mercoledì 23 dicembre 2009

Gaza, il piccolo Muath verso la speranza

A un anno e quattro mesi ha potuto fare quello che a molti suoi concittadini è vietato: uscire dalla Striscia di Gaza. Ma il permesso concesso al piccolo Muath, purtroppo, è legato al tumore in stadio avanzato che sta divorando il suo fegato.

Per questo lui e il padre Ahmed sono arrivati in Italia, a Roma, dove un'equipe del Policlinico Umberto I lo attendeva da tempo per effettuare accertamenti e forse un trapianto. Un'attesa «estenuante» come l'ha definita Benedetta Paravia, la portavoce dell'onlus romana "Angels" che si è occupata e ha "fatto scoppiare" il caso sui giornali, provocando così l'intervento diretto del ministro Frattini presso le autorità israeliane e l'arrivo in Italia di Muath, con tanto di accoglienza in grande stile. Peccato che a Gaza restino centinaia di malati che ogni mese si vedono rifiutare il permesso di uscita per sottoporsi a cure specialistiche al di fuori della Striscia. Cure che non possono essere fornite per la mancanza di trattamenti, macchinari o pezzi di ricambio, causata dall'embargo imposto da Israele dal 2007, quando il movimento fondamentalista islamico Hamas ha preso il potere. Sono le autorità israeliane, infatti, ad avere totale autonomia decisionale sul controllo dei varchi con la Striscia e come ha ammesso Paravia «senza la collaborazione delle istituzioni non sarebbe stato possibile arrivare a una soluzione positiva e rapida del caso».

La Farnesina dal canto suo ha sottolineato la «massima collaborazione fornita da Israele». «Le autorità israeliane - si legge in una nota - hanno peraltro precisato che il bambino era già stato in cura nel settembre scorso presso una struttura ospedaliera israeliana, ribadendo la loro piena disposizione a dare riscontro a passi compiuti presso di loro».
Muath ora verrà sottoposto a tutti gli accertamenti necessari, nella speranza di poterlo salvare, ma qual è la situazione per gli altri malati? «Ad ottobre, su 300 richieste di permessi d'uscita per trattamenti ospedalieri specialistici relativi a minori, solo due sono state rifiutate - dichiara Mahmud Daher, responsabile dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per Gaza -. Ma per gli adulti la situazione continua ad essere problematica. Sempre ad ottobre - continua - sono state inoltrate alle autorità israeliane 1166 richieste totali: di queste il 71.4 percento sono state approvate, mentre le restanti, quasi il 30 percento, sono state negate o definitivamente cancellate».

Circa trecentotrenta malati con problemi cardiaci, oncologici, ortopedici o oftalmologici, oppure pazienti che fanno richiesta di effettuare diagnosi o controlli post terapia. Un dato che continua ad essere elevato, visto che a pochi chilometri da Gaza, queste persone potrebbero ricevere le cure necessarie cui avrebbero diritto. Così come elevati restano l'attesa e i passaggi burocratici necessari. L'Oms ha calcolato che dal momento in cui il medico avvia la pratica di trasferimento a quando i vari dipartimenti competenti di Fatah, Hamas e Israele trovano un accordo, passa in media un mese. E nell'attesa, in alcuni casi, c'è chi muore. Come Fatenah, la protagonista dell'omonimo cartone animato palestinese, prodotto proprio dall'Oms e dall'associazione israeliana Physicians for Human Rights. Nome di finzione, ma storia vera, di una ventisettenne di Gaza che scopre di avere un tumore al seno, ma che a causa della negligenza e del conservatorismo dei medici della Striscia da un lato e delle umiliazioni e del dispotismo dei soldati israeliani dall'altro, muore prima di poter oltrepassare il valico di Eretz. Lo stesso valico superato nei giorni scorsi dal piccolo Muath, divenuto suo malgrado il simbolo di una Gaza che continua a soffrire.

pubblicato su Peacereporter

lunedì 21 dicembre 2009

Elicottero lost and found


Perdere la valigia è una scocciatura in qualsiasi paese si atterri. Ma in Israele anche lo smarrimento di mutande e calzini può diventare una questione politica e di sicurezza nazionale, soprattutto se si è diretti in Cisgiordania o a Gaza, territori occupati dal 1967 e privi di un loro aeroporto.
"Se vuole per riportargliela possiamo chiedere in prestito un elicottero all'esercito", mi ha detto scherzando l'impiegato dell'ufficio bagagli smarriti all'areoporto di Tel Aviv. Gli avevo appena comunicato la mia destinazione: Jenin, nord della Cisgiordania. "Noi non entriamo lì, lo sa vero? - ha continuato, a dir poco stupito della mia meta -. Al massimo possiamo arrivare fino a un valico".
Inutile fargli notare che la colpa non era certo mia, che la compagnia aerea (austriaca) o comunque il servizio bagagli (israeliano) avevano il dovere di restituirmi la valigia ovunque mi trovassi, anche perché Tel Aviv è una delle due alternative aeree possibili (l'altra è Amman) per accedere in Cisgiordania. Inutile: qui tutto è o diventa "questione di sicurezza" e non può essere certo una valigia o una straniera sfortunata a fare la differenza.
Finalmente, dopo due giorni di attesa, la tanto agognata telefonata: il borsone è a Tel Aviv. Roba da tirare un sospiro di sollievo, per lo meno in altre parti del mondo, non esattamente qui.
Jenin è la provincia più settentrionale e povera della Cisgiordania ed è interamente circondata da una barriera di filo spinato (la versione light del muro di separazione), 4 checkpoint fissi, un numero indefinito di quelli volanti, 17 gates e numerose torrette di osservazione.
L'ingresso in questo caso più vicino è quello di Al Jalama. Riaperto da poco tempo, dicono, dopo la visita di Tony Blair, nuova icona nel pantheon internazionale palestinese.
Ma il corriere non ne vuole sapere, dice di non potersi avvicinare troppo (agli israeliani è vietato entrare nei territori occupati e molti sono terrorizzati dalla sola prossimità) e così ci diamo appuntamento in territorio israeliano ad una fantomatica stazione di servizio.
Peccato che nell'al di là ci fossero solo stazioni di servizio. E che comunque prima di arrivarci, abbiamo dovuto attraversare il valico: tempo necessario tre quarti d'ora.
Sembrava di stare in fila al casello autostradale, in pieno esodo d'agosto, solo che al posto dei casellanti scocciati c'erano gli addetti ai controlli (altrettanto scocciati) con giubbotto antiproiettile e mitra ben in vista. Civili e non soldati, ultima frontiera del grande business della sicurezza, stupiti dalla presenza di quattro italiane in quel passaggio solitamente attraversato da palestinesi che si recano a lavorare in Israele.
Superato il controllo passaporti, il metal detector, l'ispezione della macchina, ci siamo finalmente avventurate oltre confine, alla ricerca della valigia ma soprattutto del corriere. Per un'ora abbiamo vagato per rotatorie, strade provinciali, campi rigogliosi e verdi, così diversi dalle terre brulle e poco ordinate che c'eravamo ormai lasciate alla spalle. Un'ora ad andare e dieci minuti per tornare, sfrecciando come matte per la paura di tornare indietro e trovare il valico chiuso.
Cosa che puntualmente si è verificata, anche se a dire il vero, la chiusura ufficiale era prevista per le 17 e noi alle 16.45 eravamo ai cancelli.
Fatto sta che abbiamo dovuto lasciare la macchina n Israele e rientrare a piedi in Cisgiordania, un'altra volta in fila con i palestinesi, anche loro stupiti della presenza di quelle quattro occidentali e una valigia.
Nuovo girotondo, tra tornelli giganti, controllo passaporti, metal detector e varia umanità. A un certo punto arriva un uomo con una bicicletta da bambino tra le mani. La stringe come un trofeo, ma non passa dai tornelli. Gira e rigira, niente da fare. Finchè impietositi i soldati aprono la porta laterale e lui fiero e sorridente entra, passa, ci saluta.
C'è anche chi tra le mani con meno orgoglio e più fatica stringe un lavandino. Di ceramica, nuovo di zecca. Anche lui si ferma, teme il peggio, ce la fa, passa e sorride.
E chi invece le mani le stringe a pugno, battendole forte contro le inferriate, quando all'improvviso e a intermittenza i tornelli vengono bloccati. Preghiere mute di frustrazione e rabbia. Occhi stanchi che chiedono solo di passare, tornare a casa e riposare, al termine di una giornata al servizio degli stessi israeliani che ora non li fanno rientrare.
Umiliazioni e controsensi. Polli in batteria e modellini telecomandati tra le grinfie di un bimbo perverso che ha già deciso strada e tempi.
Noi rimaniamo in disparte. Ci dicono di aspettare, forse per controllare, forse per spaventarci. Anche noi temiamo il peggio, ce la facciamo, passiamo e sorridiamo.
Uscite dal labirinto di neon e ritornate nelle stradi senza luci, ci sentiamo sollevate, quasi divertite. Ma quella che per noi è stata un'avventura per altri, ogni giorno, è vita.

mercoledì 9 dicembre 2009

Your songs

Eccole, le vostre canzoni. Così si possono ascoltare più comodamente e direttamente con un click. Grazie a tutti per la preziosa compagnia!















And my song... One

mercoledì 2 dicembre 2009

Il jukebox in valigia


-I vestiti e le scarpe che anche se si rovinano...
-Il sacco a pelo di Fede che non c'è il riscaldamento
-La lettera di accredito e il passaporto e io speriamo che me la cavo anche stavolta
-I chili di attrezzatura nello zaino e i cerotti per la schiena che li dovrà portare
-Le medicine, praticamente tutte, vista la condizione della sanità locale
-La pila, il diario, le batterie...

E poi un'idea. Mi è venuta ieri sera, vedendo un jukebox come quello dell'oratorio dove andavo da bambina, quello dove mettevano solo le canzoni che piacevano a suor Battistina. Adesso me ne faccio uno io, ho pensato, proprio prima di ripartire e con la musica di amici, colleghi e chiunque voglia farmi un po' di compagnia.

Una canzone a testa, non ci vuole molto. Autore e titolo o ancora meglio il link (ecco una delle mie).
Quella che uno canta a squarciagola in corridoio o sotto la doccia col flacone dello shampoo. Quella che ti vergogni a dire che ti piace e quella che vorresti dimenticare. Una sola, alla faccia dell'ipod.
Qui tocca scrivere, cliccando (sotto a sinistra) su 'Commenti'. Se non si ha un account tra quelli indicati ("Commenta come"), basta scegliere 'Anonimo', firmare, riscrivere le lettere e postare il tutto.
Le monetine, poi, ce le berremo al mio ritorno, alla salute di Little Toni e della mitica suor Battistina.

sabato 21 novembre 2009

Intervista a Steve McCurry, il "padre" della ragazza afgana

E' considerato uno dei più grandi fotografi viventi. Ha scattato e vinto premi quasi con la stessa frequenza, restituendoci colori irreali, ritratti diventati icone e autentici frammenti di guerra. Ma per tutti Steve McCurry è soprattutto il "padre" della ragazza afgana. Due occhi verdi finiti sulla copertina di National Geographic negli anni Ottanta, che più di ogni altra immagine hanno fatto conoscere al mondo il dramma dell'Afghanistan eternamente in guerra. Un paese dove McCurry è tornato più volte e che oggi definisce "al limite". "L'invio di nuovi soldati non rappresenta la soluzione - sostiene - ma solo il prolungamento dell'inevitabile risultato: lasciare l'Afghanistan agli afgani".

Steve McCurry è in Italia per presentare il suo ultimo libro e in occasione di "Sud Est", mostra di oltre 200 suoi scatti al Palazzo della Ragione di Milano fino al 31 gennaio.

McCurry, la prima domanda è d'obbligo. Perchè la ragazza afgana è diventata una delle fotografie più famose al mondo?
Credo che in quella foto ci sia una combinazione molto forte tra la bellezza della bambina e il mistero che emana. Non voglio paragonarla alla Gioconda, ma c'è una sorta di enigma, non è chiaro quale sia l'emozione predominante nella foto. C'è qualcosa che ti costringe a voler tornare indietro per guardarla ancora.
Dopo 17 anni è riuscito a ritrovarla. Come è stato l'incontro?
Non credevamo fosse possibile. E' stato una sorta di miracolo, che ci ha permesso di aiutare lei e la sua famiglia. Abbiamo inaugurato una scuola a Kabul in suo onore per 300 bambine, suo marito guadagna 1 dollaro al giorno come fornaio e il nostro sostegno è molto importante per loro. Inoltre, nella cultura pashtun non è permesso a un uomo di incontrare una donna e quindi poterlo fare e rivedere il suo viso è stata una grande conquista.

Qual è la sua fotografia dell'Afghanistan di oggi? Sono stato in Afghanistan nell'aprile scorso. I talebani sono diventati più forti, tutto è più precario, la sicurezza è deteriorata. E' un paese al limite, odio essere così pessimista ma non vedo un risultato positivo nella strategia militare americana, credo non sia possibile sconfiggere i talebani militarmente. Sono troppi e troppo determinati. Non credo che l'occidente abbia la determinazione e la volontà di combattere fino alla fine.

Cosa pensa della richiesta di inviare più soldati?
Aumentare i soldati non è la soluzione, ma solo il prolungamento dell'inevitabile risultato, che alla fine sarà quello di lasciare l'Afghanistan agli afgani. Forse, se saremo davvero fortunati, ci potrà essere un passaggio di consegne all'esercito afgano, ma ci vorrà tempo. I talebani sono diventati troppo forti, i talebani sono pashtun e i pashtun sono il 60 percento della popolazione, hanno una forte volontà di combattere, più delle altre tribù. C'è una sorta di abitudine alla guerra e non vedo speranza nella soluzione militare. Anche le elezioni hanno dimostrato come il paese sia imprevedibile e incontrollabile. Non possiamo forzarli ad avere il nostro modo di vita o sistema politico, è la via sbagliata.

Perché ha scelto di raccontare così spesso la guerra?
Credo che alcune persone ce l'abbiano nel Dna. Ci sono persone cresciute per raccontare gli eventi oscuri dei conflitti, vogliono fare da testimoni e registrarli e forse cercano di raccontare le storie di quelle persone che non hanno la capacità e possibilità di farlo da sole.

Quando un fotografo deve fermarsi e non scattare?
Quando una persona fotografa è come se tirasse il suo ultimo respiro. Quando uno fotografa, scrive, vive, mangia, respira, non si trattiene. Fotografare è qualcosa che mi dà piacere, che mi sostiene, è la cosa per cui vivo, non ci sono domande che mi fermano. (la foto di McCurry è di Fulvio Bugani)

di Anna Maria Selini

pubblicato su Peacereporter

martedì 10 novembre 2009

The iron curtain e altri muri


Con un giorno di ritardo, invito a visitare il sito theironcurtaindiaries. I diari della Cortina di ferro.
Non si tratta di un semplice sito, ma di un progetto multimediale, un web documentario realizzato da alcuni giornalisti, fotografi, un regista e un disegnatore italiani, che in un mese hanno percorso oltre 5000 km, lungo la cosiddetta "Cortina di ferro".
La linea che divideva i due blocchi (occidentale - filoamericano, orientale - filosovietico) durante la Guerra fredda.
Il progetto è stato presentato il 9 novembre, ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, data storica e per questo celebrata ieri in pompa magna.
Altri muri restano però alzati, a partire da quello che ho recentemente visto e toccato, tra la Cisgiordania e Israele, che proprio ieri, nel giorno simbolo della caduta delle barriere tra le due Germanie, è stato in parte abbattuto da alcuni palestinesi. Una breccia destinata, almeno per ora, a restare soltanto simbolica.

lunedì 9 novembre 2009

Gaza, cronisti tra due fuochi


Durante «Piombo fuso» hanno perso la vita in sei, per raccontare la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. E oggi, che la guerra è terminata (seppur la ricostruzione resti proibita), i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua.


IL DOVERE DI RACCONTARE

«Stavano per colpire e bisognava posizionare subito tre telecamere sul tetto. Così le ho caricate in spalla, correndo su per le scale, quando ho visto davanti a me tre droni (aerei senza pilota, ndr). Ho aspettato a terra, finché sono stato sicuro che avessero capito che ero un giornalista. In quel momento volevo solo che le immagini uscissero da Gaza». Hamza El Attar, 26 anni, è uno degli operatori palestinesi dell’agenzia stampa Ramattan che ha raccontato «Piombo fuso».

L’ultima offensiva israeliana nella Striscia di Gaza – oltre a 1400 vittime palestinesi e 13 israeliane – passerà alla storia, infatti, anche per il divieto d’entrata imposto dal governo di Tel Aviv ai reporter stranieri e israeliani. Sono stati i colleghi palestinesi, per la maggior parte giovanissimi, ma con anni di esperienza come producer, giornalisti e operatori dei grandi network, a mostrare al mondo il conflitto. Per ventitré giorni sono rimasti nelle redazioni, senza tornare dalle loro famiglie, mentre i palazzi dei media venivano bombardati. In sei hanno perso la vita, riuscendo però a diffondere le immagini della guerra sulle tv di tutto il mondo, a partire da quelle israeliane.

«Mi ero sposato da poco – ricorda Tamer Al Misshal, reporter di Aljazeera – ma ho scelto di lavorare. Noi giornalisti dovevamo stare attenti a dare le notizie e a non diventare una notizia, visto che eravamo costantemente presi di mira».

A Gaza, tutti i cameramen e reporter riferiscono di essersi sentiti un bersaglio degli israeliani durante «Piombo fuso» e molti sono stati coinvolti in un attacco, mentre si trovavano al lavoro o nei pochi momenti trascorsi con la famiglia.


LA GUERRA PARALLELA

Mentre dall’altra parte del confine, in territorio israeliano, i corrispondenti stranieri osservavano con frustrazione i combattimenti, assiepati sulla cosiddetta «collina dei giornalisti», dentro Gaza i reporter palestinesi dovevano fronteggiare un’altra offensiva.

«È evidente che la guerra non dichiarata, ma in atto tra Hamas (che governa Gaza) e Fatah (che governa

la Cisgiordania) ha conseguenze molto pesanti anche per l’informazione – spiega Paolo Serventi Longhi, rappresentante italiano della Federazione internazionale della stampa –. A Gaza l’informazione e la comunicazione di opinioni vicine a Fatah è praticamente impedita, con repressioni anche personali e fisiche, ma questo accade, viceversa, anche in Cisgiordania».

I controlli e le intimidazioni non sono terminati con la guerra ed essere giornalisti oggi a Gaza è sempre più difficile. «Adesso sto pensando di lasciare, di trovare qualcosa di più sicuro del giornalismo – spiega Hazem Balousha che, tra gli altri, ha lavorato per il Guardian durante la guerra –. Non è facile, da un lato per gli israeliani dall’altro per gli stessi palestinesi. Cerchiamo solo di fare il nostro lavoro in maniera indipendente, ma è molto difficile in Palestina».

«Dopo che Hamas ha preso Gaza nel giugno del 2007 le cose sono diventate complicate – gli fa eco Asma Algoul –. Tutte le volte senti degli occhi indiscreti che leggono i tuoi articoli. Ho avuto un sacco di problemi da questo punto di vista, non solo da parte di Hamas, ma anche di Fatah: hanno mandato delle note critiche all’editore del mio giornale Alayyam per alcuni pezzi che non hanno gradito e alla fine ho lasciato, c’era troppa pressione da un parte e dall’altra».


I GIORNALISTI STRANIERI

Così come i cittadini, rinchiusi in quella che per molti è la più grande prigione al mondo, anche i giornalisti di Gaza danno spesso l’impressione di sentirsi abbandonati. «Gaza esiste solo se a Gaza si spara» ha scritto Gideon Levy un giornalista israeliano tra i più indipendenti e forse è davvero così.

«Dopo la guerra la vita delle persone è diventata molto più difficile, non entra un solo sacco di cemento per la ricostruzione e i confini sono sigillati – spiega Hamada Abuqammar, producer della Bbc –. I reporter stranieri hanno un grande ruolo, devono venire e raccontare la verità, noi siamo considerati di parte anche se abbiamo svolto il nostro lavoro con la maggiore correttezza possibile».

Certamente «Piombo fuso» per i reporter di Gaza è stata anche una questione nazionale, ma come ha detto Filippo Landi, corrispondente Rai da Gerusalemme: «la guerra è stata vinta da questi giornalisti, dal loro impegno, sacrificio, talvolta dai loro errori, però bisogna riconoscergli una grande onestà intellettuale che a molti ha dato fastidio».

«Noi scegliamo questo lavoro non per essere degli eroi, ma dei supervisori – conclude Hamza Elbuhaisi, giovane e coraggioso freelance –. Qui a Gaza è facile trovare una storia da raccontare, ma se volessi uscire al confine di Eretz mi arresterebbero. E, se volessi andare in alto mare con i nostri pescatori (Israele proibisce l’uscita oltre le tre miglia dalla costa, ndr), gli israeliani mi sparerebbero».


di Anna Maria Selini


pubblicato su l'Eco di Bergamo



giovedì 5 novembre 2009

Lacio drom Alda

A poca distanza da Fernanda Pivano ci ha lasciato anche Alda Merini, la più grande poetessa contemporanea italiana.


Lascio a te queste impronte sulla terra

tenere dolci

che si possa dire

qui è passata una gemma o una tempesta

una donna che avida di dire

disse cose notturne e delicate

una donna che non fu mai amata


Alda Merini

mercoledì 21 ottobre 2009

Mafalda e le altre

Dedicato a Rosi Bindi e a tutte le donne che in questo paese non si sentono degnamente rappresentate o rispettate.
Qualcosa si sta muovendo, lo dimostrano i dibattiti - anche se sterili - sulla tv di stato, gli articoli che da settimane riempiono i giornali, le raccolte firme, i tam tam virtuali.
Dedicato alle donne intelligenti, capaci e, magari, pure bellocce. Per la fatica e la resistenza quotidiane. Sarebbe così facile abbassare la guardia, cedere e scivolare. Le scorciatoie nel nostro paese sono ormai autostrade.

venerdì 16 ottobre 2009

Gli "Aquiloni" allo Speciale Palestina