mercoledì 30 dicembre 2009

Wish you a better new year




Murales opera di una studentessa della facoltà di Arte dell'università Al Aqsa di Gaza. In occasione del primo anniversario dell'operazione israeliana "Piombo fuso", in cui hanno perso la vita oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani, alcuni giovani artisti locali hanno ridato vita ai muri che circondano l'ospedale Al Shifa, il più importante di Gaza, nonché uno dei luoghi simbolo dell'offensiva durata 23 giorni.

martedì 29 dicembre 2009

Gaza, la terra offesa


La tracce della guerra a Gaza, invece di ridursi, crescono. Escono allo scoperto, continuando a segnare la terra e la salute, anche futura, della popolazione. I bombardamenti israeliani del 2006 e del 2009, infatti, avrebbero lasciato sul terreno forti concentrazioni di metalli tossici, tali da poter provocare negli abitanti tumori, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica.
E' quanto risulta da uno studio condotto da New Weapons Research Group (Nwrc), una commissione indipendente di scienziati che ha sede in Italia e che studia l'impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate.
Il gruppo di lavoro del Nwrc ha esaminato 4 crateri di grandi dimensioni: due provocati dai bombardamenti del luglio 2006 (uno nella città di Beit Hanoun e uno nel campo profughi di Jabalia) e due da bombe sganciate nel gennaio 2009 a Tufah, sobborgo di Gaza City.
Inoltre, si è analizzata la polvere residua all'interno del guscio di una bomba al fosforo bianco (THS89D112-003 155mm M825E1*) esplosa vicino all'ospedale di Al Wafa, nel gennaio 2009.
Lo studio ha messo a confronto i livelli di concentrazione dei metalli rilevati nei crateri con quelli indicati in un rapporto sulla presenza di metalli nel suolo di Gaza, realizzato attraverso il campionamento di 170 luoghi, pubblicato nel 2005. Le analisi hanno rilevato anomale concentrazioni nei crateri in particolare di metalli come tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, specie nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose per via cutanea, respiratoria e attraverso gli alimenti.
"Occorre intervenire subito per limitare le conseguenze della contaminazione su persone, animali e colture - spiega Paola Manduca, portavoce del Nwrg, docente di genetica all'università di Genova - occorrono strategie di sostegno per le persone contaminate. Auspichiamo che le indagini fino ad ora svolte dalla commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni unite, vadano oltre l'analisi del rispetto dei diritti umani e prendano in considerazione gli effetti sull'ambiente provocati dall'uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo. Una rapida raccolta di dati può essere realizzata secondo modalità che molti scienziati possono agevolmente descrivere e programmare".

I crateri esaminati
Tutti i crateri esaminati sono di grandi dimensioni e il campionamento è stato condotto lungo
uno dei lati del pendio di ciascun cratere. Tutti si trovano nella parte nord della Striscia di Gaza.
I campioni dei crateri di Beit Hanoun e Jabalia sono stati raccolti nell'agosto 2006, due settimane
dopo la fine degli attacchi del mese di luglio. Quelli di Tufah sono stati raccolti il 28 gennaio 2009,
e fanno riferimento ai bombardamenti del 14 gennaio.

I dati raccolti nei crateri
I risultati delle analisi con Icp/Ms (una tipologia di spettrometria di massa altamente sensibile e
in grado di determinare diverse sostanze inorganiche) mostrano presenza in quantità superiori alla
media attesa di:

1. Tungsteno e mercurio
Nel cratere di Beit Hanoun sono state rilevate quantità significative di tungsteno (tra 20 e 42 volte il livello medio atteso nel suolo) e quantità elevate di Mercurio (tra 8 e 16 volte il livello massimo rilevato nello studio del 2003). Gli altri 3 crateri esaminati presentavano livelli simili a quelli medi del suolo. Entrambi gli elementi, mercurio e tungsteno, sono rari in natura e il loro ritrovamento in uno dei crateri indica che a disperderli nel terreno è stata la deflagrazione della
bomba, che ha diffuso i metalli in un raggio di dimensione sconosciuta che potrebbe avere prodotto la contaminazione delle acque, del suolo e delle colture. Entrambi sono metalli che hanno gravi effetti tossici e cancerogeni sull'uomo a medio-alte concentrazioni. Il mercurio è un agente classificato come cancerogeno; si assume anche per via cutanea, e in gravidanza si trasferisce dalla pelle al feto e provoca fetotossicità negli animali. Il tungsteno e le leghe di tungsteno sono genotossici e sospetti fetotossici. A concentrazioni meno elevate, il tungsteno è causa di patologie respiratorie e neurologiche.

2. Molibdeno
Il molibdeno è un elemento raro nel terreno ed è stato trovato in alte concentrazioni in tutti i crateri esaminati, con livelli compresi tra 0,1 a 12 parti per milione (ppm), vale a dire tra 25 e 3.000 volte il livello medio del suolo (0,004 ppm). Il molibdeno viene usato in leghe con vari metalli (singoli e multipli), alcuni dei quali vengono utilizzati come componenti di armi. Il molibdeno è tossico per gli spermatozoi, a livelli elevati produce effetti sulla spermatogenesi.

3. Cadmio
Il cadmio è un elemento presente normalmente in basse concentrazioni nel suolo di Gaza (0,093
ppm secondo lo studio del 2003). Lo studio ha rilevato una elevata quantità di cadmio (fino a 7,3
volte il livello medio) in uno dei crateri di Tufah. Il cadmio è un noto cancerogeno.

4. Cobalto
Il cobalto è stato trovato in entrambi i crateri di Tufah, in quantità fino a 26,2 ppm, circa 5 volte
superiore a quella normalmente contenuta nel suolo (5,1 ppm). Il cobalto può inibire la riparazione del dna e causarne la rottura, con effetti mutageni.

5. Nichel, manganese, rame e zinco
Nichel, manganese, rame e zinco sono stati trovati in uno dei crateri di Tufah, in quantità due volte più elevate rispetto a quello medio. Alcuni componenti di nichel e manganese sono cancerogeni.

6. Stronzio
Lo stronzio è presente in quantità superiore alla media in tutti i crateri esaminati, ma la sua
concentrazione varia in luoghi diversi e non ci sono dati disponibili di misurazione per il territorio
di Gaza, per cui non è possibile stabilire con certezza se si tratti di una presenza è anomala.

I risultati dell'analisi della bomba al fosforo bianco THS89D112-003 155mm M825E1*
Queste bombe sono costituite principalmente da settori alternati di fosforo bianco e alluminio, un metallo potenzialmente nocivo e fetotossico, ma impiegano anche diversi altri metalli. Gli effetti dei bombardamenti di Gaza, perciò, non dipendono soltanto dal fosforo bianco, ma anche dagli altri metalli nocivi che rimangono sul terreno, contaminandolo. Il gruppo di lavoro di Nwrc ha raccolto e testato, per il contenuto di metalli, il deposito di polvere aderente alla parte interna di una bomba (vedi foto) esplosa il 6 gennaio 2009 nei pressi dell'ospedale di Al Wafa, e i cui resti sono stati raccolti il 28 gennaio sul posto dell'esplosione. La polvere è stata raschiata con un cucchiaio di
plastica, dai lati e dalla parte inferiore della bomba. Le analisi hanno rilevato nella polvere della bomba alluminio in alta quantità, come previsto; ma sono state rilevate anche grandi concentrazioni di molibdeno (125-200 volte quelle mediamente contenute nel suolo), tungsteno (più di 41 volte) e mercurio (più di 160 volte). Questo indica che tali bombe, oltre al fosforo incendiario, possono disperdere anche metalli tossici e che il loro largo uso nel corso della guerra a Gaza, combinato con l'esplosione in altitudine, a una certa distanza dal suolo, può aver causato la diffusione di questi metalli sul territorio.

*Codice di identificazione del produttore. Indica che la bomba è stata realizzata nell'aprile 1989 da Thiokol Aerospace; 112-003 è un numero di serie e indica che molti lotti di queste munizioni sono stati prodotti; 155 millimetri è il calibro; M825E1 è un sigla adottata dalle forze armate statunitensi che indica una vecchia versione dell'attuale standard M825A1 delle munizioni al fosforo bianco.
di Anna Maria Selini
pubblicato su Peacereporter

lunedì 28 dicembre 2009

La sfida di Betlemme, pallottole e granate sull'albero di Natale



Mentre Betlemme si preparava per la messa di Natale, un manipolo di giovani palestinesi e di internazionali maneggiava con spensieratezza pallottole e residui di bombe. L'appuntamento era al primo piano dell'Handala center, nel cuore del campo profughi di Al A’za o Beit Jebren, il più piccolo della zona: una sola via, sulla quale dal 1948 vivono mille e cinquecento persone, strette in una ragnatela di vicoli, finestre e scale. A pochi metri, svoltato l'angolo, c'è il famoso Muro, la barriera difensiva di separazione costruita dagli israeliani, che dalla seconda Intifada cinge e isola Betlemme.
E proprio all'ombra delmuro e dei suoi graffiti, realizzati da artisti e pacifisti di tutto il mondo, il 24 dicembre è avvenuto il passaggio del patriarca latino, Fouad Twal, nella consueta tappa che dà il via alle celebrazioni di Natale. Ad attenderlo, quest'anno, c'era un albero speciale. Una sottospecie di abete scarnissimo, addobbato con decine di bicchierini di plastica trasparenti e al posto dei festoni, per l'appunto, pallottole, gusci di granate e bombe inesplose. Residui e souvenir del 2002, quando di Betlemme si parlò non solo a Natale, ma anche per l'assedio israeliano alla Basilica della Natività, in cui restarono asserragliati un'ottantina di palestinesi, alcuni dei quali considerati pericolosi terroristi da Israele, tenendo il mondo col fiato sospeso per oltre cinquanta giorni.
«Li abbiamo raccolti nelle case e tra la gente, che li aveva conservati - racconta Mohanned Alazzeh, uno dei giovani responsabili dell'Handala center, che ha avuto l'idea dell'albero - tutta Betlemme visse sotto assedio in quel periodo, non solo la basilica. Vogliamo mandare un messaggio di solidarietà e di libertà religiosa, ma vogliamo anchenon essere dimenticati, noi come tutti i profughi palestinesi».
I ragazzi sull'albero hanno appeso decine di bicchierini di plastica, su ognuno hanno scritto il nome del villaggio da cui provengono gli abitanti del campo, per oltre il 70% con un'età al di sotto dei 35 anni. Ad aiutarli c'erano una trentina di stranieri, tra cui anche alcuni italiani, come Federico e Francesco, 23 e 26 anni, venuti da Roma per partecipare al«Campo invernale natalizio contro l'occupazione», organizzato dall'Handala center. In quello che è l'unico spazio pubblico del campo, si organizzano attività ricreative per i bambini, ma anche manifestazioni e workshop contro il Muro e per i diritti di tutti i rifugiati palestinesi.
E proprio a Betlemme, nella notte di Natale, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania hanno potuto ritrovarsi. Tra i 15 mila pellegrini, il presidente palestinese Abu Mazen e il primo ministro Salam Fayyad, infatti, ad assistere alla funzione c'erano anche 300 cristiani provenienti da Gaza, a cui Israele ha fornito permessi di soggiorno speciali, proprio per consentire loro di partecipare alla messa di Natale. Un decimo dei tre mila cristiani della Striscia e soprattutto nessuno di quelli considerati nella fascia «critica», ovvero con un'età tra i 16 e i 35 anni. Sono arrivati dal valico israeliano di Eretz, carichi di valigie e commozione. «Nonostante i lodevoli sforzi per trovare una soluzione al conflitto in corso, tutti i tentativi volti a raggiungere la pace sono falliti». Sono le amare parole pronunciate nel messaggio di Natale dal patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal. Parole ancora più amare nella «città-simbolo della pace, in Terra Santa e nelmondointero», come Benedetto XVI ha definito Betlemme. Una pace che sembra ancora più lontana all'ombra di quel muro, dove l'albero di Natale dell'Handala center si piega come un filo d'erba.

di Anna Maria Selini
pubblicato su l'Unità

mercoledì 23 dicembre 2009

Gaza, il piccolo Muath verso la speranza


A un anno e quattro mesi ha potuto fare quello che a molti suoi concittadini è vietato: uscire dalla Striscia di Gaza. Ma il permesso concesso al piccolo Muath, purtroppo, è legato al tumore in stadio avanzato che sta divorando il suo fegato.
Per questo lui e il padre Ahmed sono arrivati in Italia, a Roma, dove un'equipe del Policlinico Umberto I lo attendeva da tempo per effettuare accertamenti e forse un trapianto. Un'attesa «estenuante» come l'ha definita Benedetta Paravia, la portavoce dell'onlus romana "Angels" che si è occupata e ha "fatto scoppiare" il caso sui giornali, provocando così l'intervento diretto del ministro Frattini presso le autorità israeliane e l'arrivo in Italia di Muath, con tanto di accoglienza in grande stile. Peccato che a Gaza restino centinaia di malati che ogni mese si vedono rifiutare il permesso di uscita per sottoporsi a cure specialistiche al di fuori della Striscia. Cure che non possono essere fornite per la mancanza di trattamenti, macchinari o pezzi di ricambio, causata dall'embargo imposto da Israele dal 2007, quando il movimento fondamentalista islamico Hamas ha preso il potere. Sono le autorità israeliane, infatti, ad avere totale autonomia decisionale sul controllo dei varchi con la Striscia e come ha ammesso Paravia «senza la collaborazione delle istituzioni non sarebbe stato possibile arrivare a una soluzione positiva e rapida del caso».
La Farnesina dal canto suo ha sottolineato la «massima collaborazione fornita da Israele». «Le autorità israeliane - si legge in una nota - hanno peraltro precisato che il bambino era già stato in cura nel settembre scorso presso una struttura ospedaliera israeliana, ribadendo la loro piena disposizione a dare riscontro a passi compiuti presso di loro».
Muath ora verrà sottoposto a tutti gli accertamenti necessari, nella speranza di poterlo salvare, ma qual è la situazione per gli altri malati? «Ad ottobre, su 300 richieste di permessi d'uscita per trattamenti ospedalieri specialistici relativi a minori, solo due sono state rifiutate - dichiara Mahmud Daher, responsabile dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per Gaza -. Ma per gli adulti la situazione continua ad essere problematica. Sempre ad ottobre - continua - sono state inoltrate alle autorità israeliane 1166 richieste totali: di queste il 71.4 percento sono state approvate, mentre le restanti, quasi il 30 percento, sono state negate o definitivamente cancellate».

Circa trecentotrenta malati con problemi cardiaci, oncologici, ortopedici o oftalmologici, oppure pazienti che fanno richiesta di effettuare diagnosi o controlli post terapia. Un dato che continua ad essere elevato, visto che a pochi chilometri da Gaza, queste persone potrebbero ricevere le cure necessarie cui avrebbero diritto. Così come elevati restano l'attesa e i passaggi burocratici necessari. L'Oms ha calcolato che dal momento in cui il medico avvia la pratica di trasferimento a quando i vari dipartimenti competenti di Fatah, Hamas e Israele trovano un accordo, passa in media un mese. E nell'attesa, in alcuni casi, c'è chi muore. Come Fatenah, la protagonista dell'omonimo cartone animato palestinese, prodotto proprio dall'Oms e dall'associazione israeliana Physicians for Human Rights. Nome di finzione, ma storia vera, di una ventisettenne di Gaza che scopre di avere un tumore al seno, ma che a causa della negligenza e del conservatorismo dei medici della Striscia da un lato e delle umiliazioni e del dispotismo dei soldati israeliani dall'altro, muore prima di poter oltrepassare il valico di Eretz. Lo stesso valico superato nei giorni scorsi dal piccolo Muath, divenuto suo malgrado il simbolo di una Gaza che continua a soffrire.
di Anna Maria Selini
pubblicato su Peacereporter

lunedì 21 dicembre 2009

Elicottero lost and found


Perdere la valigia è una sciagura in qualsiasi paese si atterri. Ma in Israele anche lo smarrimento di mutande e calzini può diventare una questione politica e di sicurezza nazionale, soprattutto se si è diretti in Cisgiordania o a Gaza, territori occupati dal 1967 e privi di un loro aeroporto.
"Se vuole per riportargliela possiamo chiedere in prestito un elicottero all'esercito", mi ha detto scherzando l'impiegato dell'ufficio bagagli smarriti all'areoporto di Tel Aviv. Gli avevo appena comunicato la mia destinazione: Jenin, nord della Cisgiordania. "Noi non entriamo lì, lo sa vero? - ha continuato, a dir poco stupito della mia meta -. Al massimo possiamo arrivare fino a un valico".
Inutile fargli notare che la colpa non era certo mia, che la compagnia aerea (austriaca) o comunque il servizio bagagli (israeliano) avevano il dovere di restituirmi la valigia ovunque mi trovassi, anche perché Tel Aviv è una delle due alternative aeree possibili (l'altra è Amman) per accedere in Cisgiordania. Inutile: qui tutto è o diventa "questione di sicurezza" e non può essere certo una valigia o una straniera sfortunata a fare la differenza.
Finalmente, dopo due giorni di attesa, la tanto agognata telefonata: il borsone è a Tel Aviv. Roba da tirare un sospiro di sollievo, per lo meno in altre parti del mondo, non esattamente qui.
Jenin è la provincia più settentrionale e povera della Cisgiordania ed è interamente circondata da una barriera di filo spinato (la versione light del muro di separazione), 4 checkpoint fissi, un numero indefinito di quelli volanti, 17 gates e numerose torrette di osservazione.
L'ingresso in questo caso più vicino è quello di Al Jalama. Riaperto da poco tempo, dicono, dopo la visita di Tony Blair, nuova icona nel pantheon internazionale palestinese.
Ma il corriere non ne vuole sapere, dice di non potersi avvicinare troppo (agli israeliani è vietato entrare nei territori occupati e molti sono terrorizzati dalla sola prossimità) e così ci diamo appuntamento in territorio israeliano ad una fantomatica stazione di servizio.
Peccato che nell'al di là ci fossero solo stazioni di servizio. E che comunque prima di arrivarci, abbiamo dovuto attraversare il valico: tempo necessario tre quarti d'ora.
Sembrava di stare in fila al casello autostradale, in pieno esodo d'agosto, solo che al posto dei casellanti scocciati c'erano gli addetti ai controlli (altrettanto scocciati) con giubbotto antiproiettile e mitra ben in vista. Civili e non soldati, ultima frontiera del grande business della sicurezza, stupiti dalla presenza di quattro italiane in quel passaggio solitamente attraversato da palestinesi che si recano a lavorare in Israele.
Superato il controllo passaporti, il metal detector, l'ispezione della macchina, ci siamo finalmente avventurate oltre confine, alla ricerca della valigia ma soprattutto del corriere. Per un'ora abbiamo vagato per rotatorie, strade provinciali, campi rigogliosi e verdi, così diversi dalle terre brulle e poco ordinate che c'eravamo ormai lasciate alla spalle. Un'ora ad andare e dieci minuti per tornare, sfrecciando come matte per la paura di tornare indietro e trovare il valico chiuso.
Cosa che puntualmente si è verificata, anche se a dire il vero, la chiusura ufficiale era prevista per le 17 e noi alle 16.45 eravamo ai cancelli.
Fatto sta che abbiamo dovuto lasciare la macchina n Israele e rientrare a piedi in Cisgiordania, un'altra volta in fila con i palestinesi, anche loro stupiti della presenza di quelle quattro occidentali e una valigia.
Nuovo girotondo, tra tornelli giganti, controllo passaporti, metal detector e varia umanità. A un certo punto arriva un uomo con una bicicletta da bambino tra le mani. La stringe come un trofeo, ma non passa dai tornelli. Gira e rigira, niente da fare. Finchè impietositi i soldati aprono la porta laterale e lui fiero e sorridente entra, passa, ci saluta.
C'è anche chi tra le mani con meno orgoglio e più fatica stringe un lavandino. Di ceramica, nuovo di zecca. Anche lui si ferma, teme il peggio, ce la fa, passa e sorride.
E chi invece le mani le stringe a pugno, battendole forte contro le inferriate, quando all'improvviso e a intermittenza i tornelli vengono bloccati. Preghiere mute di frustrazione e rabbia. Occhi stanchi che chiedono solo di passare, tornare a casa e riposare, al termine di una giornata al servizio degli stessi israeliani che ora non li fanno rientrare.
Umiliazioni e controsensi. Polli in batteria e modellini telecomandati tra le grinfie di un bimbo perverso che ha già deciso strada e tempi.
Noi rimaniamo in disparte. Ci dicono di aspettare, forse per controllare, forse per spaventarci. Anche noi temiamo il peggio, ce la facciamo, passiamo e sorridiamo.
Uscite dal labirinto di neon e ritornate nelle stradi senza luci, ci sentiamo sollevate, quasi divertite. Ma quella che per noi è stata un'avventura per altri, ogni giorno, è vita.

mercoledì 2 dicembre 2009

Il jukebox in valigia



-I vestiti e le scarpe che anche se si rovinano...
-Il sacco a pelo di Fede che non c'è il riscaldamento
-La lettera di accredito e il passaporto e io speriamo che me la cavo anche stavolta
-I chili di attrezzatura nello zaino e i cerotti per la schiena che li dovrà portare
-Le medicine, praticamente tutte, vista la condizione della sanità locale
-La pila, il diario, le batterie...

E poi un'idea. Mi è venuta ieri sera, vedendo un jukebox come quello dell'oratorio dove andavo da bambina, quello dove mettevano solo le canzoni che piacevano a suor Battistina. Adesso me ne faccio uno io, ho pensato, proprio prima di ripartire e con la musica di amici, colleghi e chiunque voglia farmi un po' di compagnia.

Una canzone a testa, non ci vuole molto. Autore e titolo o ancora meglio il link (ecco una delle mie).
Quella che uno canta a squarciagola in corridoio o sotto la doccia col flacone dello shampoo. Quella che ti vergogni a dire che ti piace e quella che vorresti dimenticare. Una sola, alla faccia dell'ipod.
Qui tocca scrivere, cliccando (sotto a sinistra) su 'Commenti'. Se non si ha un account tra quelli indicati ("Commenta come"), basta scegliere 'Anonimo', firmare, riscrivere le lettere e postare il tutto.
Le monetine, poi, ce le berremo al mio ritorno, alla salute di Little Toni e della mitica suor Battistina.