venerdì 31 ottobre 2008

O come 049



L’indipendenza passa anche attraverso un numero. O meglio un prefisso telefonico internazionale, che contraddistingue ogni Stato e che ancora il Kosovo non si è visto assegnare.
Akan Ismaili, 35 anni, è il manager di Ipko, la compagnia di telecomunicazioni che, con il prefisso 049, ha rivoluzionato il mercato kosovaro abbassando drasticamente le tariffe. “Per chiamare internamente usiamo 049 o 044 per i cellulari, più i vari prefissi locali per i fissi – spiega - ma per chi ci chiama dall’estero ci sono ben tre diversi prefissi internazionali: quello serbo, quello sloveno oppure quello del principato di Monaco”.
Akan Ismaili confessa che il suo modello ispiratore è Steve Jobs, il fondatore della Apple, e spera di emularne il successo grazie a un sistema di servizi integrati tra cellulare, tv via cavo, internet e voice over ip.
La sua compagnia, nata come iniziativa non profit per portare internet gratis ad associazioni e cittadini, è cresciuta negli anni con l’ingresso di capitali sloveni ed è arrivata a fatturare 6 milioni di euro nei primi 4 mesi del 2008. "Il mercato della telefonia cellulare prima era un monopolio – continua Akan – e grazie a noi i prezzi sono scesi rendendo il telefonino accessibile a molte più persone”.
Come il suo guru Jobs, anche Ismaili non colleziona solo successi. La Commissione sull'indipendenza dei media del Kosovo ha sanzionato Ipko e altri 5 gestori della tv via cavo per avere rubato il segnale da un satellite, diffondendo canali come Cnn e National Geographic senza pagare i diritti.


di Anna Maria Selini e Giulia Bondi

martedì 28 ottobre 2008

Iddu, le stelle e l'ape (cross)

A Stromboli si diventa gatti. Specie quando cala la sera e ci si perde tra i gomitoli di strade. Nel buio, in silenzio, senza paura. Unica luce quella delle stelle, così grandi e numerose che anche i miopi riescono a contarle. Ma i turisti, più matematici che poeti, in tasca hanno sempre una pila.
"Iddu", il vulcano, brontola come una vecchia caffettiera. Silenzioso. A scatti. Bolle e ribolle, per spegnersi e infinitamente ricominciare.
La mattina avvolge ogni cosa con il suo pennacchio fumoso, la sera, a volte, si concede: gli "stranieri" a bocca aperta e con qualche timore osservano i suoi capricci pirotecnici, mentre i locali che tutto sanno, incuranti, continuano a lavorare.
Zigzagando per le vie, viene da chiedersi se sia nata prima l'Ape o l'isola. Incastri di muri, pendii e rovi. Questione di millimetri.
Marco con una mano regge il cellulare e con l'altra fuma, arrampicandosi sicuro con il suo "cross" più in alto di tutti gli altri. Là dove i giornalisti americani volevano andare nel dicembre 2002, quando la sciara è scivolata dentro il mare e per un attimo anche gli stromboliani hanno avuto un po' paura.

martedì 21 ottobre 2008

Sul filo di lana

In attesa della presentazione del documentario sul Kosovo, realizzato da me e Giulia Bondi e intitolato "Sul filo di lana", pubblico la prima parte di "Alfabeto kosovaro" (il reportage scritto).

La proiezione del video si terrà venerdì 24 ottobre, presso la Provincia di Bologna (via Zamboni 13), dalle 17.30 alla 19.30 ed è aperta a tutti. Io ci arriverò direttamente dal cratere dello Stromboli, dove sto per andare insieme ai miei compagni di corso e alla Protezione Civile. Non mancate, mi raccomando!

Ps. presto cercheremo di mettere il video anche online.

Alfabeto kosovaro

25 STORIE DAL PAESE PIÙ GIOVANE D'EUROPA

di Giulia Bondi e Anna Maria Selini

Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra.
Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d'Europa, l'ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik.
Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.

Alfabeto Kosovaro è stato pubblicato in tre puntate su Peacereporter.it.

A come aquila, l'altra bandiera

Aquila si dice Shqipe, ed è il simbolo degli albanesi. Da Aquila viene l'aggettivo schipetaro, Aquila è anche un nome femminile in voga, nei periodi in cui perfino l'anagrafe si veste di nazionalismo e le frecce per Belgrado spariscono dai cartelli stradali. L'aquila nera bifronte spicca sul fondo rosso delle bandiere. Ha guidato i guerriglieri dell'Esercito di liberazione del Kosovo come la stella sul basco del Che l'equipaggio del Granma. Sventola ai matrimoni, ciondola dagli specchietti retrovisori. Ma è la bandiera dell'Albania. Ai due milioni di abitanti del nuovo Kosovo indipendente serve un vessillo diverso. La bandiera ufficiale è una carta geografica dorata su fondo azzurro, con sei stelle d'oro che citano in modo quasi commovente l'Unione Europea e il desiderio di entrarci, anche se dovrebbero simboleggiare i sei popoli del Kosovo: albanesi, serbi, rom, bosniaci, turchi e gorani. Alla gente, la nuova bandiera non piace. “Avevano indetto un concorso di idee, poi hanno fatto di testa loro, scegliendo il peggio”, protesta il pubblicitario Fisnik Ismaili: “come può un bambino imparare a disegnarla?”. Il nuovo simbolo ha già suggerito decine di barzellette, la più comune delle quali racconta che, di fronte ai sei asterischi che sormontano la bandiera, un noto politico abbia sbraitato: “che diavolo ci fa lì sopra la mia password?”. Un’altra aquila nera, ma in campo giallo, c’è anche sulla bandiera tradizionale bizantina. Le narrazioni più semplicistiche dei conflitti balcanici parlano di odi etnici e religiosi insormontabili, sopiti per secoli sotto imperi e dittature, differenze abissali esplose nelle guerre negli anni Novanta. E allora, come mai l’aquila degli ortodossi è uguale a quella dei musulmani? Perché tra gli albanesi ci sono sia islamici che cattolici? Chi sono i gorani, popoli dei monti di lingua serba e religione del Profeta? Come mai a nel centro di Prizren tra moschea, chiesa cattolica e chiesa ortodossa ci sono meno di cento metri in linea d'aria? Le aquile stanno a guardare.

di Giulia Bondi

B come Brasilena, la gassosa calabrese

Al Cafè Paris di Mitrovica nord si beve Brasilena, una gassosa calabrese al caffè, introvabile in Italia a nord di Lamezia Terme. La importa Ivano, un quarantenne che vive qui da qualche anno, sposato a una ragazza serba. “Non dico che preferisco il Kosovo all'Italia. Ma certamente preferisco Mitrovica a Rosarno e i suoi clan”. Kosovska Mitrovica è la città divisa, rimasta per metà sotto il controllo di Belgrado. Militari francesi e poliziotti giordani controllano il ponte sul fiume Ibar, che separa il sud albanese dal nord serbo. Cinquanta metri più indietro, il ponte pedonale si attraversa senza check point, i bambini fanno il bagno e le famiglie organizzano picnic. Sulla collina che sovrasta la città, un monumento ricorda i minatori di Trebca, e un adagio serbo recita “ Trebca se radi, Beograd se gradi”: qui si lavora, e Belgrado si arricchisce. Radici del separatismo che sembrano più economiche che etniche. A Mitrovica nord ci sono tre palazzi, le torri, dove vivono anche famiglie albanesi. Anche la collina di Koha Ditore è multietnica, e gli attivisti di Community building Mitrovica organizzano attività e momenti di incontro tra serbi, albanesi, bosniaci e rom. A Mitrovica nord si paga in dinari. Le vecchiette siedono, nere dalla testa ai piedi, accanto alle cassette di cipolle ed erbe dell'orto. Le bionde cotonate gli passano accanto in tacchi a spillo. Adesivi in caratteri cirillici inneggiano a Ratko Mladic, manifesti rossi dichiarano “Il Kosovo è serbia”, e un anziano commerciante, nel sentirci parlare italiano, azzarda perfino un “Trst je nas”, Trieste è nostra. Altre donne in nero siedono accanto al ponte, sotto al monumento che ricorda i serbi caduti negli 88 giorni di bombardamenti Nato del ‘99. Ci salutano con parole italiane, fumano come turche.

di Giulia Bondi

C come Clinton, il boulevard

Un vistoso fuoristrada Hummer giallo arranca nel traffico accanto a una vecchissima Zastava argento metallizzato, uscita dalla fabbrica modello di Kragujevac sui telai della storica Fiat Seicento. Il viale, pochi alberi e tante buche, si chiama Boulevard Bill Clinton. Nel nuovo Kosovo, molti interventi in materia di strade si sono concentrati sulla toponomastica. Nelle vie di Pristina nomi titoisti come Partizanska o Lenina hanno lasciato il posto a personaggi bipartisan come Madre Teresa o vari martiri ed eroi dell'Uck, l'Esercito di liberazione del Kosovo. Non poteva mancare la celebrazione in vita dei protettori angloamericani: non solo Clinton ma anche il fedele Blair e Madeleine Allbright, segretario di stato americano che si dice non restasse indifferente al fascino del guerrigliero chiamato Serpente, Hashim Thaci, oggi Primo ministro del Kosovo. A proposito di serpenti, per evitare confusione con le pronunce locali, il contingente americano della Nato ha ribattezzato ogni strada di scorrimento tra le città principali con un nome di animale e il corrispondente disegno. E se di fronte a Cane e Gatto si può pensare inizialmente a un cartello di pericolo per il possibile attraversamento, Leone e Pinguino sembrano un po' troppo, anche al più avventuroso esploratore del piccolo Assurdistan balcanico.

di Giulia Bondi

D come Dobrila, la pasionaria serba

“Quando una potenza straniera fa un'occupazione, e pochi mesi dopo installa in quella terra la sua più grande base militare, che cosa vuol dire questo? Perché mi chiedi a chi è servita l'indipendenza del Kosovo?”. Ha il carisma di una storia misteriosa alle spalle, le certezze incrollabili della fede e nessun pelo sulla lingua Dobrila Bozovic, ex docente di storia dell'arte a Parigi e oggi portavoce laica del Patriarcato di Pec, culla della cultura serbo ortodossa nel cuore del Kosovo, protetto giorno e notte dai soldati del contingente italiano Kfor. Dobrila decifra per noi gli affreschi bizantini raccontando la storia del Patriarcato, ci autorizza a scattare foto incurante delle proteste delle monache, liquida con freddezza due soldati sloveni arrivati per una visita guidata. “Siete in ritardo e piove. Se arrivavate all'ora giusta, non c'era pioggia e non c'erano sloveni”, ci bacchetta ironica all'inizio della visita. Poi ci trattiene per quasi due ore davanti a caffè e dolcetti turchi, ricorda la casa della sua infanzia accanto a una moschea, la colonna sonora del canto del muezzin. “Se islam e cristianesimo non possono vivere insieme nei Balcani, allora non può esserci pace in nessun luogo. Noi siamo stati manipolati, tutti e due i popoli, sia i serbi che gli albanesi”, dice. Manipolati da chi aveva interesse a sbriciolare il multiculturalismo jugoslavo in uno spezzatino di stati cuscinetto etnici, senza risorse e senza storia. “Vogliono che la Serbia accetti l'indipendenza del Kosovo per entrare in Europa”, dice, “ma il Kosovo è la culla della nostra cultura e religione, o entriamo in Europa con Cristo o rinneghiamo la nostra anima. Dovete capire che l'economia e la demografia non sono tutto. Il 90% di popolazione albanese, per i serbi non è che un numero”. Due milioni di abitanti, un territorio grande come l'Abruzzo, separato dalla nostra penisola solo da un pezzo di Montenegro e un braccio di mar Adriatico, coperto di montagne e punteggiato di preziosissimi monasteri ortodossi, in parte danneggiati durante gli atti vandalici antiserbi del 2004. In Kosovo, anche i monasteri parlano delle tante culture dei Balcani. Il Monastero di Decani, a pochi chilometri da Pec, è una visione: militari all'ingresso, un pesante portone di legno. E oltre il muro, su un prato verde, un perfetto edificio romanico, candido come la cattedrale di Trani, scolpito dagli stessi artigiani negli stessi anni. All'interno del Monastero, la magia, il salto a oriente, negli azzurri della pittura bizantina, odore di incenso e Cristi Pantocratori. “Adesso non si può dire cosa sia successo sulla nostra terra, è passato troppo poco tempo”, sospira Dobrila, “forse saranno i nostri nipoti a poterlo raccontare”.

di Giulia Bondi

sabato 18 ottobre 2008

Confesso, ho ceduto

Colpa di Fede, che ha tentato di convincermi per un'intera serata a base di alcool e recuerdos.
Colpa di Mark che ha insinuato il dubbio di una mia omonima virtuale. Colpa di Isabella, che mi ha fatto sentire "out" e giornalista poco trendy. Ma soprattutto colpa di chi lo usa per ritrovare vecchie "amicizie". Volete la guerra? Ebbene l'avrete. Da oggi, dopo anni di resistenza, anche io ho un profilo su Facebook!

ps. in realtà dopo 5 minuti mi vien già voglia di andarmene. Ma il garante della privacy cosa ne pensa di sta diavoleria?

giovedì 16 ottobre 2008

Laffini e laffoni


Metti insieme 23 giovani giornalisti. Otto giorni, 24 ore su 24.
Shakerali per bene, a ritmi militari, spostandoli per il mappamondo e sottoponendoli a cambi climatici frequenti. Il risultato è un microcosmo simile a quello di un'autentica redazione, fatto di complicità (c'è chi si è spinto a parlare addirittura di amicizie!), cameratismo, solidarietà, ma anche inciuchi, pettegolezzi e coltelli che girano nell'aria.

Chiamala antipatia o forse semplicemente competizione, disperata, di chi si affaccia a un mondo dove la finestra è spesso chiusa.
Poi lasciali liberi e vedrai che in fondo si mancheranno reciprocamente, perchè una redazione è pur sempre una squadra. Con i suoi codici segreti, come "laffi", "laffini" e "laffoni".

C'è chi dice che si tratti della traslitterazione ironica di Laf, la polizia militare libanese. In realtà, dietro c'è molto di più.
Ci sono le strade assolate del sud del Libano, i giubbotti antiproiettile puzzolenti, gli warning yellow mattutini, i briefing con i loro spuntini, le confidenze notturne, le docce di plastica e le zanzare nelle scarpe.
Sono sicura che i laffi ci mancheranno. A tutti, lanciatori di coltelli compresi.

lunedì 13 ottobre 2008

Il primo non si scorda mai

Da noi sono stati aboliti, ma in molti paesi, soprattutto quelli prediletti dalla guerra, gli orfanotrofi rappresentano l'unica "salvezza" per i bambini. Oggi ne abbiamo visitato uno. E' stata la mia prima volta.
All'inizio sono stata alla larga, ho osservato le bambine (era un istituto femminile) entrare nella sala in fila indiana, dalle più piccole sorridenti, alle più grandi diffidenti.
Poi ci hanno chiesto di avvicinarci. Familiarizzare. Con imbarazzo ho sfoderato le due parole di arabo imparate in sei mesi di corso e loro come api sul miele si sono avvicinate. Hanno contato per me in italiano, francese, inglese, da uno fino a dieci. Poi a mia volta ho contato in arabo (con risultati naturalmente peggiori) e in una specie di lingua universale fatta di sorrisi, gesti ed emozioni, abbiamo continuato a comunicare.
Ad un certo punto, una bambina di sette anni, dal nome incomprensibile, mi ha chiesto quando sarei tornata. Scontato forse, ma anche questa era la mia prima volta. Ho smesso di essere serena e avrei voluto correre via, mentre lei mi seguiva a ogni passo, tenendomi per mano.
Siamo rimasti ancora un po', ma prima che ce ne andassimo le hanno fatte rimettere in fila e uscire. Forse per evitarci di "stare male". Loro hanno abbassato la testa e diligentemente se ne sono andate. Un copione che conoscevano.
In pullman mi ha assalito l'angoscia. Non amo particolarmente i bambini, ma le ingiustizie, da queste parti così evidenti, sono la cosa che non riesco a tollerare.
Alcuni dei nostri militari, soprattutto quelli con figli, hanno preferito aspettarci fuori. In diversi altri hanno pianto.

Grazie a Flavia Faranda per la fotografia

venerdì 10 ottobre 2008

Compleanno embedded



Qualcuno mi ha chiesto se questo è stato il compleanno più bello della mia vita. Non so dire se sia esattamente così (mi auguro che gli altri siano meglio!) ma di certo è stata una giornata "speciale", trascorsa a bordo di una nave della Marina italiana.
Ho visto da vicino un elicottero che caricava un ferito, come si doma un incendio nella sala macchine (il pericolo maggiore per una nave in mezzo al mare), come si abborda un'imbarcazione sospetta e come si controlla via radar uno spazio sotto sorveglianza Onu.
Tutte simulazioni, la guerra non c'è più per fortuna, ma la tensione è palpabile, dal primo momento in cui siamo arrivati in questo spicchio di Mediorente.
Siamo atterrati in Libano dopo 16 ore di viaggio interminabile, di cui più di 5 su un C27j sparta: aereo militare con due motori a elica, spalmati in due file di sedili-amache una di fronte all'altra, senza poter andare in bagno perchè il bagno è una tazza appesa alla parete dietro una tenda (a onor di cronaca, alle ragazze viene fornita una bottiglia di plastica tagliata il cui contenuto va poi riversato dentro la tazza).
Ad aspettarci fuori dal terminal c'erano due mezzi blindati e soprattutto 23 giubbotti antiproiettile, uno per sedile, da indossare ogni volta che ci spostiamo in autobus per il paese. Fa un certo effetto, soprattutto la prima volta. Di certo, è tutto molto diverso da quello che ho visto finora.
La base militare di Tibnin (nel sud del Libano) è bella ma spartana: le camere da letto sono dei container impilati uno sull'altro, tre rotoli di carta igienica a testa, la pila per aprire la porta di notte, brandine militari ricurve su cui ogni sera crolliamo come bimbi per la stanchezza.
Il mondo fuori è diverso, in fondo come te l'aspetti, non ti può lasciare indifferente. I ragazzini per strada ti salutano e si emozionano al passaggio del convoglio che ci scorta tutti i giorni, ma ci sono anche quelli che ti fanno il terzo dito o fingono di tirarti le pietre.
Le donne camminano senza alzare lo sguardo da terra e ogni curva, ogni metro di campagna bruciata dal sole, dalla povertà e dalla guerra, in teoria potrebbe essere l'ultimo. Lo percepisci, anche se i nostri militari si muovono sicuri e spavaldi, senza smettere di essere umani. I manifesti giganti con le facce dei leader politici di Amal o Hezbollah, le scritte ineggianti alla resistenza e le immagini che celebrano la distruzione dei mezzi "nemici" fanno il resto.
Non puoi che provare rispetto, però, per le persone che ti guardano da dietro le case, le macchine oscurate o i veli sulla testa. Vorresti fermarti, scendere dal pullman e conoscere le loro storie, ma in fondo capisci che se non lo fai non è soltanto per una questione di sicurezza (la nostra). La gente qui non si fida, ma come potrebbe, dopo 30 anni di guerra ininterrotta?
E così non puoi evitare di riflettere, come di continuare a guardare e fotografare. Sperando che tutto diventi più familiare: paesaggi, facce, gesti e pensieri.

ps. La sera, nonostante avessi detto che non ce n'era bisogno, mi hanno fatto una bellisima sopresa con tanto di torta, spumante e ricordo in argento. Grazie in particolare a Roberto e Isabella, mi avete emozionato tutti! E grazie agli sms di auguri!

martedì 7 ottobre 2008

N come Newborn, il neonato d'Europa


In una delle piazze principali di Pristina, proprio di fronte al quartier generale dell’Unmik (la missione Onu che amministra il Kosovo), campeggia un’enorme scultura metallica. E’ una scritta tridimensionale, costituita da grandi lettere gialle alte circa 3 metri, che recita “Newborn”: neonato.
Il 17 febbraio scorso, quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia, il Newborn è stato scoperto e ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, davanti a migliaia di albanesi festanti, mentre il premier Hashim Thaci vi apponeva per primo la propria firma.
A ideare, in soli dieci giorni, la prima campagna per la nascita di un paese, è stata una squadra di giovani creativi di un’agenzia pubblicitaria locale, affiliata a una grande multinazionale della comunicazione. Gli stessi che nel 1999 vendevano a Londra, per finanziare l’Uck (l’esercito di liberazione del Kosovo) le t-shirt “Nato air: just do it”.
Oggi chiunque arrivi a Pristina, la capitale, lascia un segno del proprio passaggio sulla scultura, che meglio di ogni altro simbolo rappresenta il “neonato” d’Europa.

di Anna Maria Selini

lunedì 6 ottobre 2008

Il primo giorno di scuola

C’è chi è fresco di master e non si è ancora gettato nella fossa dei leoni (i giornalisti). Chi l’ha fatto e già vorrebbe cambiare mestiere. E chi, come la sottoscritta, ha una visione forse troppo romantica e tardo ottocentesca della figura dell’inviato di guerra. Primo giorno del corso di perfezionamento per inviati in aree di crisi, promosso dalla Fondazione Cutuli, sede prescelta l’ex aeroporto militare di Centocelle (Coi) a Roma.
Otto ore di lezioni sulle forze armate, lo Stato maggiore di difesa, la pubblica informazione (la stampa in gergo militare), come evitare di essere decapitati dalla pala di un elicottero e tanto tanto altro ancora.
Quello che ci aspetta è una specie di addestramento prima teorico e poi sul campo, che ci porterà in Kosovo e Libano.
Addestramento che alla fine della prima giornata ci ha visto tutti un po’ provati. E il bello deve ancora arrivare!
Mercoledì ci aspetta un vero e proprio tour de force: mattina a lezione, pomeriggio trasferimento in pullman a Pisa, dove partiremo a bordo di un aereo militare e dopo 5,5 ore di volo atterraggio in terra libanese.
I sedili sembrano essere tutt’altro che comodi, praticamente saremo seduti sulle delle panche in fila indiana, come dei passeri, con tanto di giubbottino... ma niente paura, ci dicono, perchè da oggi, non saremo più dei giornalisti, ma pubblica informazione. Affermativo?!

sabato 4 ottobre 2008

M come Marthe, la nonna di Videja

Marthe è rughe e pelle bruciata. La vocina di una strega, non c’è grasso sul suo corpo. Vedendo la casa di questa 86enne, nel villaggio di Videja-Vidanje, non si fatica a credere alla Banca mondiale, secondo la quale il 40% dei kosovari vivrebbe con meno di due dollari al giorno. “Sono 66 anni che abito qui. Siamo nelle mani di Dio – dice mostrando le quattro pareti d’argilla, pronte a sbriciolarsi da un momento all’altro, dentro le quali vive con figlio nuora e nipoti. “Non abbiamo terra, solo qualche pollo, e la guerra del ‘99 ha peggiorato la situazione. Alle donne serbe, scherzando, dico che dovrebbero ricostruirmi la casa”.
Ironia così simile alla verità. In questo villaggio, vicino alla città di Klina, zona occidentale del Kosovo, alcuni serbi sono ritornati e le loro abitazioni in parte sono state ricostruite con il contributo dell’Amministrazione. Di fronte alla casa di Marthe, al di là della piccola strada sterrata, i vicini serbi salutano sorseggiando una bibita sotto il portico della villetta a due piani. “Durante la guerra noi abbiamo protetto gli albanesi - ricorda Milorad Sarkovich, responsabile (serbo) dell’ufficio rientri del Comune di Klina - mentre loro, a scontri terminati, hanno distrutto le nostre case. Noi li perdoniamo, ma non dimentichiamo”. Questo Marthe lo sa, ma la guerra rende ancora più povero chi già lo era . “I miei figli sono scappati in Croazia per mangiare - racconta a sua volta - e solo alcuni sono tornati”. Tra di loro sua nipote, una ragazzina silenziosa e magrissima, cresciuta lontano da qui. Da quando ha fatto ritorno in Kosovo non ha mai parlato in albanese, la lingua delle sua famiglia. Lo capisce e conosce, ma preferisce il serbo-croato. Come se dal ’99 non fosse mai tornata a casa.

di Anna Maria Selini

mercoledì 1 ottobre 2008

Lo stato di famiglia

Questa mattina mi sono recata all'ufficio anagrafe del mio Quartiere. Avevo bisogno dello stato di famiglia. Erano le 10 ed entro le 12 dovevo spedirlo, insieme ad altri documenti ancora da preparare, a Roma.
Chiedo all'addetta all'ingresso se esiste un modulo per l'autocertificazione. Mi sento rispondere: "Siamo chiusi, apriamo tra 15 minuti". Quando le faccio notare che basterebbe un sì o un no, mi risponde seccata la stessa cosa. Poi vado verso l'ufficio anagrafe, che eccezionalmente questa mattina apre alle 11. Disperata chiedo ragguagli ad un'altra addetta, che però dice di non saperne nulla. A quel punto mi si avvicina una donna di colore, con tre bambibi stretti intorno a lei, e gentilmente mi dice: "Signorina, ho sentito che le serve lo stato di famiglia. Guardi che lo può stampare qui fuori, allo sportello automatico".
Alle 11.40 sono in posta e riesco ad inviare tutta la documentazione. "Grazie, lei mi ha salvato", ho detto alla signora. Il più piccolo dei suoi bambini arrivato in fondo alla strada si è voltato per salutarmi, tutto orgoglioso della sua mamma.
Oggi in prima pagina i quotidiani riportavano la foto di un ragazzo di colore a quanto pare massacrato dai vigili di Parma. Perchè "negro".