lunedì 24 agosto 2009

Se anche i treni si inibiscono

"Non so dirle se ci siano ancora posti. Il treno risulta inibito". Inibito? "Stanno facendo della manutenzione a bordo e le prenotazioni sono bloccate. Solo il capotreno potrà dirle se salire o meno".
Dopo le biglietterie delle piccole stazioni abolite, i bagni sigillati (anche se a volte è meglio non aprire quella porta), l'aria condizionata saltata e la pulizia surclassata, arrivano i treni inibiti.
Fantasia viaggiante al potere. Nell'epoca del digitale-satellitare-nucleare di quarta generazione, le nostre ferrovie coniano neologismi ma tornano al passato: al controllore onnisciente che tutto sa e che tutto risolve. Ma le Fs sono furbe e all'uomo, si sa, si affidano solo in caso di magagne, quando capotreno coincide con capro espiatorio.
Intanto, anche sulle tratte più brevi, aumentano gli eurostar e i treni ad alta velocità (di alto spesso c'è solo il prezzo), mentre spariscono gli intercity e gli interegionali. Cari vecchi locali puzzolenti, in fondo, eravate i più efficienti. Qualcuno prima o poi fonderà un gruppo su facebook in vostro onore, mentre, tra un overbooking (è l'ultima trovata delle ferrovie) e un rimborso mancato, continueremo a viaggiare. Noi come i nostri treni, sempre più inibiti.

martedì 18 agosto 2009

AAA Cercasi citazione

Ce n'è una per ogni momento della vita, ma sono sempre stata pessima nell'annotarle. Chicche da sfoderare per stupire e piacere, ma anche una specie di terapia spicciola collettiva. Come dire 'Qualcuno c'è già passato'.
La saggezza della nonna. I proverbi andati. Le filastrocche di quando eri bambino e non ne capivi ancora il senso. Un salvagente a cui aggrapparti, mentre perdi di vista la riva nel fiume in cui hai scelto, a occhi chiusi, di buttarti.
Ecco, una citazione, al volo. Se non proprio un salvagente, un copertone adatto ai cambiamenti. Per continuare a navigare e magari arrivare al mare, col vento sulla faccia.

venerdì 7 agosto 2009

Back to reality

Lasciare Gaza dopo due settimane e tornare
a Gerusalemme è stato scioccante. In taxi, bloccata nel traffico assordante del venerdì pomeriggio pre shabbat (la festa ebraica del riposo che cade ogni sabato) mi è tornata in mente una scena di Lost in traslation. Persa in un mondo che parla un'altra lingua. Smarrita tra palazzi, colori, suoni, persone e movimenti troppo veloci, quasi inafferrabili, rispetto a quelli a cui mi ero abituata.
Come un'extraterrestre ho guardato la gran quantità di cibo in vendita per le strade e nelle vetrine: chili di pane fresco, mele non ammaccate, meloni profumati, chicchi d'uva ammiccanti (a Gaza la frutta si trova ma non così in abbondanza). Banalmente, tutto quello che uno può desiderare, voglie espresse e subito soddisfatte, alcool incluso naturalmente.
Poi ho notato l'assenza di certi rumori (in cambio ho ritrovato il caos tipico di ogni città): non più il ronzio costante dei generatori come sottofondo e soprattutto niente più clacson continui, mentre si cammina per strada. All'inizio pensavo fossero i soliti "maschi" poi ho realizzato che come in molti altri posti (vedi Cuba) si trattava del più diffuso mezzo di trasporto "pubblico": a Gaza chi ha la macchina la usa come taxi e per pochi shekel da un passaggio a chiunque, invitandolo col clacson.
Confesso di essermi riabituata in fretta alla normalità (e al consumismo): ho scoperto nuovamente le braccia, mi sono infilata nel mio bar preferito sorseggiando la mia bibita preferita (lemonana), dato un'occhiata ai regali da comprare alle amiche e sgranocchiato un fantastico cioccolato.
Ho accarezzato con lo sguardo la Porta di Damasco e i suoi venditori, il muro della Città vecchia (il mio ostello è esattamente adiacente), trascinandomi stanca tra i vicoli di Gerusalemme est, all'ora in cui i negozianti abbassano le serrande e soprattutto quando il caldo cede il passo alla brezza serale.
Gerusalemme mi conquista ogni volta, ma Gaza ti lascia un vuoto dentro. Mentre me ne andavo, lungo la costa, ho salutato ancora una volta le sue rovine. Com'è Gaza? mi chiedono tutti. Gaza è una ferita lunga 40 km, in alcuni punti, rarissimi, cicatrizzata, in altri grondante ancora sangue.
Il sole, la gente che riempie le spiagge e i negozi riaperti traggono in inganno. Le macerie sono ancora lì, le ruspe in azione in tutta la Striscia si contano sulle dita e i palazzi bombardati vengono demoliti praticamente a mani nude, anche perché ogni briciola di cemento va raccolta. Servirà per ricostruire, a Gaza riciclare è un imperativo, visto che a sei mesi dalla fine delle guerra, i materiali edili ancora non entrano.
E' la gente, però, quello che più colpisce: non so davvero in che modo e perché, ma è come se fossero loro a farti forza. E' un estremo spirito di sopravvivenza, una sorta di capacità collettiva di sdrammatizzare. Essere abbattuti e subito rialzarsi, come se niente fosse successo, come se tutto fosse normale. Morire d'inverno e sposarsi d'estate. Bombardamenti mattutini contro le barche dei pescatori e festanti rulli di tamburo al tramonto. Quasi avessero lo stesso ritmo e la stessa logica. Come se in fondo nessuno ne avvertisse più la differenza.

mercoledì 5 agosto 2009

Abbattuta la tenda di Umm Kamel Il "simbolo" di Skeihk Jarrah


Sono arrivati all'alba, per sfrattare due famiglie palestinesi, ma hanno colpito anche lei, il "simbolo" di Skeihk Jarrah. La tenda di Umm Kamel, la donna che nel mondo è diventata l'emblema della resistenza pacifica contro la colonizzazione israeliana, da ieri non campeggia più all'entrata del quartiere arabo di Gerusalemme est, dopo essere stata rasa al suolo per la settima volta.
Skeihk Jarrah è una delle "palestre" predilette, dove i coloni israeliani amano esercitarsi, occupando le case non appena l'esercito le libera.
Come è successo all'alba del 2 agosto, quando i soldati hanno reso esecutivo lo sfratto per 50 persone, dopo che la Corte suprema israeliana ha respinto il loro appello. Per il governo di Tel Aviv le case, dove le due famiglie vivevano dal 1956, sono abusive.
Le proteste della Comunità internazionale non hanno tardato ad arrivare: la presidenza svedese dell'Ue ha parlato di episodio "illegale e intollerabile", un portavoce del Consolato britannico l'ha definito "incompatibile con il desiderio di pace professato da Israele", mentre per il segretario di Stato americano, Ilary Clinton, "quanto avvenuto a Gerusalemme est non è in linea con gli impegni israeliani contenuti nella road map".
Alle 5.30, mentre dormivano, le famiglie Al Ghawdi e Hanoun sono state costrette ad evacuare, tra di loro c'erano 19 bambini. Venti attivisti internazionali, da tempo presenti per monitorare la situazione, sono stati arrestati e in seguito rilasciati, mentre ai giornalisti accorsi non è stato possibile accedere all'area. Non sono mancati momenti di tensione tra i palestinesi e i coloni.
"Gli effetti personali degli abitanti sono stati portati via e nessuno sa dove siano - racconta Barbara Antonelli, un'italiana che insieme a numerosi altri stranieri sta partecipando al presidio ancora in corso -. La polizia ha transennato il quartiere e dall'altra notte le famiglie dormono letteralmente per strada".
Durante l'evacuazione, i bulldozer hanno sradicato anche la tenda di Fawzieh al-Kurd, 57 anni, conosciuta da tutti come Umm Kamel, la donna simbolo di Skeihk Jarrah. Dal novembre scorso viveva in una tenda, in uno spiazzo recintato da filo spinato, dopo essere stata sfrattata a sua volta ed aver visto occupare la propria casa, a turno, da famiglie di ebrei ortodossi. "Qui vivono circa 500 persone - spiegava Maher Hannoun, prima di essere evacuato –. Sono tutti profughi che dopo la guerra del '48 avevano ricevuto la terra dal governo giordano e le case dall'Unwra, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi. Gli israeliani rivendicano un diritto di proprietà che non ha fondamento, la verità è che esiste un progetto per costruire in questa zona 250 nuovi appartamenti per i coloni".
Nella sua casa come in quella di Al Ghawdi si sono subito installati alcuni ebrei ortossi, scortati dalla polizia, che presidia entrambe le abitazioni, dall'alba del 2 agosto. Sono arrivati su un autobus e da subito hanno fatto capire di non avere la minima intenzione di andarsene. (foto di Aldo Soligno)

di Anna Maria Selini

pubblicato su L'Eco di Bergamo