sabato 28 febbraio 2009

100 Donne al Lavoro

Donne che con le proprie mani stendono la sfoglia o si costruiscono la casa, mattone dopo mattone. Straniere che lavorano nei laboratori in nero, ma anche come guide turistiche o cantanti. Le ragazze dei callcenter, cameriere dalle scarpe consunte o giovani mamme che allattano in ufficio. E ancora, autiste di autobus, trattori o camion, avvocatesse e badanti, ingegnere e contadine. O semplicemente madri, mogli e nonne, impegnate nelle faccende di tutti i giorni. Cento Donne al lavoro, che dal 3 al 15 marzo saranno le protagoniste dell’omonima mostra fotografica, allestita nella Sala d’Ercole di Palazzo D’Accursio, a Bologna.
Cento scatti come i cento anni passati dal primo 8 marzo. E’ nata così l’idea, nel 2008, di un concorso fotografico – promosso dal Coordinamento Donne Spi di Bologna, in collaborazione con Auser Bologna e Archivio storico Paolo Pedrelli – e poi di una mostra, che raccogliesse i migliori scatti e alcune fotografie dell’archivio storico della Cgil. Quasi centocinquanta le fotografie arrivate da tutt’Italia e persino da New York.

La mostra verrà inaugurata il 3 marzo.
Alle ore 10 nella Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio, si terrà un dibattito intitolato Donne al lavoro. Interverranno:
Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil
Sergio Cofferati. sindaco di Bologna,
Valeria Fedeli, Segretaria generale della Filtea Cgil
Simona Lembi, Assessore Pari Opportunità della Provincia di Bologna
Modera Concita De Gregorio, direttore de “l’Unità”.
Alle ore 12, Sala d’Ercole, premiazione dei vincitori del concorso fotografico, taglio del nastro e apertura al pubblico della mostra.

In alto la prima operatrice ecologica di Bologna (1981). Archivio storico associazione "Paolo Pedrelli"

giovedì 26 febbraio 2009

Frecciarossa e famiglia

I treni sono un po' lo specchio dei paesi che attraversano. I nostri, poi, mi son sempre sembrati un'avventura antropologica lungo lo Stivale. A partire dai vecchi intercity con i loro scompartimenti, in cui, volente o nolente, ti dovevi confrontare con altre cinque persone, fino a condividerne storie, umori, sentimenti, pane e salame.
Oggi, nell'epoca di Frecciarossa "Milano-Roma in tre ore" (mah...), mentre i treni locali scoppiano, gli intercity scompaiono e quei pochi che restano accumulano ritardi leggendari, è l'eurostar a dettar legge. E se all'eurostar aggiungi i telefonini, il ritratto è bello che fatto. Uno specchio nazionale sempre più in frantumi.
Prendiamo ad esempio - che poi viene da qui l'ispirazione, naturalmente - un viaggio Bologna-Roma andata e ritorno in giornata.
Salita a bordo, il posto prenotato con un certo criterio, è occupato da una bella famigliola: papà, mamma, ragazzina sui 14-15 anni, bimba di 9 anni. "Non le importa signorina, fare cambio, così stiamo tutti vicini?" Ci mancherebbe. Mi metto qui, controsenso, non importa, siete così carini...".
Peccato che la famiglia cuore fosse l'esempio perfetto di quello che siamo diventati. Tre cellulari (la piccola per lo meno non l'ha mostrato) ognuno dotato di suoneria "un tono più alta del volume del televisore di casa", per citare la mamma che al telefono, naturalmente, commentava così un sms arrivato alla figlia. Peccato che la ragazza amasse leggere a voce alta l'oroscopo di tutti i suoi famigliari, parenti e amici lontani, masticando per tutto il tempo la gomma, come Jessica in "Viaggi di nozze".
La mamma: splendida 40enne compressa nei suoi jeans taglia 42, unghie rigorosamente ricostruite e rosseto in tinta con la borsa ultimo modello LV.
Il padre: un professore del nord, probabilmente di letteratura o storia dell'arte, visto che ha illustrato con tono e volume da assemblea di classe tutti i monumenti di Firenze, "ma quelli gratis, tranquille, che nessuno conosce".
Uomo colto, preparato, ma curiosamente più attento a sapere dalla figlia maggiore se l'amica fosse riuscita a fare la modella "anche se con quel culo lì..." che a contribuire alla sua formazione. "Papà cosa sono gli Uffizi?" "Uno dei musei più importanti del mondo, tesoro". "Ci andiamo, papà?". "Ma no, amore, sono enormi, bisogna fare ore di coda e voi vi stancate...Ci andiamo un'altra volta, prenotando, così non aspettate. E poi ci sono tanti bei negozi prima di arrivarci, sono sicuro che ti interessano di più".
A Firenze, ahimè, la convivenza coatta con la famiglia cuore è terminata.
Quando ero bambina ho imparato che se ci sono altre persone il volume della conversazione va moderato per rispetto di queste ultime. Mi hanno detto che se voglio ascoltare la musica non devo obbligare il mio vicino a ballare insieme a me. Appena salgo in treno o entro in un luogo pubblico al chiuso, abbasso il volume del telefonino, non solo per non disturbare gli altri, ma anche perchè gli affari miei restino tali. Extraterrestre.
Mio padre, ragioniere innamorato dell'arte, mi ha sempre fatto credere che gli Uffizi sono una di quelle cose che tutto il mondo ci invidia e che fare la coda è solo un'indispensabile incombenza da sopportare prima di godersi lo spettacolo. Fantascienza?
La sera, nel viaggio di ritorno, la famiglia cuore non c'era più. Il mio eurostar era finalmente avvolto dal silenzio e dalla luce del tramonto. Spazio per allungarsi. Tempo per oziare. Fin troppo, vista la rottura di un treno sulla nostra tratta e l'arrivo a Bologna con un ritardo accumulato di 50 minuti. Aspettando Frecciarossa. Ciuf ciuf.

lunedì 23 febbraio 2009

La verità uccisa due volte

Ciò a cui dovrebbe tendere ogni giornalista è la ricerca della verità. Se non la verità stessa. Chimere e isolati sprazzi di luce, per molti di noi. Ma non per tutti. Specie per chi in questa ricerca rischia ogni giorno la vita o addirittura l'ha già persa.
Quasi una missione, una causa cieca alla quale votarsi. Al di sopra di tutto. Fino alla fine.
Uccidere questi giornalisti non è come uccidere chiunque. Sì le vite sono tutte uguali. Ma oltre a cancellarne una, in questo caso, si annienta la verità, il diritto di sapere, di capire. La libertà di tutti.
Anna Politkovskaja è morta il 7 ottobre del 2006. Uccisa in un agguato, nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Era una giornalista "scomoda". Nei suoi articoli, per il settimanale russo Novaja Gazeta, attaccava spesso l'esercito russo e il Governo dell'allora presidente Vladimir Putin per il mancato rispetto dei diritti civili, in Russia e soprattutto in Cecenia, durante la guerra, che lei aveva seguito in prima persona.
Oggi, a quasi tre anni dalla morte, il processo per il suo omicidio si conclude senza colpevoli. Dopo tre mesi di udienze, rigorosamente a porte chiuse, assistiamo alla piena assoluzione dei quattro imputati. Il caso Politkovskaja è chiuso, signori. Senza mandanti, senza assassini, senza risposte. Anna è stata uccisa per la seconda volta. Anna è morta inutilmente.
Non abbiamo la certezza che l'omicidio sia dovuto, come quasi tutti credono, alla sua aperta opposizione alla politica di Mosca, specie per la guerra in Cecenia. Non sappiamo chi ci sia veramente dietro la sua morte.
Però sappiamo che Anastasia Barburova, giovane giornalista della stessa testata, idealmente indicata come l'erede di Anna, nel gennaio scorso ha fatto la stessa fine. Per strada, ancora una volta uccisa a sangue freddo.
Sappiamo che con lei salgono a 14 i giornalisti uccisi negli anni di Putin, da sicari mai scoperti. "Senza che polizia e magistratura - scrive Sandro Viola - riescano a cavare dagli incartamenti una traccia, un sospetto, sui mandanti e gli esecutori. Senza che dalla società russa salga un grido, un'invocazione, perché sui giornalisti morti ammazzati sia detta la verità e sia fatta giustizia".
La Russia è lontana, è vero. Da noi le cose vanno meglio, anche se basta citare le ombre sulla morte di Ilaria Alpi o di Maria Grazia Cutuli, per capire come anche qui la verità sia spesso cancellata dal luogo del delitto.
La Russia è lontana, ma come si può stare zitti di fronte a tutto questo? Come ci si può non indignare davanti a questo doppio assassinio? Come si fa a dimenticare e passare oltre, quando queste persone, queste donne, hanno perso la vita anche per noi?

mercoledì 18 febbraio 2009

Kosovo, 10 anni dopo la guerra

Un piccolo staterello, grande come l’Abruzzo, ma che rischia di assumere un ruolo di portata storica nello scacchiere internazionale. Nel recente conflitto tra Georgia e Russia per il controllo dell’Ossezia del Sud, il Kosovo è stato più volte citato come il “precedente”. Per capire perché oggi torna di attualità il Kosovo bisogna andare indietro di un anno.
Giusto dodici mesi fa, in febbraio, l’ultimo dei frammenti della ex Jugoslavia si è auto proclamato indipendente dalla
Serbia, di cui fino a quel momento era una provincia. È stato uno strappo in piena regola alla giurisprudenza internazionale, che tollera secessioni soltanto all’interno di Stati non democratici, mentre la Serbia è una democrazia a tutti gli effetti. Ed è appellandosi proprio a questo principio che Belgrado, ancora oggi, non vuole cedere nell’ultima e più importante “battaglia” kosovara.
Con oltre due milioni di abitanti, il Kosovo è stato finora riconosciuto da cinquantaquattro dei 192 paesi Onu e ventidue dei 27 dell’Unione europea, tra cui anche l’Italia. Ma il neonato Stato deve compiere molti passi prima di dirsi veramente indipendente. Intanto deve conquistarsi l’indipendenza economica.
Nel 2007 l’economia è cresciuta del 4,6 per cento, ma la capacità del paese di produrre ricchezza è molto bassa: ogni kosovaro produce 1.800 euro all’anno, un quindicesimo di un italiano. La disoccupazione è alle stelle. Il 40 per cento della popolazione vive con meno di due euro al giorno.
«La cosa di cui ha maggiormente bisogno il mio paese in questo momento è il lavoro – sostiene don Lush Gjergji, prete cattolico e intellettuale molto apprezzato in Kosovo –. Se ci fosse più lavoro la vita sarebbe meno politicizzata e la gente si occuperebbe di più della quotidianità. Il Kosovo ha soprattutto bisogno di pace – continua – ma la pace vera e giusta si può realizzare solo tramite investimenti e con l’aiuto della comunità internazionale».

TANTI AIUTI POCA RICCHEZZA
Negli ultimi nove anni, a Pristina, la capitale, sono arrivati oltre due miliardi e mezzo di aiuti e altri ne arriveranno dall’Unione europea, ma questo non ha portato alla creazione di un’economia in grado di autoalimentarsi. Al contrario, sono cresciuti i canali economici illegali come il traffico di droga, armi e prostituzione. Stando alle stime dell’Interpol, da qui passerebbe l’80 per cento del traffico europeo di eroina, i cui proventi finanzierebbero i principali partiti guidati da ex esponenti dell’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo. La corruzione arriva fino ai piani più alti del potere al punto da aver coinvolto lo stesso vicecapo della missione Onu. Il nome dell’ex generale americano, considerato un intoccabile e silurato un anno fa, è stato associato a quello di politici e affaristi locali di dubbia reputazione, oltre che a vicende a sfondo sessuale. L’attuale primo ministro Hashim Thaci ha promesso di combattere la corruzione. Il primo passo potrebbe essere quello di spezzare la cattiva abitudine di inserire parenti nei posti chiave dell’amministrazione, senza alcun riguardo per la professionalità. Tradizione onorata dagli ul-timi tre premier che hanno promosso fratelli e sorelle ai più alti gradi delle strutture di governo.
I DIRITTI DELLE MINORANZE
Dalla fine del conflitto serbo-albanese del 1999, il paese è di fatto un protettorato internazionale: fino a pochi mesi fa amministrato dall’Onu (missione Unmik), oggi dall’Unione europea (missione Eulex) tranne che nel nord del paese dove vive la maggior parte dei serbi e dove Unmik ed Eulex convivono ancora. Il passaggio di consegne doveva avvenire nel giugno scorso, ma è slittato anche per l’opposizione della Russia, che ha riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia (province della Georgia) mentre considera illegale quella del Kosovo.
Il problema vero dell’indipendenza del Kosovo si chiama rispetto delle minoranze, in primo luogo quella serba. Nelle città si contano pochissimi serbi e in pochi hanno fatto ritorno nei villaggi, dove le loro case sono state distrutte. Alcuni vivono nelle enclave ma sono come reclusi. In queste eclave le difficoltà economiche sono ancora maggiori. «Tutti guardano ai numeri: il Kosovo è albanese perché il 90 per cento della popolazione è albanese, dicono. Voi non potete capire cosa vuol dire questo numero per noi – spiega Dobrila Bozovic, portavoce del patriarcato di Pec –. Tutti vogliono che i serbi dicano che gli albanesi sono cattivi, ma non sono cattivi. Sono stati manipolati, questo sì, tutti noi lo siamo stati, serbi e albanesi».
Nella parte orientale del paese, gli americani, principali sostenitori dell’indipendenza del Kosovo, hanno costruito una delle loro basi militari più importanti, c’è chi dice la più importante d’Europa. Si spiega così, forse, perché questo francobollo di terra balcanica sia riuscito a violare ogni principio di diritto internazionale, alimentando le speranze di tutte quelle regioni che sognano di diventare indipendenti. L’Ossezia del Sud oggi, i Paesi baschi o la Corsica domani, chissà: ogni Stato può avere il suo Kosovo. Tanto più nel risiko di quella che molti, oggi, chiamano la nuova guerra fredda. (foto mie e di Giulia Bondi)

di Anna Maria Selini
pubblicato sulla rivista Liberetà di febbraio

lunedì 16 febbraio 2009

Kosovo, un anno di difficile indipendenza

Il Kosovo spegne la sua prima candelina di repubblica indipendente. Il 17 febbraio del 2008, creando uno strappo (e un precedente) nel diritto internazionale, ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, di cui fino a quel momento era una provincia. Oggi ha una nuova bandiera, un inno, una Costituzione, carte d’identità e targhe con la sigla KS, ma la strada da percorrere è ancora tutta in salita.
“Sembra incredibile pensare che in un solo anno siamo diventati la repubblica più giovane d’Europa – dichiara Ilire Zajimi, giornalista e fondatrice della Tv pubblica kosovara Rtk - specie quando il ricordo della guerra e dei campi profughi di Blace (dove Ilire venne deportata, ndr) è ancora vivo. Ma in questo primo anno l’economia non si è sviluppata, sono stati creati pochi posti di lavoro, il livello di povertà è aumentato e non c’è trasparenza”.
Secondo Transparency International, il Kosovo sarebbe il quarto paese al mondo per livello di corruzione e gran parte dei miliardi di euro elargiti dalla comunità internazionale dal ’99 a oggi, non sarebbe stata immune da operazioni illecite.
“L’agenzia Anticorruzione del Kosovo sta lavorando – spiega Zajimi - ma finora senza alcun risultato concreto. Non bisogna dimenticare che il problema non riguarda solo i kosovari, ma anche gli stranieri corrotti che qui agiscono, facendo ‘volatilizzare’, senza rumore, i finanziamenti della comunità internazionale”.
La principale sfida per il neonato Stato, riconosciuto finora da 54 dei 192 paesi Onu e da 22 dei 27 Ue, è lo sviluppo economico: nel 2008 il Pil è cresciuto del 5,2%, soprattutto grazie agli investimenti stranieri, ma la ricchezza pro capite è di 1.770 euro l’anno e la disoccupazione è alle stelle.
“Oltre all’economica – continua Zajimi – gli obiettivi sono la creazione di un ambiente sicuro, la lotta contro la criminalità organizzata (secondo l’Interpol da qui transiterebbe l’80% del traffico europeo di eroina, ndr), il rafforzamento del sistema giudiziario e l’integrazione delle minoranze”. In primis i serbi.
“L’anniversario dell’indipendenza del Kosovo è una data senza particolare importanza”, ha dichiarato il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic. Per Belgrado il Kosovo resta una sua provincia e, soprattutto a Nord, attorno a Mitrovica, la tensione tra serbi e albanesi resta alta. Ad accendere ulteriormente gli animi è stata l’entrata in scena della missione Ue (Eulex), che ha sostituito quella dell’Onu (Unmik), tranne nelle zone serbe a cui è stata concessa un’autonomia guardata con sospetto dagli albanesi-kosovari, nel timore di una nuova partizione.
In tutto questo, il governo di Pristina ha deciso di affidare a una delle maggiori agenzie pubblicitarie del mondo, la Saatchi & Saatchi, il compito di rilanciare l’immagine del Kosovo a livello internazionale, per ben 5 milioni di euro. “Soldi buttati via – commenta Zajimi – l’immagine del Kosovo può essere cambiata attraverso il lavoro, le nostre ambasciate già aperte in alcuni paesi, le relazioni commerciali, l’apertura culturale e la promozione dei nostri valori all’estero. La pubblicità, a volte, produce l’effetto contrario”.

di Anna Maria Selini

pubblicato su l'Eco di Bergamo del 17 febbraio 2009

sabato 7 febbraio 2009

Testamento biologico online

Io sottoscritta ANNA MARIA SELINI, nata a Calcinate il 10/10/76 e residente a Bologna, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, dichiaro di non voler essere sottoposta a trattamenti sanitari né ad alcuna forma di alimentazione o idratazione, nel caso dovessi ritrovarmi, per qualsiasi causa, in uno stato vegetativo permanente. Chiedo che, trascorso un anno e mezzo dall'inizio di questo stato, ogni cura, somministrazione e prestazione medica a me fornita venga cessata.

Sono consapevole che questo "testamento biologico" non ha valore legale, ma, nel frattempo, chiedo ad amici, parenti e conoscenti di prenderne atto e affido alla memoria della rete la mia chiara, ragionata e certissima volontà.
Quello che sta succedendo mi fa rabbrividire. Eluana Englaro non è più solo il simbolo di una lotta, portata avanti dal padre Peppino con coraggio e altruismo: avrebbe potuto come molti altri risolvere "il problema" clandestinamente e invece ha scelto anche per noi di muoversi alla luce del giorno, nel rispetto delle nostre istituzioni, che in cambio lo offendono. Eluana, non è più solo un simbolo, ma è diventata uno strumento, bieco e meschino, della politica. Una vita in cambio di voti, appoggi, probabili lasciapassare futuri.
La Chiesa ha diritto di esprimersi così come ogni altro soggetto, ma non può intromettersi fino a questo punto nella politica di uno Stato laico. "Su un piano ci sono i valori, su un altro i fatti", ha dichiarato ieri il filosofo Oddifreddi a Matrix. Sembrava parlasse al muro, mentre dall'altra parte ci si arrogava il diritto di decidere non solo per Eluana, per suo padre e la sua famiglia, ma per ognuno di noi.
La decisione assunta dal Governo non viola soltanto le libertà personali e non rispetta l'autonomia della magistratura (tre gradi di giudizio e una sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione), ma apre un conflitto senza precedenti con la Presidenza della Repubblica, nell'assoluta mancanza di rispetto della nostra Costituzione.
Il disegno di legge sulla sicurezza prima - contenente, tra l'altro, la norma per cui i medici dovrebbero denunciare i clandestini che richiedono cure - e ora il ddl su Eluana, perchè così bisognerebbe avere il coraggio di chiamarlo, sono due facce della stessa medaglia. La triste medaglia di un paese che non solo dimentica, ma rinnega e calpesta le proprie origini, la propria carta fondamentale e che rischia seriamente di ricadere in pericolosi tunnel già visti e purtroppo già conosciuti.

domenica 1 febbraio 2009

Amiche mie

C'è chi, all'alba dei 32 anni, è uscita dal guscio per andare finalmente a vivere da sola, anzi da "single". Chi tra un mese partorirà una bimba dal nome bellissimo (Anna!) e chi ancora non sa se sarà maschio o femmina. Chi progetta vacanze caraibiche, traslochi con o senza cane e chi si sta riprendendo da una brutta, bruttissima notizia. Poi ci sono tutte quelle e quelli persi lungo il tragitto. Fotogrammi sepolti nel soffitto dei ricordi che, a volte, sploverando, saltano fuori.
Una delle cose più difficili delle partenze è salutare gli amici. I parenti lo mettono in conto, prima o poi sanno che te ne andrai. Gli amici faticano a comprenderlo. 'Merce fragile a rischio rottura' ci andrebbe scritto sopra ad ogni spostamento.
Se poi sono loro a partire, prima del previsto, senza il tempo necessario per fare le valigie, voltarsi indietro e poter più tornare, sei tu a non capire.
Una sedia vuota che ancora la sera sembra cercarti. Un cd che casca a terra all'improvviso, come i quadri quando i chiodi si stancano di sopportarli. Il tempo allevia il dolore, ma a volte lo provoca fino a infiammarlo.
Le Amiche poi - quelle che, già all'asilo, capisci che in una vita si conteranno al massimo su due mani - quando se ne vanno per sempre sono un calcio al cuore. Gli anni non curano proprio un bel niente, cicatrizzano solo la mancanza, lucidano l'assenza, resuscitano i ricordi. Salvagenti a cui aggrapparsi. Chiacchiere, stronzate e consigli come solo le donne sanno scambiarsi. Proprio per questo vuoti incolmabili.
"Restano altre nove dita" puntualizzerebbe lei oggi con quei suoi riccioli impertinenti e quel suo fare finto stizzoso. Altro tempo per traslochi, battesimi, viaggi, matrimoni, fotografie, libri, cinema e funerali. Nove dita o forse qualcuna in più. All'asilo, per fortuna, non si impara proprio tutto.