lunedì 11 gennaio 2010

Quel muro sottoterra che isola ancor di più Gaza


Un anno dopo "Piombo fuso", l'ingresso a Gaza trae in inganno. Quella che prima era una strada sterrata circondata da briciole di case e industrie - le prime a essere colpite nell'offensiva israeliana che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani - è diventata un corridoio asfaltato e recintato. Ma, al di là della nuova passerella che collega il terminal israeliano di Eretz al checkpoint palestinese, nulla è cambiato: gli edifici distrutti, le carcasse delle fabbriche e le tende delle famiglie ancora prive di abitazione restano lì. Ti vengono incontro, con i carretti trainati dai muli, le moto cinesi contrabbandate attraverso i tunnel e le montagne di ferro. Isole sparse in tutta la Striscia, soprattutto nelle zone più colpite, dove improvvisati carpentieri si dedicano a una delle attività più diffuse: recuperare il ferro dai tondini delle case. Riccioli arrugginiti che ritrovano vita per essere riutilizzati, perchè a un anno da "Piombo fuso" i materiali per la ricostruzione continuano a non entrare e Gaza resta isolata.
Secondo Tel Aviv il ferro servirebbe ad Hamas, il movimento fondalmentalista islamico che dal 2007 controlla la Striscia, per costruire quei razzi qassam che effettivamente dalla fine della guerra hanno praticamente smesso di cadere sul sud di Israele. Il cemento invece farebbe proliferare i tunnel al confine con l'Egitto, quegli stessi che ora, con la costruzione di una profonda barriera sotterranea, il Cairo vorrebbe bloccare. Secondo Israele via d'accesso per armi e munizioni, in realtà principale valvola di sfogo di una popolazione che, per organizzazioni internazionali come Amnesty International, vive in "emergenza umanitaria".

Secondo gli ultimi aggiornamenti dell'Unwra, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, nella seconda settimana di dicembre a Gaza sono entrati 615 camion carichi di cibo, prodotti agricoli e per l'igiene. Dato che rappresenta solo il 26% di quello che entrava ogni settimana in media prima del 2007. A Gaza i blackout sono continui, molte famiglie non hanno acqua corrente (che comunque non è potabile) e anche la carta igienica per molti resta un lusso.
Il 97% delle industrie restano chiuse, il tasso di disoccupazione è salito al 42,3% nell'ultimo quadrimestre del 2009 e otto abitanti su dieci dipendono dagli aiuti umanitari. Lo rivela l'ong israeliana Gisha, che sottolinea anche come la chiusura dei valichi (imposta da Israele dopo la presa di Hamas) continui a rappresentare una violazione dei diritti principali come quello all'educazione, alla salute e alla libertà di movimento.
Gli abitanti di Gaza non sono liberi di uscire, ma nemmeno entrare - fatta eccezione per gli operatori di ong, alcuni giornalisti e diplomatici - è così scontato. Tanto che su 1500 partecipanti alla "Gaza freedom march", arrivati al Cairo da quarantadue nazioni diverse il 27 dicembre scorso, per entrare nella Striscia e manifestare pacificamente contro l'embargo, sono riusciti a entrare in 84. Tra questi, nessuno dei 140 italiani che hanno aderito e che sono stati anche coinvolti nelle cariche della polizia egiziana contro i manifestanti.

Violente le reazioni anche contro il convoglio umanitario del parlamentare britannico George Galloway, che trasporta, tra le altre cose, 700 protesi dell'anca per un valore commerciale di quasi 2 milioni di euro, raccolte dall'associazione genovese "Urgenza sanitaria". Dopo aver deviato il convoglio e proposto l'entrata parziale (rifiutata dai dirigenti così come il passaggio attraverso Israele), i reparti antisommossa egiziani hanno attaccato i partecipanti, ferendone una sessantina. Già il giorno prima si erano registrati disordini al confine tra Gaza e l'Egitto, con la morte di un soldato egiziano e il ferimento di decine di palestinesi, dopo una manifestazione a sostegno del convoglio degenerata. E sempre nei giorni scorsi, in risposta al lancio di alcuni colpi di mortaio, i caccia israeliani hanno bombardato alcuni punti della Striscia, uccidendo tre persone.
In tutto questo è inevitabile chiedersi come potranno essere operative le ong italiane che nei prossimi mesi prolifereranno a Gaza, dopo che la Farnesina ha stanziato 4 milioni di euro per nuovi progetti.
di Anna Maria Selini
pubblicato su L'Eco di Bergamo

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