venerdì 13 novembre 2009

Gaza, guerra all'informazione a Robecco sul Naviglio


Stasera alle 21.00, proiezione del mio video GAZA guerra all'informazione in occasione dell'incontro pubblico "I diritti negati dalla guerra. Gaza, la striscia capovolta", organizzato dal gruppo di volontari di Emergency, Peace Reporter e il circolo cooperativo di Robecco sul Naviglio.

Appuntamento presso il circolo cooperativo di Robecco sul Naviglio, in via Roma 11.

martedì 10 novembre 2009

The iron curtain e altri muri


Con un giorno di ritardo, invito a visitare il sito theironcurtaindiaries. I diari della Cortina di ferro.
Non si tratta di un semplice sito, ma di un progetto multimediale, un web documentario realizzato da alcuni giornalisti, fotografi, un regista e un disegnatore italiani, che in un mese hanno percorso oltre 5000 km, lungo la cosiddetta "Cortina di ferro".
La linea che divideva i due blocchi (occidentale - filoamericano, orientale - filosovietico) durante la Guerra fredda.
Il progetto è stato presentato il 9 novembre, ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, data storica e per questo celebrata ieri in pompa magna.
Altri muri restano però alzati, a partire da quello che ho recentemente visto e toccato, tra la Cisgiordania e Israele, che proprio ieri, nel giorno simbolo della caduta delle barriere tra le due Germanie, è stato in parte abbattuto da alcuni palestinesi. Una breccia destinata, almeno per ora, a restare soltanto simbolica.

lunedì 9 novembre 2009

Gaza, cronisti tra due fuochi



Durante «Piombo fuso» hanno perso la vita in sei, per raccontare la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. E oggi, che la guerra è terminata (seppur la ricostruzione resti proibita), i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua.

IL DOVERE DI RACCONTARE
«Stavano per colpire e bisognava posizionare subito tre telecamere sul tetto. Così le ho caricate in spalla, correndo su per le scale, quando ho visto davanti a me tre droni (aerei senza pilota, ndr). Ho aspettato a terra, finché sono stato sicuro che avessero capito che ero un giornalista. In quel momento volevo solo che le immagini uscissero da Gaza». Hamza El Attar, 26 anni, è uno degli operatori palestinesi dell’agenzia stampa Ramattan che ha raccontato «Piombo fuso».
L’ultima offensiva israeliana nella Striscia di Gaza – oltre a 1400 vittime palestinesi e 13 israeliane – passerà alla storia, infatti, anche per il divieto d’entrata imposto dal governo di Tel Aviv ai reporter stranieri e israeliani. Sono stati i colleghi palestinesi, per la maggior parte giovanissimi, ma con anni di esperienza come producer, giornalisti e operatori dei grandi network, a mostrare al mondo il conflitto. Per ventitré giorni sono rimasti nelle redazioni, senza tornare dalle loro famiglie, mentre i palazzi dei media venivano bombardati. In sei hanno perso la vita, riuscendo però a diffondere le immagini della guerra sulle tv di tutto il mondo, a partire da quelle israeliane.
«Mi ero sposato da poco – ricorda Tamer Al Misshal, reporter di Aljazeera – ma ho scelto di lavorare. Noi giornalisti dovevamo stare attenti a dare le notizie e a non diventare una notizia, visto che eravamo costantemente presi di mira».

A Gaza, tutti i cameramen e reporter riferiscono di essersi sentiti un bersaglio degli israeliani durante «Piombo fuso» e molti sono stati coinvolti in un attacco, mentre si trovavano al lavoro o nei pochi momenti trascorsi con la famiglia.

LA GUERRA PARALLELA
Mentre dall’altra parte del confine, in territorio israeliano, i corrispondenti stranieri osservavano con frustrazione i combattimenti, assiepati sulla cosiddetta «collina dei giornalisti», dentro Gaza i reporter palestinesi dovevano fronteggiare un’altra offensiva.
«È evidente che la guerra non dichiarata, ma in atto tra Hamas (che governa Gaza) e Fatah (che governa
la Cisgiordania) ha conseguenze molto pesanti anche per l’informazione – spiega Paolo Serventi Longhi, rappresentante italiano della Federazione internazionale della stampa –. A Gaza l’informazione e la comunicazione di opinioni vicine a Fatah è praticamente impedita, con repressioni anche personali e fisiche, ma questo accade, viceversa, anche in Cisgiordania».
I controlli e le intimidazioni non sono terminati con la guerra ed essere giornalisti oggi a Gaza è sempre più difficile. «Adesso sto pensando di lasciare, di trovare qualcosa di più sicuro del giornalismo – spiega Hazem Balousha che, tra gli altri, ha lavorato per il Guardian durante la guerra –. Non è facile, da un lato per gli israeliani dall’altro per gli stessi palestinesi. Cerchiamo solo di fare il nostro lavoro in maniera indipendente, ma è molto difficile in Palestina».
«Dopo che Hamas ha preso Gaza nel giugno del 2007 le cose sono diventate complicate – gli fa eco Asma Algoul –. Tutte le volte senti degli occhi indiscreti che leggono i tuoi articoli. Ho avuto un sacco di problemi da questo punto di vista, non solo da parte di Hamas, ma anche di Fatah: hanno mandato delle note critiche all’editore del mio giornale Alayyam per alcuni pezzi che non hanno gradito e alla fine ho lasciato, c’era troppa pressione da un parte e dall’altra».


I GIORNALISTI STRANIERI
Così come i cittadini, rinchiusi in quella che per molti è la più grande prigione al mondo, anche i giornalisti di Gaza danno spesso l’impressione di sentirsi abbandonati. «Gaza esiste solo se a Gaza si spara» ha scritto Gideon Levy un giornalista israeliano tra i più indipendenti e forse è davvero così.
«Dopo la guerra la vita delle persone è diventata molto più difficile, non entra un solo sacco di cemento per la ricostruzione e i confini sono sigillati – spiega Hamada Abuqammar, producer della Bbc –. I reporter stranieri hanno un grande ruolo, devono venire e raccontare la verità, noi siamo considerati di parte anche se abbiamo svolto il nostro lavoro con la maggiore correttezza possibile».
Certamente «Piombo fuso» per i reporter di Gaza è stata anche una questione nazionale, ma come ha detto Filippo Landi, corrispondente Rai da Gerusalemme: «la guerra è stata vinta da questi giornalisti, dal loro impegno, sacrificio, talvolta dai loro errori, però bisogna riconoscergli una grande onestà intellettuale che a molti ha dato fastidio».
«Noi scegliamo questo lavoro non per essere degli eroi, ma dei supervisori – conclude Hamza Elbuhaisi, giovane e coraggioso freelance –. Qui a Gaza è facile trovare una storia da raccontare, ma se volessi uscire al confine di Eretz mi arresterebbero. E, se volessi andare in alto mare con i nostri pescatori (Israele proibisce l’uscita oltre le tre miglia dalla costa, ndr), gli israeliani mi sparerebbero».

di Anna Maria Selini

pubblicato su l'Eco di Bergamo


venerdì 6 novembre 2009

Gaza, i militari che hanno rotto il silenzio


Decine di soldati, molti ancora in servizio nell’esercito israeliano (Idf), hanno rilasciato le loro testimonianze (riprese dai media israeliani e stranieri) a Breaking the silence, l’associazione di militari che ha, per l’appunto, rotto il silenzio. Il tabù secondo il quale l’esercito israeliano sarebbe tra i più «morali» al mondo.
«Per la prima volta – dichiara Yehuda Shaul (nella foto), ebreo ortodosso e fondatore dell’associazione – l’Idf ha pensato di non mettere le proprie truppe a rischio, anche se questo significava ferire le persone attorno.
Il concetto che preferiamo gli errori alla conta dei corpi dei nostri, è la grande storia di Piombo fuso e così per la prima volta si sono usate massive tattiche di guerra contro i palestinesi. Bombardamenti, artiglieria e uso di fosforo bianco in centri abitati, senza preoccuparsi dei civili». Quello che nei giorni scorsi ha fatto dire al giudice Goldstone, che ha coordinato l’inchiesta Onu sulla guerra a Gaza, che Israele si è macchiato di crimini contro l’umanità (così come Hamas con il lancio di missili Qassam).
«Una delle testimonianze più forti – continua Shaul – è quella sull’atmosfera dentro la compagnia prima dell’entrata a Gaza, quando un soldato dice: "Peccato per la nostra democrazia che non possiamo fare quello che dovremmo". Piombo fuso è stato un buco nero per gli israeliani, noi non sapevano cosa stava succedendo a Gaza. Otto anni di razzi Qassam lanciati dalla Striscia sul sud di Israele hanno fatto crescere un atteggiamento molto diverso: oltre il 90% degli israeliani era favorevole all’offensiva. Ma le persone parlano di Piombo fuso – sottolinea Shaul – come di una guerra, quando non c’è stata nessuna resistenza.
Da un punto di vista militare è andata molto bene, ma da un punto di vista morale è stata una pessima operazione. L’esercito israeliano ha sempre avuto un senso morale nei combattimenti, ma con «Piombo fuso» è cambiato. Voglio credere – conclude Shaul – che questo è qualcosa che la società israeliana non permetterà ancora, perché è successo esattamente quello che l’esercito ha voluto per noi. E in una democrazia è la gente la padrona dei militari, non viceversa». (foto di Lorenzo Bernini)

di Anna Maria Selini

pubblicato su l'Eco di Bergamo

giovedì 5 novembre 2009

Lacio drom Alda

A poca distanza da Fernanda Pivano ci ha lasciato anche Alda Merini, la più grande poetessa contemporanea italiana.


Lascio a te queste impronte sulla terra

tenere dolci

che si possa dire

qui è passata una gemma o una tempesta

una donna che avida di dire

disse cose notturne e delicate

una donna che non fu mai amata


Alda Merini