giovedì 27 novembre 2008

G come Gorazdevac, l’enclave

Gorazdevac è un'enclave serba a pochi chilometri dalla città di Pec /Peja. I soldati Kfor presidiano la strada all'entrata e all'uscita dal villaggio. Tutto è scritto in cirillico, dall'insegna della Kafana alla didascalia sotto il teschio sui pali dell'alta tensione. Molti degli abitanti di Gorazdevac fanno parte di quella schiera di irriducibili che non hanno mai lasciato le proprie case, nemmeno nei giorni della contropulizia etnica nei confronti dei serbi, subito dopo l'ingresso della Nato in Kosovo nel '99. Tra questi, c'è Jelena, classe 1938. La incontriamo insieme ad altre due generazioni di donne, la nuora Nada e la nipote Dragana.
“Per alcuni giorni non si vide nessuno - ricorda Jelena - poi cominciarono ad arrivare i primi soldati a proteggerci. Gli facemmo festa ammazzando un maiale”. La famiglia di Jelena non sfollò da Gorazdevac nemmeno durante la seconda guerra mondiale. La nuora, Nada, non è da meno. Vedova da alcuni anni, cresce 5 figli di cui una gravemente handicappata, Marina. Quando era più piccola, la portava a un centro diurno di terapia, ma ora muoversi, per i serbi, è troppo complicato.
Davanti all'immancabile caffè, Nada scambia battute con Sonja, la volontaria dell'Operazione colomba che ci ha accompagnato qui. I ragazzi di Operazione colomba garantiscono un servizio di scorta civile, portano gli anziani serbi a fare compere a Pec per non farli sentire troppo isolati in questa sorta di Dogville con una strada e 10 case. Ma per i giovani, la città di riferimento è Mitrovica. È qui che andrà a studiare Dragana, che seduta in hot pants sul tappeto di casa fuma una sigaretta dopo l'altra. A Mitrovica studierà geografia. Una materia, da queste parti, tutt'altro che secondaria.

di Giulia Bondi

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