversi, due persone per me importanti. Una sono riuscita a raccontarla, che è poi l'unico modo che conosco di affrontare e sciogliere gli eventi. L'altra non ancora.

E' come se per tutto questo tempo fosse rimasta seduta lì in cucina, a capotavola, mentre le parlo e lei finge un cinismo che non le appartiene.

Lisa e il corpo affusolato di una ragazzina, quasi fosse stato scritto che non dovesse invecchiare.
Una pelle così bianca da essere trasparente. Occhi azzurrissimi e riccioli nerissimi, fitti e testardi proprio come lei.

Lisa partita dalla Puglia con solo il suo orgoglio.
Lisa, il lavoro e l'indipendenza meglio di una laurea di osterie, grazie e bamboccioni.
Lisa e i libri.
Lisa e i fischietti.
Lisa e il mostro, tornato dopo anni, quando ormai sembrava debellato.
Lisa e le bugie per farci star tranquille. 
Lisa e i disegni anche delle infermiere.
Lisa e un regalo d'addio per tutte.
Lisa e l'ultima sigaretta. 
Lisa e il sole con la pioggia.
Lisa sul colle a guardare per sempre Bologna.


Lisa, ma tu, "fatti rimanere qui".




giovedì 16 gennaio 2014

125 anni di National Geographic

Questa volta non c'è voluto un amico di passaggio da Roma per "decidermi" a visitare la mostra intitolata National Geographic, 125 anni. La grande avventura. Tutta farina del mio sacco e addirittura due mesi prima della chiusura (2 marzo). Insomma, faccio progressi e soprattutto ne è valsa la pena.

La mostra non è dedicata, come credevo, soltanto agli scatti più famosi della rivista, ma al National Geographic stesso, dalla nascita nel 1888 fino ad oggi.
Un viaggio attraverso quella che è nata come una fondazione e soltanto poi è diventata una rivista. Un excursus attraverso la storia e l'esplorazione della terra. Anzi della terra, dell'aria, del mare, della scienza. Sono questi i titoli delle prime sezioni della mostra, in cui si incontrano gli esploratori, spesso donne, che già da fine '800, con mezzi che a noi oggi fanno un po' sorridere, toccarono il punto più profondo del mare e quello più alto della terra.

"Qualunque sia il luogo in cui ti trovi se non hai paura vuol dire che in te c'è qualcosa che non va", recita una scritta sulla parete a firma di M. Nichols.
E non si può non immaginare, quasi toccare, la paura delle vittime della "terra violenta", la sezione dedicata alla natura spietata e spettacolare al tempo stesso, mentre spazza via case o illumina il paesaggio con le sue tempeste di lampi. 

Ma la natura suscita soprattutto meraviglia, con la mantide camaleontica, il colibri "catturato" così da vicino da sembrare gigante, fino alla tenerezza di un cucciolo di leone che abbraccia, letteralmente, una leonessa (la didascalia racconta che molte madri americane ne chiesero una copia).

E poi non potevano mancare gli "scatti epici", quelli dei fotografi che hanno fatto la storia del National Geographic e viceversa: il bimbo figlio di una ricercatrice che abbraccia un cucciolo d'orango, sovvertendo regole e ruoli, i primi piani di sconosciuti diventati leggendari e soprattutto lei, che nemmeno la guardi tanto la conosci: la bambina afghana di Steve Mc Curry, il grande fotografo che ho avuto la fortuna di intervistare.

E' un viaggio per il mondo, dai villaggi turistici fino ai luoghi che non vedremo mai, un viaggio che passa e chiude in Italia, con le copertine più famose della rivista sbarcata anche da noi.
"Credo che ovunque si vada si finisca col trovare qualche riflesso di se stessi",  recita un'altra scritta a firma di Peter Jenkins. 
Fino al 2 marzo al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Ho confermato la mia tradizione di last minute, invece, con "Capa. Robert Capa in Italia 1943-1944", la mostra con gli scatti forse meno famosi e proprio per questo ancora più interessanti del grande fotografo di guerra.
Capa ha seguito lo sbarco degli alleati anche in Italia e raccontato con grande ironia e schiettezza gli italiani d'allora.
Sono stata così lastminute che la mostra, allestita al Museo di Roma (alias Palazzo Braschi, che vale da solo una visita), ha chiuso il giorno stesso.
Migliorerò. Forse.

sabato 4 gennaio 2014

2014 and so on

Rieccoci al rito annuale dei buoni propositi. E sorprende, rileggendo quelli dell'anno prima, scoprire di averli rispettati quasi, dico quasi, tutti.
Ecco quelli per il 2014. Cominciamo con qualcosa che pare semplice ma non lo è: tornare a fare sport, mettere in atto il piano B, trovare Spartaco, eliminare gli opportunisti e gli ingrati, essere più schietta, realizzare quel benedetto sogno, visitare l'Africa subsahariana, il Sud America o addirittura l'Australia, mandare gentilmente a cacare in diretta chi se lo merita, stare alla larga dagli uominiguai, realizzare un graffito, perfezionare l'inglese, camminare camminare camminare, girovare per isole e per mare in barca, ridormire sotto le stelle, entrare in una piramide (e uscirci), e magari l'anno prossimo confessare l'inconfessabile. Auguri.