mercoledì 28 gennaio 2009

I "ragazzi" della rivoluzione cubana

Hanno più o meno l’età di Fidel Castro e come lui - dato da tutti per spacciato, ma ancora vivo – resistono al passare del tempo. Erano ragazzi, quando nel gennaio del 1959 parteciparono al rovesciamento del regime di Batista e oggi, a cinquantanni dalla rivoluzione cubana, sono anziani e pensionati. Una generazione che ha fatto la storia, vivendo episodi leggendari, lentamente destinata a scomparire. Mentre i giovani credono sempre meno alla rivoluzione e in molti sperano nella “nuova strategia” verso Cuba, promessa in campagna elettorale da Obama.
Vicente Perez, quando lo incontriamo, ha “appena” 88 anni. Sembra un musicista jazz dallo sguardo sornione e dalla risata cinematografica. Oggi come quasi tutti i “ragazzi della rivoluzione” ricopre un importante ruolo nel sindacato dei pensionati, ma quando incontrò per la prima volta Che Guevara, nel 1958, era soltanto un lavoratore del tabacco.
“Sono stato il primo a cui il Che disse che non sarebbe rimasto per sempre a Cuba – ricorda con orgoglio -. Ci incontravamo di nascosto, io ero iscritto al partito comunista e lui stava cercando di formare un gruppo di operai da usare contro il regime e il sindacato, che allora appoggiava Batista. Ci incontrammo tre o quattro volte, facevamo lunghe chiacchierate, lui fumava la pipa e io gli portavo in regalo del mate. ‘Comandante, la faremo cittadino cubano, gli dissi un giorno’. Lui rispose: ‘Amo molto Cuba, ma ho un debito con l’America’ e non aggiunse altro. Era serio, di poche parole, a differenza di quello che molti credono era un uomo normale. Non come Fidel, davanti a lui ti sentivi sempre una formica”.
Ad aver conosciuto entrambi i fratelli Castro è Martell Rosa, 74 anni, storico dirigente sindacale degli azucareros. Appena ventenne militò nella lotta clandestina, animando i grandi scioperi degli studenti e dei lavoratori dello zucchero (allora il settore più importante dell’economia cubana, ndr). Tra la mani stringe una foto, datata 1981, dove lo si vede parlare e scherzare con Fidel e Raul. “Fidel è sempre stato molto forte e vitale – racconta - non solo fisicamente. La sua è un’intelligenza al di sopra della norma, a cui si aggiunge un grande fascino”. Ben noto alle donne cubane.
Ad avere ancora oggi una vera e propria venerazione per il lider maximo, per esempio, è Rosa Gonzalez, 72 anni, tra le fondatrici delle organizzazioni femminili dell’isola. A soli 22 anni, Rosa si ritrovò “senza accorgersene” a fare la messaggera per Che Guevara, allora nascosto con i suoi nella Sierra Maestra. “Il mio compito era portare i messaggi dalla provincia di Granma all’Avana – ricorda – li infilavo dove capitava, sotto la suola delle scarpe, la lingua o addirittura nelle mutande. Mia madre cucinava per il Che dolci di latte, ne andava matto, anche se io non ho mai avuto la fortuna di parlare direttamente con lui. Mentre con Fidel sì, anni dopo, ed è stata un’emozione indimenticabile”.
Rosa è solo una dei 30-40 mila pensionati volontari al servizio del regime: dopo aver terminato il lavoro continuano a prestare la loro opera, formando i giovani sul lavoro o comunque impegnandosi a tramandare gli “ideali della rivoluzione”.
Non tutti gli anziani però sono così fedeli e basta camminare per l’Avana per rendersene conto.

Amado ha 76 anni e vende caramelle per strada. “La pensione non mi basta per vivere – spiega – così arrotondo un po’ e il governo chiude un occhio”. Lui la rivoluzione l’ha vissuta “in disparte” e non lascerebbe mai Cuba per i suoi affetti, “ma capisco chi se ne va – dice - soprattutto i giovani. Qui ci sono molte difficoltà e povertà”.
Poco più in là, dal marciapiede dove due volte a settimana arrotonda, riparando scarpe e borse, Enrique, 23 anni, tuona: “Voi stranieri vi siete mai chiesti perchè voi potete viaggiare e noi no?”.
Se Fidel incanta ancora i vecchi rivoluzionari, le nuove generazioni sentono sempre più il fascino delle tentazioni e delle libertà occidentali, finora promesse a molti e concesse a pochi.
“Noi non abbiamo paura dei prossimi 20 anni – sentenzia fiducioso il vecchio azucarero Martell - sappiamo che alcuni si lamentano. Ci sarà sempre una piccola parte contraria, ma non sarà mai la maggioranza dei cubani. E poi, noi ci fidiamo dei giovani: in fondo, sono i nostri nipoti”.

di Anna Maria Selini

pubblicato su l'Eco di Bergamo, martedì 27 gennaio 2009

sabato 24 gennaio 2009

Il Gvc rientra a Gaza

"Il nostro ufficio è rimasto in piedi, ma attorno ci sono solo macerie". Così Daniela Riva, la responsabile del GVC a Gaza, ha raccontato il suo rientro nella Striscia. Lei e Fabio Pierini sono gli unici italiani - riferisce l'ong bolognese, Gruppo di Volontariato Civile - riusciti a entrare dal valico di Erez, insieme ai cooperanti di altre ong internazionali, per effettuare le prime valutazioni complete sul terreno.
“Il nostro personale locale ha già verificato le necessità della Banca del Sangue di Gaza, che oltre a materiale di consumo per i prelievi, ha urgenza di ricevere un frigorifero e reagenti per i test di sicurezza. E’ certo - ha aggiunto Riva - che una condotta idrica è stata distrutta dai bombardamenti, ma inizieremo ora un attento giro di valutazione".
Il GVC ha avviato in Italia una raccolta fondi per sostenere la Banca del Sangue di Gaza (proprio ieri sera a Bologna si è tenuta una cena a sostegno dell'ong) e per ricostruire le condutture idriche e i pozzi d’acqua costruiti negli scorsi mesi, andati distrutti durante i bombardamenti. Inoltre, non appena possibile, invierà altro personale e materiali necessari agli aiuti.
Oltre al sangue, l’emergenza principale è legata all'acqua: "la situazione idrica era già grave prima dell’inizio dei bombardamenti - fa sapere l'ong - ed ora è semplicemente drammatica”.


Foto di Luciano Nadalini

domenica 18 gennaio 2009

Da Bologna a Gaza per ricostruire

Ad entrare tra i primi nella Striscia di Gaza - se la tregua tra Israele e Hamas reggerà - ci sarà anche una “bolognese”. L’organizzazione non governativa Gruppo di volontariato civile (GVC), che è stata inserita dalle Nazioni Unite nella ristretta lista delle ong internazionali autorizzate ad accedere ai corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione palestinese, quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno. Nei giorni scorsi, infatti, ambulanze con a bordo operatori stranieri sono state colpite dalle forze armate israeliane, così come diversi depositi di aiuti dell’Onu che per questi ha bloccato gli interventi umanitari.
Il Gvc, che opera in 27 paesi del mondo, è presente in Palestina dal 1989 e nella Striscia di Gaza dal 1997, quando ristrutturò la Banca del sangue di Gaza. Struttura, che fornisce un terzo del sangue quotidianamente necessario agli ospedali della Striscia: i suoi centri sono gli unici autorizzati dall'Autorità Nazionale Palestinese alla raccolta di sangue in caso di emergenza. Proprio per questo, il Gvc ha lanciato una raccolta fondi per acquistare tutti i materiali e gli strumenti necessari al funzionamento della banca.
“Questa è la priorità assoluta - spiega Giuseppe Russo, responsabile per la Palestina – poi, una volta rientrati a Gaza, dovremo valutare la situazione del progetto di emergenza idrica che abbiamo dovuto lasciare in sospeso”.
Da novembre nessun operatore di organizzazioni internazionali o giornalista straniero è potuto rientrare nella Striscia, con la motivazione che di lì a poco sarebbe scaduta la tregua tra il governo di Tel Aviv e i miliziani di Hamas. Tregua, in realtà, violata ben prima della scadenza con il lancio di razzi Qassam verso il sud dello stato ebraico da parte di Hamas e con la chiusura dei valichi della Striscia da parte di Israele. “La chiusura dei valichi - continua Russo – ha significato, tra le altre cose, la mancanza del gasolio usato per i generatori che alimentano elettricamente i pozzi d’acqua. Le comunicazioni sono quasi impossibili, ma sembra che la condotta idrica da noi costruita per 17 mila profughi del campo di Al Nusseirat, sia saltata, così come i pozzi e gli impianti idrici finora realizzati e costati 585 mila euro”.
In questa zona, tra le più densamente popolate dal mondo, da sempre l’emergenza idrica è la norma: l’acqua è quasi esclusivamente sotterranea e per renderla potabile sono necessari desalinizzatori, come quello che il Gvc stava cercando di importare prima della chiusura dei valichi.
“L’accesso umanitario, sancito a livello internazionale, è proibito e i cadaveri restano sotto le macerie anche per quattro giorni. Quella in corso – conclude Russo - è una catastrofe umanitaria che non ha precedenti, così come il silenzio della comunità internazionale”. (foto Al Jazeera.net)


di Anna Maria Selini

mercoledì 14 gennaio 2009

Il "mio" Libano

Il “mio” Libano è una bambina velata, fiera, con le braccia incrociate, in mezzo a un gruppo di militari stranieri. Sono le strade assolate a sud del fiume Litani (la zona sotto comando italiano), ragazzini che si emozionano al passaggio del convoglio che ci scorta, ma anche che ci insultano o fingono di tirarci le pietre. Il Libano meridionale è una donna che cammina senza alzare lo sguardo da terra, tra curve di campagne bruciate dal sole, dalla povertà e dalle troppe guerre. Manifesti pubblicitari giganti, con le facce dei leader politici di Amal o Hezbollah, le scritte sui muri ineggianti alla resistenza e le immagini che celebrano la distruzione dei mezzi “nemici”. Blindati sventrati, rovesciati, andati a fuoco. Anche i nostri.
La mia prima volta da “embedded”: tecnicamente una giornalista che si muove al seguito delle forze armate. Viaggiare con i militari significa vedere quello che loro scelgono di farti vedere, conoscere una porzione di realtà in un certo senso precostituita, ma anche aver accesso a un mondo altrimenti inavvicinabile e verso il quale molti di noi nutrono forti pregiudizi.
Stando con loro, giorno dopo giorno, si impara che non è qui che bisogna cercare i “colpevoli” o i “cattivi”.
La maggior
parte della truppa partecipa per motivi economici a quelle che vengono chiamate, spesso impropriamente (ma non è il caso del Libano), “missioni di pace”. Quasi tutti vengono dal Sud, a casa hanno una moglie che li aspetta, almeno un figlio e un mutuo da pagare. Certo, sono sempre pronti a sparare, seppure “per scopo difensivo”, ma tra di loro, c’è anche gente come gli sminatori. Moderni certosini che, per 1700 euro al mese e 7 ore al giorno, stanno in ginocchio sotto un sole cocente anche a metà ottobre, scandagliando centimetro per centimetro bananeti e campi di tabacco, potenziali trappole per gli agricoltori libanesi.
Qui, infatti, ci sono migliaia di cluster bombs, i famosi ordigni a grappolo inesplosi, regalo dei bombardamenti israeliani del 2006. Così come lungo la Blue line, il confine meridionale con Israele, presidiato da un nostro avamposto militare e segnato con 198 bidoni azzurri con la scritta UN (Nazioni Unite). Linea contesa e resa ancora più pericolosa dalla presenza di numerose mine.
A Tibnin, invece, ho visitato il mio primo orfanotrofio. All’inizio me ne sono stata alla larga, ho osservato le bambine (era un istituto femminile) entrare in fila indiana. Poi ci hanno chiesto di avvicinarci, familiarizzare. Con imbarazzo ho sfoderato le due parole di arabo che conosco e loro come api sul miele si sono avvicinate.
Hanno
contato per me in italiano, francese, inglese, da uno fino a dieci. Poi a mia volta ho contato in arabo (con risultati decisamente peggiori) e in una specie di lingua universale fatta di sorrisi, gesti ed emozioni, abbiamo continuato a comunicare. Ad un certo punto, una bambina di sette anni, dal nome incomprensibile, mi ha chiesto quando sarei tornata. Scontato forse, ma anche questa era la mia prima volta. Ho smesso di essere serena e avrei voluto andarmene, mentre lei mi seguiva ad ogni passo, tenendomi per mano. Siamo rimasti ancora un po’, ma prima che le salutassimo, forse per non farci “stare male”, le hanno fatte rimettere in fila e uscire. Loro hanno abbassato la testa e diligentemente se ne sono andate. Un copione che conoscevano.
In autobus molti di noi sono stati assaliti dall’angoscia. Alcuni dei nostri militari hanno preferito aspettarci fuori e - anche se forse tutto era stato preparato per i giornalisti “embedded” - in diversi altri hanno pianto.

Articolo pubblicato sul numero di gennaio de La SPInta, il mensile dello Spi Cgil di Bologna, che coordino. La redazione mentre ero assente ha deciso di lasciarmi uno spazio per un resoconto in prima persona. Li ringrazio per l'attenzione e "l'eccezione".

martedì 13 gennaio 2009

Acqua sul fuoco

Centinaia di persone hanno partecipato al presidio in piazza Nettuno a Bologna contro la guerra in Medioriente. Avrei voluto esserci.
Grazie a Gastone Ecchia per la foto.

mercoledì 7 gennaio 2009

Tutti in piazza

Non voglio fare da amplificatore a nessuno, ma condivido pienamente gli intenti del presidio organizzato dalla Cgil di Bologna, domani, alle ore 18, in Piazza Nettuno, intitolato Fermiamo il massacro a Gaza, fermiamo la guerra. Ecco perchè esserci:

Non è in discussione il diritto di ogni popolo a difendere il proprio territorio, ed è evidente che vi sono pesanti responsabilità di Hamas nella scelta di colpire con il lancio di razzi le popolazioni civili delle vicine località di frontiera israeliane. Ma è altrettanto evidente che Gaza e la sua popolazione stanno ora subendo una rappresaglia di violenza inaudita e assolutamente sproporzionata, in una terra in cui il diritto internazionale e il diritto umanitario sono stati permanentemente violati, in cui la popolazione è stata sottoposta ad una brutale punizione collettiva, e dove bombardamenti ed azioni militari stanno causando un numero altissimo di vittime tra i civili, tantissimi bambini.


La comunità internazionale non può assistere impotente ad una sorta di soluzione finale della questione palestinese. L’ONU deve intervenire, anche attraverso una forza di interposizione per ottenere il cessate il fuoco, presupposto essenziale per riprendere la strada del dialogo, per il ripristino delle condizioni di pace, dopo decenni di conflitto, di violenza, di stragi e di terrorismo e, per sancire definitivamente il dritto di entrambi i popoli a vivere all’interno di due Stati, riconoscendosi reciprocamente.

sabato 3 gennaio 2009

Incubi e blog

La notte in cui Israele ha iniziato l'offensiva nella Striscia di Gaza ho sognato di essere in una specie di Torre di Babele piena di gente. Come il quadro di Bruegel il Vecchio appeso nella camera dove dormivo da bambina.
Solo che a un certo punto, nel sogno, comparivano dei caccia che cominciavano a bombardare tutto, la gente scappava disperata e io finivo sommersa dalle macerie. Giusto il tempo di essere svegliata dall'sms dell'Ansa, che annunciava sul mio cellulare l'inizio dell'attacco aereo israeliano.
Oggi, sempre l'Ansa, riporta la notizia che Israele lancerà una ''massiccia'' offensiva di terra nella Striscia di Gaza, dopo l'evacuazione di tutti gli stranieri. E' quanto scrive sul suo sito il Times, che non cita nessuna fonte e si limita a riferire di avere appreso che l'esercito dello stato ebraico invaderà Gaza con centinaia di uomini e di mezzi blindati per un blitz terrestre contro le strutture militari di Hamas, che farà seguito a oltre una settimana di raid aerei e centinaia di civili morti.
Molto più dei miei sogni pseudo divinatori contano le parole di chi l'attacco lo sta, non solo raccontando, ma vivendo sulla sua pelle. Per questo vi consiglio il
blog del pacifista italiano Vittorio Arrigoni.