giovedì 19 marzo 2020

Lavorare e morire

Si può piangere per una città che hai lasciato venticinque anni fa? Che hai quasi ripudiato - l’accento grossolano, le logiche troppo produttive, la culla della Lega? Eppure, questa notte, Bergamo, piango per te. Per i tuoi morti e i tuoi vivi, sopravvissuti e vinti dal flagello che ti ha colpito, quasi fossi un unico grande corpo martoriato.

Non posso dormire dopo aver visto quella sfilata di mezzi militari scorrere lenta lungo le tue arterie. Il simulacro del corteo funebre che ognuno di quei morti non ha potuto avere. L’immagine destinata a diventare il simbolo di questo tempo infame.

Li portano altrove per essere cremati. Non hai nemmeno più la forza e lo spazio per bruciarli.
Assisto da lontano al tuo martirio. Raccolgo voci sempre più stanche e spaventate di chi non se n’è mai andato. Si preoccupano per me, “non tornare” mi dicono, mentre io li vedo cadere, uno a uno, bersagli di un cecchino immaginario.

Si può piangere per una città in cui non hai mai davvero vissuto, i cui ricordi sono sfocati come un orizzonte tra le lacrime? Si può sentire la mancanza di qualcosa che hai solo sfiorato, quando non sognavi che la fuga?

L’albero cresce, il fusto e i rami sempre più lontani dalla terra, ma le radici restano lì. Apparentemente mobili, ti richiamano e avvinghiano fino a farti soffocare.

Muoiono così, dicono le infermiere. Niente più aria, saluti e carezze. Come se il virus si nutrisse di lacrime e solitudine. Ci ha spogliato anche del diritto di dire addio, consolare, e illuderci di accompagnarli chissà dove.

Se avessi un dio da pregare questa notte mi rivolgerei a lui. Sgranerei il rosario di mia madre, chiedendogli pietà e tregua per te. “Lavorare e morire”, mi ha detto una persona cara, “sembra che siamo fatti solo per quello”.

venerdì 17 novembre 2017

Lentamente muore. Parola di Martha

Ci sono poesie che nella vita ritornano. Aprono e chiudono cicli. Cieli e orizzonti. Come ritornelli di canzoni, ostinati soundtracks e promemoria.
Questa è la mia. La postai nel 2009 e la ripubblico ora.
Nel frattempo ho scoperto che non è di Pablo Neruda, come si diceva allora, ma di Martha Medeiros, una giornalista e scrittrice brasiliana.
Pare che da quando la cosa è nota piaccia di meno. A me, invece, questo cambio di cielo, piace ancora di più.


Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, 
chi non cambia la marca, 
chi non rischia e cambia colore dei vestiti, 
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente 
chi evita una passione, 
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, 
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, 
chi è infelice sul lavoro, 
chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. 

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, 
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. 

Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; 
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, 
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, 
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

mercoledì 8 novembre 2017

Dagli abiti per le bambole alla settimana della moda di Parigi


“A volte mi capita di sfogliare riviste di moda e ritrovarci un mio abito”. Lo dice lieve Carla Birion, 53 anni, come se realizzare vestiti capaci di far sognare ogni donna al mondo, fosse qualcosa di semplice, naturale. Una vita passata tra spilli, rocchetti e modelli, la sua. Cominciata tagliando e cucendo vestiti per le bambole, a pochi anni, e arrivata fino a Parigi, alla settimana della moda, quando “emozionata come sempre” ha visto sfilare due sue creazioni.

“E’ sempre stato un mio sogno. Ho imparato da mia madre, che ancora oggi, a 80 anni, cuce. Solo che ora è lei che chiede consigli a me”, racconta divertita.

Carla comincia presto, a 17 anni, frequentando una scuola di taglio presso una sartoria vicino casa, che confezionava abiti anche per Rocco Barocco e Balestra. “Non erano ancora i marchi di oggi, stiamo parlando di trentasette anni fa – precisa - ma già allora erano firme importanti e, quando arrivavano, nascondevamo i vestiti dell’uno o dell’altro”.


Di quel periodo ricorda le sfilate all’hotel Excelsior, a Roma, nella famosa via Veneto, “a vestire le modelle”, ma anche quando “si consumavano le dita a girare a mano l’orlo di chiffon”. E lei ama lo chiffon, così come tutti “i tessuti soffici” degli abiti da sera. “Nel nostro ambiente riesci a capire se una sarta è capace già da come maneggia i tessuti”, dice. E Carla è capace, se ne accorgono in fretta.

Nel frattempo, si sposa, nascono le figlie, rallenta un po’, ma continua a lavorare prima per una sartoria di via Condotti e poi per un’altra. Finché arriva la grande occasione: due settimane di prova da Valentino, nella sede da sogno di Piazza di Spagna.

“Mi avevano inserito nel settore abiti da sera, tra pareti affrescate e vista sulla Madonnina, quella in cima a una colonna così alta che da terra nemmeno si vede – ricorda -. Ho visto abiti bellissimi e anziane sarte realizzare capolavori. Si cuciva ancora come una volta, con le macchine a pedali e i ferri da stiro senza vapore, nel pieno rispetto della tradizione artigianale. E, anche se mi sembrava di aver da imparare ancora per almeno altri dieci anni, la première dame, che coordina la sartoria, mi propose di restare”. Ma Carla ringrazia e decide di andare avanti con le proprie gambe.


E, a 50 anni, fa la scelta più coraggiosa: aprire una sua sartoria, nel paese dove vive, Poggio Mirteto. “All’inizio non è stato facile, non si capiva bene il valore di quello che facevo. Abiti di alta moda e su misura in un piccolo paese, ma piano piano sono cominciate ad arrivare anche grandi soddisfazioni”.


Come il sogno per tutte le sarte: la settimana della moda di Parigi. “Ho realizzato due abiti per una grande casa di moda, con cui collaboro – spiega -. Come sempre si lavora giorno e notte, non ci sono sabati e domeniche, ma l’emozione di stare nel backstage e soprattutto di vedere sfilare un tuo abito in passerella è sempre grandissima”.

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ha collaborato Enza Bufacchi

mercoledì 25 ottobre 2017

L’erede della dinastia delle barche. “Celebro la tradizione con l’innovazione sostenibile”

Il suo cognome è sinonimo di eleganti barche a motore in legno, che sfrecciano su laghi e lagune, con a bordo industriali e star hollywoodiane. Un'eredità preziosa e pesante di otto generazioni, che Daniele Riva, 47 anni, è riuscito a portare avanti e insieme innovare. Da ultimo con "Ernesto", nome dello storico fondatore dei cantieri di Laglio, sul Lago di Como, di suo padre, mancato dieci anni fa, e ora anche della prima imbarcazione completamente elettrica dell'omonimo cantiere Riva.


"Ho la fortuna di fare quello che mi piace - esordisce Daniele -. Dopo il diploma da disegnatore meccanico ho provato a lavorare in un'altra azienda, ma ho resistito due giorni. Ho le barche nei cromosomi".

Cinque dipendenti, due collaboratori artigiani e un cantiere di duecento metri quadrati con accesso diretto sul lago, tra ville come quella di George Clooney e lussuosi alberghi cinque stelle.

"I nostri vicini sono i primi clienti - spiega Riva –. Dalle star hollywoodiane a quelle nostrane, dagli industriali agli stessi hotel, che spesso ci portano i loro ospiti o che ci commissionano barche in linea con il design delle loro strutture. Siamo una piccola impresa artigiana e la nostra forza sta proprio nella customizzazione del prodotto".

"L'idea di Ernesto, la prima barca nella storia del cantiere completamente elettrica, è di un altro nostro cliente, l'architetto Marco Molteni. 'Perché non facciamo diventare Laglio un piccolo centro di ricerca della nautica sostenibile?', mi propose un giorno".

Detto fatto. Ernesto Slow Commuter, infatti, non è solo la barca progettata dall'archistar della nautica, l’argentino Germàn Mani Frers, con una carena rivoluzionaria capace di annullare il moto ondoso anche a velocità ridotte. Ma è un'operazione più complessa di recupero storico e di innovazione.

"Grazie al bando della Regione Lombardia, con Cna capofila, abbiamo potuto restaurare 'la Sciostra', la bottega sede originaria del cantiere nautico del 1771 - continua Riva -. Da un lato abbiamo voluto creare un Museo diffuso del lago, con attrezzi e foto d’epoca, come se il tempo si fosse fermato. Dall'altro, un Centro di ricerca per la nautica”. Il simbolo del passato che diventa il punto di ripartenza per il futuro.

Per realizzare Ernesto ci sono volute duemila ore di lavorazione tra legno e batterie. “A breve sarà sul mercato, abbiamo già ricevuto diverse manifestazioni di interesse. Si tratta di un progetto a impatto zero, dall’inizio al fine vita dell’imbarcazione. Dalla gestione forestale sostenibile per il legno, all’utilizzo di materiali compositi ecocompatibili o leghe metalliche riciclabili. Dalle emissioni zero ai protocolli”.

"Per noi non si tratta solo di una barca che unisce all’eleganza del legno la silenziosità dell'elettrico - conclude Riva -. L’idea è quella di creare con le istituzioni un protocollo di mobilità sostenibile che fissi parametri di efficienza e sostenibilità, con una sinergia tra costruttori, albergatori e Comuni. Vogliamo andare in una nuova direzione, verso un modo nuovo di pensare la nautica e tutta la mobilità. Nel rispetto dell’ambiente e della tradizione, ma guardando al futuro".

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mercoledì 11 ottobre 2017

Il Maestro del profumo. Tra essenze, premi Oscar e spiritualità

Si muove tra gli scaffali di legno di una farmacia del ‘700, indossando guanti bianchi e maneggiando con cura piccole ampolle con alcune delle materie prime più rare al mondo. Ha imparato i segreti del mestiere sull’isola di Cipro e ha iniziato a “contar gocce” nella lavanderia di casa. Ma presto le sue creazioni sono finite tra gli scaffali di Harrods e le collezioni di grandi stilisti e oggi è lui, Sileno Cheloni, 47 anni, a fregiarsi del titolo di Maestro profumiere.

“Il profumo è storicamente un modo per avvicinarsi al divino – spiega – e il naso l’unico organo deputato alla verità: ci avverte prima della bocca se qualcosa è buono o cattivo ed è lui il primo a scegliere l’amore”.

Originario di Lucca, Sileno sente fin da ragazzo la “necessità di esprimersi artisticamente” e frequenta così la scuola di design con specializzazione in fotografia, vivendo sia in Spagna che in Gran Bretagna. Tornato in Italia inizia a realizzare opere pittoriche, interi dipinti di case private e installazioni, ed è lì che scatta qualcosa.

“Ho sempre avuto la passione per il profumo – racconta – e a un certo punto ho pensato di realizzare opere multisensoriali, accostando colori e profumi. Ho iniziato una ricerca, non esistono scuole per fare il profumiere, è un vero lavoro artigianale che qualcuno ti deve insegnare, e mi sono imbattuto così in un Maestro di Cipro, un autentico guru. Quando lo andai a trovare sull’isola fui travolto da sensazioni e odori, fu un’esperienza prima di tutto spirituale. Profumo significa ‘attraverso il fumo’ – continua Cheloni – già in epoca pre-cristiana si bruciavano legni e incensi per avvicinarsi e chiedere qualcosa a un’entità superiore. E’ il nostro modo di avvicinarci al divino e una creazione immateriale, proprio come la fotografia, la mia altra passione. Non si inventa nulla, si coglie qualcosa che esiste già”.

E’ con l’idea di “riportare in occidente questo tipo di cultura, che oggi sopravvive solo in Oriente, dove ancora si comprano le materie prime per farsi un profumo e tutto, a partire dal benvenuto in casa con gli incensi, viene profumato”, che Sileno crea ‘Rosso’, in onore ai colori e al suo maestro e, grazie ad una conoscenza, riesce a presentarlo al responsabile del settore profumeria dei grandi magazzini Harrods, che ne acquista subito una partita.

Segue l’apertura del primo laboratorio a Lucca, finché nel 2008, uno dei suoi soci, Mauro Arena, si innamora di un’antica farmacia di Firenze e nasce AquaFlor, una bottega di profumi dal fascino d’altri tempi. Un po’ laboratorio, un po’ vetrina: è qui che Sileno crea, attraverso quello che tecnicamente si chiama ‘Organo’, ovvero un insieme di ampolle e contenitori con 1500 essenze pure.

Aquaflor ha ormai una propria collezione, ma realizza anche profumi personalizzati (a partire da prezzi accessibili), ha una linea di saponi e cosmetica e vanta collaborazioni con brand come Gucci, Lamborghini e Richard Ginori. Tra i clienti figurano personaggi dello spettacolo e della politica, come Panariello, il premio Oscar Hellen Mirren e Matteo Renzi.

La prossima creazione? “Stiamo cercando di dare un profumo al Crocefisso di Santo Spirito di Michelangelo – conclude Cheloni -. E’ in legno di cipresso e per lungo tempo si credette perduto. E’ un progetto realizzato in collaborazione con associazioni locali per raccogliere fondi sempre utili per la manutenzione”.

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mercoledì 13 settembre 2017

L’Energy manager del Teatro La Scala

Quando le luci lentamente degradano e il sipario della Scala si apre, a restare col fiato sospeso nell’attesa che tutto funzioni alla perfezione, insieme ad artisti, regista e maestranze, c’è anche lui: Carmine Battipaglia, 50 anni e da poco più di due, Energy manager del teatro milanese.

“Ho la fortuna di fare un lavoro che amo. É una passione che ho sempre avuto – racconta – già alle elementari, nei temi, scrivevo di voler diventare ingegnere ‘degli impianti elettrici’, per aiutare mio padre, che aveva un’azienda di installazioni a Salerno. Sono letteralmente cresciuto dentro i cantieri”.

Nel 1995 Battipaglia, insieme al fratello, rileva l’impresa del padre, ma già nel 1998 intraprende il proprio percorso, che nel tempo lo porta a diventare consulente dell’impresa di famiglia e di realtà sempre più importanti.

“Grazie a un Master al Politecnico di Milano in Energy Management ho iniziato a collaborare con grandi strutture industriali – spiega -. L’Energy manager è quella figura che ipotizza un percorso guidato per ottimizzare i costi energetici, adottando strategie che permettano di razionalizzare i consumi, attraverso cicli integrati. In strutture importanti può portare ad un risparmio anche del 20%”.

E così nel 2015 arriva la chiamata per La Scala. “Per me ogni attività è una sfida – commenta Battipaglia –. In qualità di manager, lavoro e sono valutato in termini di obiettivi, che in questo caso erano quelli di ottimizzare i consumi e ampliare con un regime fotovoltaico una struttura sotto il vincolo di una Sovrintendenza”.

Un lavoro che parte sempre dallo studio e dall’analisi dell’esistente. “La Scala è una struttura fortemente energivora – continua - soltanto il teatro è alimentato da circa 3 Mega Watt, una potenza simile a quella di uno stabilimento industriale. I consumi sono legati soprattutto alla climatizzazione, un sistema complesso che prevede per esempio una temperatura diversa, di circa 3 gradi, tra la platea e il palco, senza però che esistano delle vere barriere fisiche. Dobbiamo far sì che i signori in platea possano stare in giacca e le signore in abito da sera, ma che l’aria più calda non arrivi sul palco. Anche solo due gradi potrebbero far variare la voce dei tenori”.

“Abbiamo già ampiamente raggiunto gli obiettivi e siamo in attesa di una valutazione della Sovrintendenza per l’impianto fotovoltaico. La difficoltà maggiore è stata senza dubbio quella di creare implementazioni innovative su una struttura con un aspetto architettonico di inizio ‘900”.

Ciò significa, per esempio, ingegnarsi e riutilizzare una vecchio sistema di contrappesi pensato per elevare i palchi, per incanalare moderne tecnologie. O sostituire le famose lampade a candelabro con altre a led, ideate appositamente per La Scala. “Sono oltre ventimila e siamo riusciti a mantenere la stessa estetica e gradazione di una lampada a filamento”.

“È un lavoro certosino, non possiamo permetterci errori, un trasformatore che non funziona può far saltare uno spettacolo. Assisto a tutte le prime con la stessa ansia degli artisti, dalla cabina elettrica – conclude Battipaglia –. Per questo mi sono ripromesso che quando avrò terminato, acquisterò i biglietti, scenderò da un taxi e rigorosamente in smoking, mi siederò in platea a godermi finalmente lo spettacolo”.

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giovedì 24 agosto 2017

Amatrice un anno dopo

È passato esattamente un anno dalla prima serie di scosse che ha colpito il centro Italia. E basta guardare il piccolo e ormai famoso paese di Amatrice - che ha pagato il maggior numero di morti (239) - per capire come è andata.

Se da un lato è stato inaugurato il Food center - otto ristoranti storici ricostruiti grazie agli sms solidali degli italiani - dall'altro, la zona rossa è rimasta praticamente la stessa di un anno fa.

Le case sono ancora lì, come strati di una torta sbriciolata. Soltanto i vialetti che le separano sono stati ripuliti. Camminarci è via crucis e, anche se non ci sei mai stato prima, ti manca il fiato appena sollevi lo sguardo da terra.

Materassi, scarpe, asciugamani, il divano buono, i quadri, i libri in cameretta.

Una serie infinita di piccoli oggetti richiamano l’attenzione, a ricordare quella quotidianità annientata all'improvviso, di notte, senza nemmeno  il tempo di vestirsi, gridare, forse capire.

Si calcola che siano più di due milioni di tonnellate le macerie da rimuovere, ma per i soliti labirinti burocratici nostrani solo il 10% è stato portato via. Il resto sta lì, impastato ai ricordi.

Oggi è il giorno del raccoglimento. Niente stampa ha chiesto il sindaco di Amatrice.

La zona rossa è molto più di una notizia.   







mercoledì 19 luglio 2017

L’attrezzista dei quadri plastici di Avigliano. Quando gli artigiani diventano artisti


Immaginate un quadro di Caravaggio o di un altro artista del passato prendere letteralmente vita: luci, ombre, colori, oggetti, stoffe, carne, sguardi e posizioni. Succede ogni prima domenica di agosto ad Avigliano, un paese in provincia di Potenza, dove si realizzano i quadri plastici. Rappresentazioni viventi di dipinti, nate a inizio ‘900, ma diventate famose negli ultimi anni. Un successo arrivato fino alla National Gallery di Londra, al quale ha contribuito anche Renato Zaccagnino, titolare di una carpenteria, ma all’occorrenza inventore o figurante, come tutti gli aviglianesi e gli artigiani che realizzano quelle che a loro volta sono delle vere e proprie opere d’arte. 


“La prima volta che ne ho visto uno ero ragazzo e non capivo come si potessero fare. E quando da artigiano mi chiesero di contribuire, mi tremarono le gambe”. Renato Zaccagnino è un appassionato di storia e costumi locali e da otto anni offre il proprio contributo alla tradizione più importante del paese.

I quadri plastici - rigorosamente di oggetto sacro o storico - sfilavano su muli in occasione della festa di San Vito. Poi nel tempo vennero realizzati su palchi fissi e oggi si rappresentano in Piazza Aviglianesi nel mondo. E non è un caso, forse, visto il successo che questi capolavori stanno riscuotendo dal 2013, quando hanno varcato per la prima volta i confini del paese.

“Quell’anno – racconta Zaccagnino – la Proloco, che coordina la manifestazione, accettò la proposta di rappresentare il dipinto Il Perdono di Gesualdo, in occasione delle celebrazioni in onore di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, nel 400° della sua morte. Realizzammo un quadro di sette metri in tempo record di nove giorni”. 

A creare i quadri sono associazioni locali, composte da direttori artistici, scenografi, pittori, tecnici delle luci, truccatori, parrucchieri, falegnami, carpentieri.

“Dobbiamo riprodurre tutto fedelmente, per cui gli abiti devono avere le stesse pieghe e gli stessi tagli del dipinto, il trucco deve rispettare le luci e le ombre, i colori richiamare le pennellate dell’autore – spiega Zaccagnino -. Non sempre quanto rappresentato può essere riprodotto realmente, ci sono posizioni e proporzioni impossibili ed è allora che interviene l’artigiano. Una volta ho costruito una protesi, perché il figurante era trenta centimetri più basso della figura del quadro. Dobbiamo ingegnarci e creare supporti o qualsiasi trucco che ci permetta di essere i più fedeli possibile”. 

“E’ un’impresa collettiva – continua Zaccagnino - espressione della maestria dei nostri artigiani. Ogni quadro plastico è una specie di grande bottega, dove i giovani hanno l’opportunità di apprendere antichi mestieri che un tempo si imparavano proprio nelle botteghe”. 

Nel 2015 i quadri viventi hanno partecipato alla trasmissione Italia’s Got Talent e nel 2016 sono stati a Trafalgar Square, tra gli eventi collaterali della mostra “Beyond Caravaggio”, curata dalla National Gallery di Londra. 

“C’è una frase di san Francesco - conclude Zaccagnino - che amo molto e che dice: ‘Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista’. Ed è proprio quello che facciamo noi: impieghiamo mani, testa e cuore, perché tutto possa emozionare e sorprendere lo spettatore, oltre che noi stessi”.


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Le immagini sono di Claudio Miglionico, Mariassunta Telesca, Antonio Chianese e Salvatore Evangelista.

giovedì 15 giugno 2017

Uno degli ultimi piumai d’Europa. Tre generazioni a contatto col “simbolo del potere”


Cos’hanno in comune le ballerine del Moulin Rouge con le guardie svizzere pontificie? L’alta moda e le drag queen? La regina Maria Antonietta e un capo pellerossa? “Le piume. Perché, che siano sulla testa, nei vestiti o sotto forma di boa, da sempre rappresentano un simbolo naturale di potere”, assicura Duccio Mazzanti. Quarantasei anni, erede di una delle poche imprese artigianali di piumai rimaste in Europa, giunta con lui alla terza generazione.

A dare il via alla Mazzanti Piume, nel 1935, fu la nonna Natalina. “Imparò l’arte in una bottega di Firenze – racconta Duccio – realizzava le decorazioni per i cappelli delle signore: fiori artificiali per l’estate, piume per l’inverno. Sognava un laboratorio tutto suo e poté realizzarlo quando sposò mio nonno, che era un ingegnere meccanico. Lei creava e lui si dava da fare con le macchine”. 

Nel 1964 Natalina muore e subentra il figlio Maurizio. Anche la produzione cambia: diminuiscono i cappelli e compaiono i boa in piume. Sono gli anni ’70 e i clienti sono i grandi locali del cabaret e dello spettacolo, come il Moulin rouge o il Lido di Parigi, ma anche le Maison di alta moda internazionali. Contemporaneamente inizia la produzione di pennacchi militari, compresi quelli delle Guardie Svizzere, che ancora oggi la Mazzanti Piume realizza in maniera rigorosamente artigianale.

“Sono cresciuto tra le piume e ho cercato di sottrarmi al mio destino – scherza Duccio - ma il richiamo è stato più forte”. Dopo la laurea in Economia e Commercio e un periodo negli Stati Uniti, infatti, nel 1996 Mazzanti torna a Firenze e prende le redini dell’impresa, decidendo di concentrarsi sull’alta moda.

“Un tempo mio nonno andava dalle signore a prendere le piume, ora le compriamo in Cina, dove continuano a spennare a mano, e in Sudafrica. Per il resto è cambiato pochissimo: utilizziamo le stesse tecniche artigianali, abbiamo una tintoria interna, sette dipendenti che mi hanno visto nascere e crescere, e un fatturato che si aggira attorno ai 350-400 mila euro”. 

“Dai matrimoni alle sfilate, passando per il cinema o eventi privati, ci troviamo spesso a dover realizzare prodotti quasi impossibili, ad altissima creatività. Sono un risolutore di problemi piumati – scherza Duccio – ma è proprio la flessibilità che ci ha permesso di mantenere nel tempo collaborazioni con le più grandi case di moda o istituzioni”. 

Nel 2005 Duccio ha lanciato il brand Nanà Firenze, dal nome della nonna Natalina, di cui conserva ancora preziose scatole, fonte d’ispirazione per cerchietti e acconciature molto apprezzate da designer e stilisti. 

Tiene workshop e lezioni universitarie in giro per il mondo e ama ospitare giovani creativi: “E’ meraviglioso vedere come i ragazzi sanno reinventare le piume – dice -. Si tratta di un oggetto misterioso e potente. Basti pensare che le prime corone della storia erano fatte di piume ed erano prerogativa maschile. Le donne per molto tempo poterono usarle solo negli spettacoli e ci vollero regine come Maria Antonietta per farle entrare nel guardaroba femminile. Il primo simbolo delle dragqueen sono le piume e in una sfilata non se ne può fare a meno. Sono il simbolo della leggerezza, della magia e di quanto ci sia di più vicino al cielo e alla quintessenza. Di cosa sono fatte le ali degli angeli?”. 

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lunedì 5 giugno 2017

Nella cruna dell'ago


Amo questa foto. L'ho scatta a Leuven, in Belgio, sotto uno dei simboli della città. Un ago gigante che infilza un coleottero, a ricordare il soffitto di un palazzo tempestato di coleotteri dorati.

Ma la vera opera d'arte era per terra. Un bambino che si è andato a infilare nella cruna dell'ago. Mentre tutti guardavano in alto, lui ci ha infilato una mano. Dall'altra parte c'erano altri bambini, ma quando ho scattato se ne erano già andati.

Eppure lui è rimasto lì imperterrito, con la manina tesa e aperta. Come fosse certo che prima o poi qualcuno l'avrebbe presa, tirata o forse stretta.



giovedì 1 giugno 2017

La pasionaria dei balneatori. 15 anni per lo stabilimento ad altissima accessibilità

Il logo che ha scelto per il suo stabilimento balneare è una vela con i colori della pace. “Rappresenta il nostro resistere e il fatto che abbiamo sempre camminato in pace”, dice Danila Corsi. Ci sono voluti quindici anni, infatti, e una storia tutta italiana di lotta contro la burocrazia, perché potesse realizzare il suo obiettivo: uno stabilimento pilota ad altissima accessibilità per l’inclusione lavorativa di ragazzi con disabilità. Un bagno apparentemente come gli altri, ma con tanti piccoli speciali accorgimenti. 

Danila vive da sempre a Martinsicuro, in provincia di Teramo. E’ un’insegnante di musica, vicepreside, e madre di Marta e Francesco. “Quando Francesco, che oggi ha 32 anni, nacque con la sindrome di down – racconta – insieme ad altri genitori fondammo la sezione di Martinsicuro dell’Anffas, l’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale”. 

Nei primi anni ‘90 l’associazione ha un ruolo soprattutto di carattere informativo. Poi nel 1999 decide di costruire qualcosa di concreto e partecipa ad un bando del Ministero degli Affari sociali. “Nel 2000 vincemmo il bando e il Ministero ci erogò un acconto di 26 milioni di lire – spiega Danila -. Ma abbiamo dovuto attendere il 2014 per poter iniziare i lavori e l’agosto del 2015 per inaugurare lo stabilimento pilota Adriatico Handisport 2000, detto anche la Rosa blu”. 

In mezzo quindici anni di autorizzazioni concesse e poi revocate, migliaia di firme raccolte, comunicazioni a mezzo stampa, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. “E’ stata una vera e propria lotta, una campagna di resistenza civile, che abbiamo potuto reggere grazie alle tante competenze dentro l’associazione - continua Danila – ma ce l’abbiamo fatta”. E parla al plurale perché è l’associazione - di cui Danila è la presidente – a gestire lo stabilimento.

Centootto ombrelloni, una sessantina di coperti, nessuna barriera a partire dall’esterno, bagni veramente accessibili e non riadattati, e la possibilità di fare la doccia sulla carrozzina. “Abbiamo delle speciali sedie che camminano anche sulla spiaggia e in acqua. Pedane che arrivano fin sotto l’ombrellone, passerelle mobili e una porzione del bancone del bar ribassata, anche per i lavoratori su sedia a rotelle”. 

Perché alla Rosa blu lavorano anche camerieri, aiuto-cuochi, baristi e aiuto bagnini con disabilità. Ragazzi usciti dall’alberghiero, che qui possono trovare un lavoro o fare uno stage.

Il progetto è stato presentato al Padiglione Italia in occasione di Expo e ha potuto concretizzarsi anche grazie all’aiuto della Fondazione Tercas. “A nemmeno due anni di distanza le cose vanno bene. Abbiamo clienti che arrivano anche da fuori regione e hanno riconfermato per questa stagione. Siamo orgogliosi di quello che abbiamo costruito – conclude Danila – come Anffas e come cittadini. Credo che il progetto sia una risorsa anche da un punto di vista turistico e forse un’occasione di riflessione per tutti”.

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lunedì 22 maggio 2017

Imperdibile Marilyn

Mio padre conobbe mia madre mentre faceva il militare, ma nella valigia al fronte, teneva la foto di un'altra bionda. E se c'è una donna che anche per le donne rappresenta un'icona è lei: Marilyn Monroe.

A Roma è in corso una bella mostra: "Imperdibile Marilyn. Donna, mito, manager". Una mostra che vince la scommessa: per la quantità di materiale esposto e per l'immagine che si vuole - e secondo me, riesce - a dare. Quella, cioè, di una Marilyn tutt'altro che sciocchina e fragile, ma estremamente consapevole e a tratti così emancipata da sembrare femminista.

In mostra ci sono moltissimi oggetti personali, che la star di Hollywood lasciò in eredità al suo insegnante di recitazione e che fino alla fine degli anni '90 sono rimasti chiusi in vecchi scatoloni. Tanto che alcuni abiti sono ammuffiti, ma solo così, forse, sono potute arrivare fino a noi delle autentiche chicche.

Come le ciglia finte, le matite per gli occhi o i bigodini con ancora dei capelli della diva. La maschera rinfrescante per la notte e i collant di seta con la riga firmati Dior.

Ma anche i copioni dei film, le sceneggiature, i libri (tanti e dai titoli tutt'altro che banali), i provini e le foto di scena.

Fino agli splendidi costumi realizzati per lei. A partire dalla seconda versione del celebre vestito di "Quando la moglie è in vacanza". Ribattezzato dal costumista semplicemente "The dress". O quello de "Il principe e la ballerina".

E ancora, tantissime foto, i pesi con cui Marilyn si allenava sulla panca, come i maschi. Spezzoni di film, ma anche la mazza da baseball del suo più grande amore, Joe di Maggio. O una lettera inedita di Arthur Miller.

Scopriamo che Marilyn non era strapagata come altre dive e che volle sedere di persona al tavolo della contrattazione, cosa non usuale per un'attrice. Oppure quello che fece per Ella Fitzgerald, in una personalissima e inedita lotta per i diritti dei neri.

Marilyn che si rimette a studiare quando è già famosa. Marilyn che conosce benissimo il valore del suo corpo e lo usa. Marilyn dalle letture impegnate. Marilyn che incontra la regina Elisabetta e - imperdibile - canta, nel filmato integrale e scrocchiante - la celeberrima "Buon Compleanno, Mister President".

La mostra è costellata di frasi pronunciate dalla diva. Aforismi moderni che forse meglio di tanto altro la raccontano.

"Una delle cose migliori che mi siano capitate è di nascere donna. Così dovrebbe sentirsi tutto il genere femminile".

"Riesco facilmente a stare da sola. Per certe persone invece è impossibile. Io credo che, nella giusta misura, la solitudine aiuti a rilassarti, a ritrovare te stessa".

Ma anche "Una carriera è una cosa meravigliosa, ma non ti può scaldare in una notte fredda".

La mostra ha due soli difetti: è piuttosto cara (14 euro biglietto intero) e le didascalie sono poco visibili. Ma per il resto, per chi ama Marilyn, è davvero imperdibile.


venerdì 28 aprile 2017

La giovane economista che dà una seconda opportunità a donne e tessuti

La parola chiave di questa storia è opportunità. Seconda opportunità. Quella concessa a donne in condizioni difficili, ma anche a tessuti e materiali pregiati non più utilizzati. A intrecciare le due ‘rinascite’, l’intuizione e la caparbietà di Anna Fiscale, 29enne veronese, fondatrice e presidente della Cooperativa sociale Quid. Una realtà che oggi fattura un milione di euro e dà lavoro a 63 dipendenti, il 90% donne. 

“Mi sono laureata in Economia e Commercio e specializzata in Scienze politiche - racconta Fiscale – e tra varie esperienze e offerte di lavoro, ho cercato di strutturare una mia idea. Mi è sempre piaciuto personalizzare capi e accessori, a un certo punto mi sono chiesta ‘perché non farlo con tessuti di rimanenza?’. Questa è una zona di tradizione tessile, con importanti realtà produttive e così, unendo la volontà di fare qualcosa nel territorio e di dare un’opportunità a donne con situazioni difficili, è nato il progetto Quid”.

Nel 2011 Anna, insieme a Ludovico Mantoan, redige un business plan e lo presenta a un imprenditore del gruppo Calzedonia, che non solo lo approva ma, tramite la Fondazione S. Zeno, lo finanzia con 15 mila euro e dà loro accesso alle rimanenze. Nel 2013 nasce Quid, una cooperativa di tipo B, per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. 

“Nel nostro caso si tratta di donne invalide, vittime di tratta, ex prostitute, ex tossicodipendenti o ex detenute – spiega Anna -. Semplicemente sono persone che chiedono di poter avere uguale dignità attraverso il lavoro”. 

Ma Quid è anche business. E sono due le modalità scelte per essere competitivi sul mercato: il co-brandig, ovvero la realizzazione di prodotti etici per aziende affermate - come Calzedonia, Diesel, Natura sì e Altro Consumo – da loro distribuiti con l’etichetta ‘Progetto Quid for’. E una vera e propria linea di vestiti e accessori, interamente disegnata, prodotta e venduta nei cinque negozi di proprietà Quid o in 25 negozi multimarca del Centro Nord. 

“Il 2017 è l’anno in cui vorremmo consolidarci – continua Fiscale –. Nel 2016 abbiamo fatto grossi investimenti in risorse umane e macchinari: abbiamo raddoppiato il numero di dipendenti e vorremmo raddoppiare anche il fatturato, come è stato finora. Per il momento non intendiamo aprire altri punti vendita, ma attraverso l’e-commerce arriviamo ovunque”.

Nel 2015 il premio europeo per l’innovazione sociale tra oltre 1200 progetti, nel 2015 l’invito al Quirinale per l’8 marzo e nel 2016 presenti come unico progetto italiano al Forum mondiale dell’impresa sociale di Hong Kong. “Ma la soddisfazione più grande – ammette Fiscale – è stata quando abbiamo trasformato un contratto da tempo determinato a tempo indeterminato a una delle donne con la storia forse più difficile. Non avrei mai immaginato di avere un lavoro, mi ha detto, né di poter un giorno mantenere la mia famiglia”. 


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sabato 4 marzo 2017

Il pluripremiato maestro costruttore dei carri di Viareggio

Una testa gigante, esplosa, attraversata dal filo spinato. Frammenti di cemento e nazioni. Uomini e donne venuti da lontano e una pedana, con la bandiera europea, che si solleva e li fa scivolare indietro, ai piedi di un muro. Si intitola “Frontiere” ed è il carro che il Maestro costruttore Alessandro Avanzini, 57 anni, ha ideato e realizzato per il Carnevale di Viareggio di quest’anno. Un lavoro che richiede in media sette mesi di tempo e che dal 2006 al 2014 gli ha permesso di non scendere mai dal podio della prima categoria, quella dei carri alti e maestosi come un palazzo. 

Alessandro è figlio d’arte ed è nella bottega-scuola del padre Silvano, che si è formato, dopo il diploma da perito elettrotecnico. Un’esperienza più che trentennale, fatta anche di sculture, scenografie per teatri, parchi divertimento, centri commerciali e mock up pubblicitari. Tutte opere nel segno del gigantismo, che gli sono valse numerosi premi e nel 2014 l’attestato di Maestro artigiano della regione Toscana. 

“Il nostro è un mestiere creativo che lascia una grande libertà, ma che richiede altrettanto impegno. Si lavora anche 220 ore al mese – spiega Avanzini -. Dopo la fase ideativa e di ricerca, realizzo il modello in scala 1:20, in tutto e per tutto uguale all’originale. Poi utilizzo uno scanner 3D e disegno la carpenteria, ovvero lo scheletro del carro. I nostri sono carri in movimento e per i cinematismi mi avvalgo del contributo di un ingegnere. Inoltre, con me lavorano tre dipendenti a tempo determinato, un saldatore, un impiantista, un server per le luci, i generatori e la musica, una sarta e un’insegnante di danza”.

Perché i carri di Viareggio non solo si muovono, ma sono animati da figuranti e ballerini, e un Maestro costruttore pensa anche a musica e coreografie: un vero e proprio deus ex machina, che solidifica i sogni.

“Per realizzare il carro, si partecipa a un capitolato d’appalto della Fondazione Carnevale di Viareggio. Se si viene selezionati, si stipula un contratto d’assegnazione del progetto, che include anche uno spazio in comodato d’uso per un anno. Il valore corrisposto dalla Fondazione, per la prima categoria, tolti i costi fissi e il canone, è di poco superiore a 100 mila euro”.

“Il carro più impegnativo che ho realizzato è stato ‘La rete’ – continua Avanzini – per via della progettazione del ragno gigante. Quello che è entrato più nel cuore delle persone, invece, è stato ‘Migranti’ (entrambi hanno vinto il primo premio, ndr). Lo realizzai nel 2009: da allora non è cambiato nulla, l’Unione Europea gestisce l’immigrazione come un problema emergenziale e non strutturale. ‘Frontiere’ vuole rappresentare proprio quest’inadeguatezza e il rischio di un ritorno a valori pericolosi del passato. I confini ci attraversano anche da dentro”.

Frontiere si conclude con la lettura di una poesia egiziana, in arabo, che esorta a perseguire la pace e l’amore. Il muro-bandiera si riabbassa, gli uomini e le donne possono entrare e iniziano a ballare musiche popolari. “Alla fine ho scelto la speranza”. 


di Anna Maria Selini

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