mercoledì 18 febbraio 2009

Kosovo, 10 anni dopo la guerra

Un piccolo staterello, grande come l’Abruzzo, ma che rischia di assumere un ruolo di portata storica nello scacchiere internazionale. Nel recente conflitto tra Georgia e Russia per il controllo dell’Ossezia del Sud, il Kosovo è stato più volte citato come il “precedente”. Per capire perché oggi torna di attualità il Kosovo bisogna andare indietro di un anno.
Giusto dodici mesi fa, in febbraio, l’ultimo dei frammenti della ex Jugoslavia si è auto proclamato indipendente dalla
Serbia, di cui fino a quel momento era una provincia. È stato uno strappo in piena regola alla giurisprudenza internazionale, che tollera secessioni soltanto all’interno di Stati non democratici, mentre la Serbia è una democrazia a tutti gli effetti. Ed è appellandosi proprio a questo principio che Belgrado, ancora oggi, non vuole cedere nell’ultima e più importante “battaglia” kosovara.
Con oltre due milioni di abitanti, il Kosovo è stato finora riconosciuto da cinquantaquattro dei 192 paesi Onu e ventidue dei 27 dell’Unione europea, tra cui anche l’Italia. Ma il neonato Stato deve compiere molti passi prima di dirsi veramente indipendente. Intanto deve conquistarsi l’indipendenza economica.
Nel 2007 l’economia è cresciuta del 4,6 per cento, ma la capacità del paese di produrre ricchezza è molto bassa: ogni kosovaro produce 1.800 euro all’anno, un quindicesimo di un italiano. La disoccupazione è alle stelle. Il 40 per cento della popolazione vive con meno di due euro al giorno.
«La cosa di cui ha maggiormente bisogno il mio paese in questo momento è il lavoro – sostiene don Lush Gjergji, prete cattolico e intellettuale molto apprezzato in Kosovo –. Se ci fosse più lavoro la vita sarebbe meno politicizzata e la gente si occuperebbe di più della quotidianità. Il Kosovo ha soprattutto bisogno di pace – continua – ma la pace vera e giusta si può realizzare solo tramite investimenti e con l’aiuto della comunità internazionale».

TANTI AIUTI POCA RICCHEZZA
Negli ultimi nove anni, a Pristina, la capitale, sono arrivati oltre due miliardi e mezzo di aiuti e altri ne arriveranno dall’Unione europea, ma questo non ha portato alla creazione di un’economia in grado di autoalimentarsi. Al contrario, sono cresciuti i canali economici illegali come il traffico di droga, armi e prostituzione. Stando alle stime dell’Interpol, da qui passerebbe l’80 per cento del traffico europeo di eroina, i cui proventi finanzierebbero i principali partiti guidati da ex esponenti dell’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo. La corruzione arriva fino ai piani più alti del potere al punto da aver coinvolto lo stesso vicecapo della missione Onu. Il nome dell’ex generale americano, considerato un intoccabile e silurato un anno fa, è stato associato a quello di politici e affaristi locali di dubbia reputazione, oltre che a vicende a sfondo sessuale. L’attuale primo ministro Hashim Thaci ha promesso di combattere la corruzione. Il primo passo potrebbe essere quello di spezzare la cattiva abitudine di inserire parenti nei posti chiave dell’amministrazione, senza alcun riguardo per la professionalità. Tradizione onorata dagli ul-timi tre premier che hanno promosso fratelli e sorelle ai più alti gradi delle strutture di governo.
I DIRITTI DELLE MINORANZE
Dalla fine del conflitto serbo-albanese del 1999, il paese è di fatto un protettorato internazionale: fino a pochi mesi fa amministrato dall’Onu (missione Unmik), oggi dall’Unione europea (missione Eulex) tranne che nel nord del paese dove vive la maggior parte dei serbi e dove Unmik ed Eulex convivono ancora. Il passaggio di consegne doveva avvenire nel giugno scorso, ma è slittato anche per l’opposizione della Russia, che ha riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia (province della Georgia) mentre considera illegale quella del Kosovo.
Il problema vero dell’indipendenza del Kosovo si chiama rispetto delle minoranze, in primo luogo quella serba. Nelle città si contano pochissimi serbi e in pochi hanno fatto ritorno nei villaggi, dove le loro case sono state distrutte. Alcuni vivono nelle enclave ma sono come reclusi. In queste eclave le difficoltà economiche sono ancora maggiori. «Tutti guardano ai numeri: il Kosovo è albanese perché il 90 per cento della popolazione è albanese, dicono. Voi non potete capire cosa vuol dire questo numero per noi – spiega Dobrila Bozovic, portavoce del patriarcato di Pec –. Tutti vogliono che i serbi dicano che gli albanesi sono cattivi, ma non sono cattivi. Sono stati manipolati, questo sì, tutti noi lo siamo stati, serbi e albanesi».
Nella parte orientale del paese, gli americani, principali sostenitori dell’indipendenza del Kosovo, hanno costruito una delle loro basi militari più importanti, c’è chi dice la più importante d’Europa. Si spiega così, forse, perché questo francobollo di terra balcanica sia riuscito a violare ogni principio di diritto internazionale, alimentando le speranze di tutte quelle regioni che sognano di diventare indipendenti. L’Ossezia del Sud oggi, i Paesi baschi o la Corsica domani, chissà: ogni Stato può avere il suo Kosovo. Tanto più nel risiko di quella che molti, oggi, chiamano la nuova guerra fredda. (foto mie e di Giulia Bondi)

di Anna Maria Selini
pubblicato sulla rivista Liberetà di febbraio

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