giovedì 27 novembre 2008

S come Sauditi, i "restauratori" dell'Islam

Sulla facciata di una delle principali moschee di Pristina appaiono delle grandi scritte verdi, in arabo: è il segno dei sauditi. Dal 1999 a oggi, grazie a loro, decine di minareti e moschee, distrutti dal tempo o dalla guerra, sono stati ristrutturati o edificati da zero. E associazioni islamiche o magnati stranieri sempre più spesso offrono corsi di inglese, informatica, borse di studio o “incentivi” a kosovari particolarmente “meritevoli”.
Nora, per esempio, ha 20 anni e studia alla facoltà di legge dell’Università internazionale islamica della Malesia. Come lei, altri 24 studenti, provenienti dal Kosovo, hanno ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione malese Al-Bukhary, che sponsorizza tutti i loro studi selezionando i migliori allievi dal Liceo Islamico di Pristina. “Il proprietario della fondazione – racconta - è l’ottavo uomo più ricco della Malesia”. In tutti i Balcani, i beneficiari sono alcune centinaia di studenti che altrimenti non avrebbero i mezzi per formarsi. Ma dietro la filantropia, secondo diversi osservatori, si nasconderebbe dell’altro, così come dietro al numero crescente di donne, specie giovanissime, che indossano il velo islamico.
“Questo fenomeno è completamente nuovo – commenta don Lush Gjergji, parroco della chiesa cattolica di Prizren e amico personale del compianto presidente Ibrahim Rugova – e si è diffuso solo dopo la guerra. Sono giunte molte organizzazioni e organismi anche di stati arabi che hanno un concetto di Islam estremamente diverso dal nostro, che è invece molto moderato, tradizionale, proeuropeo e procristiano. Ho la certezza che alcune di queste organizzazioni paghino una donna 500 o 1000 euro per vestirsi per qualche ora al giorno così, col fine di testimoniare la presenza islamica in Kosovo. Per fortuna la maggior parte dei fratelli albanesi rifiutano”.
Il centro studi Kipred, che tra i propri finanziatori annovera anche la fondazione americana Rockefeller, nel 2005 ha pubblicato uno studio sulle infiltrazioni del fondamentalismo islamico in Kosovo. “Abbiamo individuato dei rischi seri poco dopo la guerra – spiega il ricercatore Ilir Dugolli - con l’afflusso, a tre mesi dal conflitto, di circa mezzo milione di dollari per fare propaganda. A quanto ci risulta, il tentativo a oggi è fallito. La comunità musulmana non ha consentito l’ingresso di questo Islam politico dai paesi arabi. Non siamo immuni, però, da questo rischio. In particolare, è la disoccupazione, che va dal 40 al 60%, a preoccuparci. Anche se finora le infiltrazioni non hanno avuto successo, come in Bosnia, non bisogna lasciare libero questo spazio”.


di Anna Maria Selini

G come Gorazdevac, l’enclave

Gorazdevac è un'enclave serba a pochi chilometri dalla città di Pec /Peja. I soldati Kfor presidiano la strada all'entrata e all'uscita dal villaggio. Tutto è scritto in cirillico, dall'insegna della Kafana alla didascalia sotto il teschio sui pali dell'alta tensione. Molti degli abitanti di Gorazdevac fanno parte di quella schiera di irriducibili che non hanno mai lasciato le proprie case, nemmeno nei giorni della contropulizia etnica nei confronti dei serbi, subito dopo l'ingresso della Nato in Kosovo nel '99. Tra questi, c'è Jelena, classe 1938. La incontriamo insieme ad altre due generazioni di donne, la nuora Nada e la nipote Dragana.
“Per alcuni giorni non si vide nessuno - ricorda Jelena - poi cominciarono ad arrivare i primi soldati a proteggerci. Gli facemmo festa ammazzando un maiale”. La famiglia di Jelena non sfollò da Gorazdevac nemmeno durante la seconda guerra mondiale. La nuora, Nada, non è da meno. Vedova da alcuni anni, cresce 5 figli di cui una gravemente handicappata, Marina. Quando era più piccola, la portava a un centro diurno di terapia, ma ora muoversi, per i serbi, è troppo complicato.
Davanti all'immancabile caffè, Nada scambia battute con Sonja, la volontaria dell'Operazione colomba che ci ha accompagnato qui. I ragazzi di Operazione colomba garantiscono un servizio di scorta civile, portano gli anziani serbi a fare compere a Pec per non farli sentire troppo isolati in questa sorta di Dogville con una strada e 10 case. Ma per i giovani, la città di riferimento è Mitrovica. È qui che andrà a studiare Dragana, che seduta in hot pants sul tappeto di casa fuma una sigaretta dopo l'altra. A Mitrovica studierà geografia. Una materia, da queste parti, tutt'altro che secondaria.

di Giulia Bondi

martedì 25 novembre 2008

E' online il nostro video "Sul filo di lana"

Per tutti quelli che il giorno della proiezione avrebbero voluto esserci, ma proprio non ce l'hanno fatta. Per quelli che ne hanno sentito parlare per dei mesi e praticamente senza averlo visto lo sapevano già a memoria. Per quelli che l'hanno tanto amato e lo vogliono rivedere la sera prima di andare a letto. Per quelli che hanno 19 minuti liberi. E per quelli che hanno partecipato, sostenuto, creduto in me e Giulia.

E' online il nostro video sul Kosovo: Sul filo di lana.

Un grazie particolare alla Provincia di Bologna, all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, per averci permesso di realizzare e poi di diffondere attraverso la rete il nostro progetto.
Buona visione:
http://www.provincia.bologna.it/probo/Engine/RAServePG.php/P/935010010300/M/320510010300

lunedì 24 novembre 2008

R come Rientri (dei serbi)

Dopo l’ingresso della Nato, i profughi albanesi sono tornati, mentre i serbi hanno cominciato a fuggire. Nelle città se ne contano pochissimi e solo alcuni hanno fatto ritorno, trovando spesso la propria casa distrutta, per ritorsione, dagli albanesi. Grappoli di case depredate, abbattute e andate a fuoco, soprattutto nella zona occidentale del paese, vicino a Pec, sono il segno più evidente della guerra consumatasi nove anni fa. Da allora, i serbi più irriducibili vivono nelle enclaves, presidiate giorno e notte dai militari della missione internazionale Kfor.
I rapporti tra le due etnie, infatti, sono ancora molto tesi e per Belgrado questa regione continua a chiamarsi Kosovo e Methohija, la parte dove sorgono i più importanti luoghi di culto della religione e della cultura serbo-ortodossa.

Per trovare esempi “felici” di convivenza, occorre andare in quei villaggi dove le relazioni interne alla comunità già prima delle guerra erano buone e andavano al di là della differenza etnica: è qui che i rientri sono riusciti meglio e in parte sono ancora in corso.
Nel villaggio di Videja - Vidanje, per esempio, l’ong italiana Reggio Terzo Mondo, contribuisce alla riconciliazione attraverso diversi progetti come quello che ha dato vita all’associazione Indira.
Sferruzzando e chiacchierando, un gruppo di 75 donne albanesi, serbe e rom, grazie all’aiuto italiano tenta di emanciparsi e, cosa che non guasta, di integrare il reddito familiare attraverso una collezione di scialli, guanti e borsette fatte a mano, vendute poi nelle botteghe equo-solidali nostrane.
I coloratissimi gomitoli utilizzati sono di acrilico. La lana vera, in Kosovo, costerebbe troppo.


di Anna Maria Selini

martedì 18 novembre 2008

F come Firenze

Where are you from? Firènze, risponde la ragazzina con perfetto accento toscano, la e aperta, un'aspirazione di fondo che coinvolge anche la f e la z. Accanto a lei, la nonna coi pantaloni alla turca, foulard in testa, una geografia di rughe sulla faccia. Siamo a Shtupel, nel centro del Kosovo, uno dei villaggi dove nel '98 è nata l'Uck e dove, pochi mesi fa, qualcuno ha fatto saltare una dozzina di case ricostruite per il rientro dei serbi. Qui, come nel resto di questo neonato paese, luglio e agosto sono i mesi del rientro della diaspora. Madri di famiglia con 3 o 4 figli al seguito stipano i voli diretti a Pristina. Nonne kosovare affettano cetrioli e angurie per merende di stagione. E migliaia di nipotini espatriati, molti dei quali parlano a stento la lingua madre, si preparano a una lunga estate nei villaggi.
“M'annoio”, mi aveva detto la mia vicina di posto in aereo, una teenager bresciana-kosovara vestita di marche contraffatte dalla testa ai piedi, ombelico a vista pochi centimetri sopra la cintura di sicurezza. “Fortuna che ad agosto andremo qualche giorno al mare vicino a Scutari. Al mio villaggio non c'è niente da fare”. Abbiamo iniziato a chiacchierare perché il suo lettore mp3 era scarico. Mi ha chiesto di ascoltare il mio, ci siamo divise una cuffia a testa. Paolo Conte cantava di Bartali, i Tiromancino descrivevano attimi, Madonna si sdilinquiva in urletti per l'uomo capace di farla sentire nuova e splendente, e l'Adriatico sotto di noi lasciava il posto al verde e marrone delle terre balcaniche. “Senti - mi dice dopo poco, sconsolata, - ma non ce l'hai Tiziano Ferro?”.

di Giulia Bondi

venerdì 14 novembre 2008

Q come Quote (rosa)

Unghie laccate di rosso, sguardo fiero enfatizzato dal trucco, femminismo e femminilità in ogni gesto. Vjollca Krasniqi è la direttrice del centro di ricerche e politiche di genere di Pristina, nonché docente alla facoltà di Sociologia. La incontriamo per capire meglio qual è la condizione delle donne in Kosovo.
Per le strade di Pristina, emancipazione e tradizione si sovrappongono continuamente: giovanissime in abiti succinti, adolescenti col cellulare in mano, professioniste in eleganti tailleur, camminano tra ragazze velate dalla testa ai piedi e anziane con il fazzoletto annodato dietro la nuca.
Il Kosovo ha una delle Costituzioni più avanzate dei Balcani in termini di diritti delle donne. Molti di questi, però, sono solo sulla carta: la famiglia albanese è ancora rigidamente patriarcale e alle donne serbe è pressoché negata la libertà di movimento fuori dalle enclaves.
“Gli anni dopo la guerra – spiega Vjollca – hanno portato molti cambiamenti nella politica: oggi abbiamo quote rosa del 30% sia in ambito nazionale che locale, ma nella vita privata le donne sono ancora subordinate. Le giovani hanno apparentemente più libertà di scelta delle loro madri, ma a causa della situazione economica hanno più limiti e meno chance di fare carriera”.
“La condizione femminile è cambiata dopo la guerra – sostiene la giornalista Ilire Zajimi, la “Lilli Gruber del Kosovo” – adesso le donne lavorano e sono più coraggiose, anche se questo spesso si traduce in più divorzi”.

Ma non per tutte è così. Besa Ismaili fa l’interprete per l’Osce, è musulmana e da pochi anni ha scelto di indossare il velo islamico. “La mia fortuna – spiega - è lavorare per un’organizzazione internazionale, perché uffici pubblici e aziende private kosovare difficilmente assumono le donne islamiche. Ogni epoca ha il suo capro espiatorio: nell’800 erano i neri, ora sono le donne col velo”.

di Anna Maria Selini

lunedì 10 novembre 2008

L come Lazar, il mito

Un'attrice in abiti medievali declama un canto epico, incita i connazionali a cacciare lo straniero dalla propria terra sacra. Suore vestite di nero scattano foto con modernissime Nikon. Sacerdoti incartapecoriti agitano incensi, politici sudati depongono corone di fiori. Siamo a Gazimestan, 30 chilometri circa da Pristina. In un luogo qui vicino, detto Campo dei Merli, nel 1389 l'esercito serbo fu sconfitto dai turchi in un'epica battaglia. Esattamente seicento anni dopo, un celeberrimo discorso di Slobodan Milosevic segnò l'inizio della fine della Jugoslavia. È Vidovdan, giorno di San Vito e anniversario della battaglia. Per la prima volta, la festa si celebra nel Kosovo indipendente. Un gruppo di venti persone è arrivato a piedi da Belgrado dopo 15 giorni di cammino. Pullman sono arrivati da Mitrovica, tante famiglie sono in gita con le proprie auto, pellegrini, vecchi e bambini. I soldati irlandesi che presidiano il monumento tengono d'occhio tutti, fotografandoli con teleobiettivi potentissimi. Il comandante è molto gentile, organizza i tanti giornalisti presenti, proibisce solo di fotografare mezzi e installazioni militari. Le emozioni dei presenti, un migliaio di persone, vanno dal religioso al nazionalista. “Siamo venuti qui per dimostrare che il Kosovo non è un paese indipendente”, spiega Dane, 20 anni, arrivato da Novi Sad con i compagni del movimento Obraz, vicino a posizioni neonaziste. “Il Kosovo è Serbia, ci è stato tolto con la violenza e siamo pronti a riprendercelo con le armi”. Ci tiene a sottolineare che lui e i suoi amici sono giovani e forti. Ma come, gli chiediamo, non credi che ormai sia tempo di pace? “Questa non è pace”, risponde sicuro: “dove sono i diritti umani? La gente delle enclave non può uscire di casa, non è libera nel proprio paese. Questa è ancora una guerra”. Obraz significa onore. C'è chi indossa magliette “101% serbo”, chi si è tatuato sul braccio un eroe medievale, chi ha la scritta “libertà o morte” sopra il basco nero. Questi giovani non rappresentano tutta la Serbia, ma certo ne incarnano il mito, gli sconfitti dalla storia che rimangono indomabili, come Lazar, il condottiero di Campo dei Merli. L'effigie di Lazar, che durante la celebrazione sarà interpretato da un attore invasato vestito di pesanti velluti, ci accompagna fin dal mattino, mentre saliamo tra i campi di grano alla collina di Gazimestan. Troneggia sulle bottiglie di domacja rakjia, la grappa fatta in casa che Jovan, intraprendente cinquantenne di Gracanica, ha disposto in bella mostra sul cofano della sua Renault scassata, per allettare gli acquirenti con un mix imperdibile di alcol e nazionalismo. Forse è proprio lui l'unico vincitore della giornata.

di Giulia Bondi

giovedì 6 novembre 2008

P come Pristina

Inutile chiedere un’indicazione stradale a Pristina. Qui, le vie, i governi, la storia, cambiano troppo in fretta e la gente ha rinunciato a ricordare i nomi delle strade e delle piazze.
Meglio affidarsi a punti di riferimento come grandi negozi, ristoranti o sedi delle organizzazioni internazionali, che con poca discrezione hanno occupato il centro della città.
Benvenuti a Prishtina (in albanese) o Pristine (in serbo), si legge avvicinandosi alla capitale del Kosovo, anche se qui di serbi se ne incontrano pochi.
A ribadire la (costituzionale) parità delle etnie che compongono il mosaico kosovaro (albanesi, serbi, rom, turchi, gorani e bosniaci) c’è anche la nuova bandiera. Troppo simile a quella dell’Unione europea e per questo poco amata, comincia a fare timidamente la sua comparsa accanto all’onnipresente aquila a due teste albanese.
Nelle vie grigie e trafficate, ai freddi palazzoni della vecchia Jugoslavia, si alternano moderni grattacieli di cristallo, nuovi status symbol di modello occidentale, come gli shopping center, le catene d’abbigliamento e le concessionarie d’auto di lusso, aperti a tutti ma accessibili a pochi.
Lungo la centralissima via Madre Teresa, le bancarelle di libri, intanto, resistono allo scorrere del tempo e della crisi aumentando l'offerta dei testi di seconda mano. "Gli internazionali - racconta un libraio che qualche mese fa ha dovuto chiudere il suo negozio - non sono interessati ai nostri libri e alla nostra cultura, mentre i kosovari devono pensare a mangiare".
Il fascino di Pristina è racchiuso nel piccolo cuore antico, attorno alla moschea vecchia, tra piccoli forni che vendono burek, il pane tradizionale, e negozi femminili alla moda saudita. Da queste parti può capitare di vedere una moschea sorgere sopra un supermarket, dove, inutile dirlo, è rigorosamente vietata la vendita di alcolici. E anche qui, tra i generatori elettrici, di cui sono dotati tutti gli esercizi commerciali, si moltiplicano gli Internet point.
Pristina ama l’America che l’ha liberata: su un palazzo campeggia la gigantografia di Bill Clinton, gli Hillary’s bar si incontrano ad ogni angolo e la sera i ragazzi riempiono i pub, mischiandosi ai cosiddetti “internazionali”, presenti ormai dal ’99. Grazie a loro, il costo degli affitti e della vita ha raggiunto i livelli di una capitale europea, senza che gli stipendi abbiano fatto lo stesso.


di Anna Maria Selini

mercoledì 5 novembre 2008

Yes they can. E noi?

Mi piace pensare che è l'inizio di un mondo, se non proprio migliore, almeno rinnovato. Un mondo che si sa mettere in discussione, capitolare e cambiare direzione.
Vorrei che il vento di cambiamento arrivasse qui, fino a noi. Aria fresca tra i capelli troppo bianchi.
L'entusiasmo dei giovani, non solo americani, ma dei miei amici, colleghi e coetanei, è stato grande e quella trascorsa è stata una notte insonne per molti di noi.
Il conto alla rovescia, poi, il brindisi e la gioia per ciò che verrà.
E' quest'entusiasmo che ci manca. Troppo spesso.

martedì 4 novembre 2008

E come Elettricità, quando c'è

Il ticchettio dei tacchi a spillo, il frastuono del traffico, il rumore ripetitivo dei generatori. Ecco i suoni che accompagnano chi cammina tra le strade di Pristina. Nella capitale, come nelle altre città kosovare, l'elettricità manca anche per 6 ore al giorno. Nonostante, o forse a causa delle privatizzazioni che hanno svenduto a privati il patrimonio industriale delle cooperative ex jugoslave, dette Socially owned enterprises, mancano gli investimenti per rinnovare le centrali elettriche. La centrale di Obilic, poco distante dalla capitale, avvelena l'aria, i campi e le baracche dei rom che sorgono ai suoi piedi. E la compagnia elettrica statale Kek non può far altro che tagliare la luce quando non ce n'è più.
I quartieri da lasciare al buio, spiega la guida di Pristina, vengono scelti in base a quante persone residenti pagano l'elettricità: meno black out per le zone più virtuose. Chiunque possa permetterselo ha un generatore. Gli altri, candele. Anche la candela rossa ideata come gadget da un’agenzia pubblicitaria kosovara acquista, al primo black out, una luce non banale.

di Giulia Bondi