venerdì 26 dicembre 2008

Natale in comunità

Ci sono Natali anonimi, calibrati sulla quantità di cibo ingurgitato e su regali più o meno interessanti. Natali che scorrono senza lasciarti nulla, vuoti rituali familiari di cui, personalmente, troppo spesso dimentico il significato.
Ieri l'ho ritrovato, inaspettatamente, in un anonimo capannone fresco di costruzione. Un deposito di camion riadattato a festa: rami di luci e fiori finti sui pilastri, altoparlanti assordanti usciti forse da qualche discoteca, sedie di plastica e mille persone, per lo più sconosciute, seduta l'una accanto all'altra.
Erano dieci anni che non andavo a messa e se mi avessero detto che la funzione, tutta rigorosamente cantata, durava due ore, probabilmente non ci avrei mai messo piede. Ma questa era una messa speciale per tutte quelle persone.
Il mondo visto con gli occhi dei figli, dei più deboli, di chi ha pagato e forse pagherà tutta la vita per errori non suoi. Come quei planisferi rovesciati, con l'Australia al posto della Scandinavia, l'Africa in alto e la vecchia Europa in basso, ai piedi di tutto.
Il mio modo di vedere la religione e soprattutto la Chiesa non è certo cambiato, ma per la prima volta le parole pronunciate da un prete durante una messa mi sono sembrate reali, concrete, vicine. La sofferenza riempiva quel posto e scambiarsi il segno di pace per molti non è stato né semplice né immediato. "Le madri possono abbandonare i figli in mille modi. E i padri possono distruggerli in altrettanti". Vuoti troppo grandi da riempire.
Mentre ognugno reggeva una candela nel buio - come in uno scenografico ed emozionante finale di concerto - mi sono tornate in mente le bambine incontrate solo qualche mese fa in Libano, nell'orfanotrofio. E per un attimo mi è sembrato che la guerra, con il suo corrredo di ingustizie, ma anche con i suoi grandi squarci di umanità, fosse arrivata fino a qui.

martedì 16 dicembre 2008

Y come Yugoslavia

Quando c’era nessuno la voleva, adesso che non c’è più tutti la rimpiangono. Cara vecchia Yugoslavia, sbriciolata da anni di guerre, di cui il Kosovo è solo l’ultimo dei frammenti. “Si stava meglio con Tito – racconta Januz, tassista albanese e cicerone - con lui andavamo tutti d’accordo”.
Al censimento voluto da Milosevic nel 2001, dove tra le proprie generalità si chiedeva di indicare anche la nazionalità “etnica”, c’era ancora chi si definiva “Yugoslavo” e chi, come un gruppo di giovani della città di Pancevo, in Vojvodina, protestava contro l’idea stessa di etnia definendosi "Supereroe", “Extraterreste”, "Cheyenne " o semplicemente "Umano".
“Non so più neanche come chiamare il mio paese, in attesa di nuovi eventi lo abbiamo ribattezzato Serbia/Montenegro/Kosovo”, ironizzava Ljubisa Vrencev, attivista dell’organizzazione ecologista e pacifista GruPa, nel periodo in cui la Federazione Yugoslava passava alle denominazioni più leggere di Federazione - e poi Unione - di Serbia e Montenegro, prima della definitiva scissione del 2006. Il tutto mentre la risoluzione Onu 1244 del 1999 contemporaneamente aveva sancito la sovranità della Federazione sul Kosovo e la legittimità della presenza internazionale Nato e Onu sulla ex provincia autonoma della Serbia.
Ora che il Kosovo si è dichiarato indipendente, c’è addirittura chi vorrebbe dare vita alla Yugoslavia 2.0.
“Facciamo un’altra Yugoslavia, tagliamo la Slovenia, loro sono diversi da noi – scherza, ma non del tutto, Milorad Sarkovich, responsabile serbo dell’ufficio rientri del Comune kosovaro di Klina - e ci prendiamo l’Albania e la Macedonia, che invece ci assomigliano”. Chissà cosa ne penserebbe Tito.

di Anna Maria Selini e Giulia Bondi

sabato 13 dicembre 2008

W come W il duce (e bandiera rossa)

“Italiane, ah italiane... buongiorno signorina, W il duce e bandiera rossa”. Inutile cercare di spiegare alla signora serba che incontriamo per una strada di Mitrovica Nord, che la frase appena pronunciata è più che una contraddizione. Quasi un ossimoro. L’ha imparata nel secondo dopoguerra, racconta, quando i soldati italiani occuparono questa stessa zona dei Balcani.
L’Italia, vista da serbi, albanesi o rom, è tutta uguale: una Bengodi distante poche ore di viaggio, un paese dove si possono vincere milioni di euro alla televisione, sotto lo sguardo di belle donne poco vestite, con calciatori ricchi e stilosi come esempi nazionali.

“Mio cugino gioca in una squadra di calcio italiana e presto sposerà una modella della televisione – racconta Ibra, che fa il cameriere in un grande hotel di Pristina – io verrò al matrimonio, sono sicuro che sarà da sogno e presto mi trasferirò da voi”.
“Mi piacerebbe fare l’attrice, se le condizioni di vita miglioreranno starò qui, se no andrò via. Magari in Italia o in Svizzera, chi lo sa...”, racconta Akbulena, 19 anni, abito rosso aderente e pose da star, ha appena partecipato alla realizzazione di un video, finanziato dall’Osce, nel villaggio di Fushe Kosova.
Se nei negozi si parla in italiano, l'accoglienza è entusiastica. Quasi tutti sanno qualche parola, imparata in un’esperienza di emigrazione o guardando Buona Domenica sul satellite. Per chi arriva in Italia parlando albanese o serbo, il trattamento è un leggermente diverso.


di Anna Maria Selini

K come Kanun, la legge tradizionale

Sono passati sei secoli da quando il principe Lek Dukagjini codificò nel Kanun le norme tradizionali che regolavano la società albanese. Tramandato fino ad allora in forma orale, il Kanun fu trascritto all'inizio del Novecento e anche oggi, tra telefonini e manifesti pubblicitari, continua ad esercitare la sua influenza soprattutto nei villaggi del Kosovo rurale. Il sistema si basa sul clan, la famiglia allargata di tipo patriarcale, sulla difesa dell'onore dei membri dagli attacchi esterni e sul rispetto a ogni costo della parola data. Ci sono villaggi abitati quasi esclusivamente da vedove, e non soltanto a causa della guerra ma anche per l'obbligo di vendetta: chi vede uccidere un proprio familiare deve continuare la faida sui parenti maschi dell'assassino fino al terzo grado. La popolazione kosovara è fatta per oltre metà da giovani sotto i 25 anni e i cambiamenti avanzano in fretta, ma per alcuni strati sociali liberarsi dalla tradizione è più difficile. Nel villaggio di Vitina, vicino al confine con la Macedonia, la chiesa cattolica è riuscita a spezzare in parte una dolorosa catena di vessazioni il cui anello debole erano le donne. Il Kanun prevede infatti che una donna rimasta vedova venga allontanata dalla casa del marito, lasciando ai suoceri gli eventuali figli. “In questo modo, i bambini rimanevano orfani due volte”, spiega il parroco don Lush Gjergji, che con anni di tenace dialogo, offrendo alle vedove un sostegno economico, è riuscito a convincere molte famiglie ad abbandonare la crudele tradizione. Al posto del Kanun, oggi in Kosovo è in vigore un'avanzata costituzione, ma i tempi delle culture, si sa, sono più lunghi di quelli della politica. La centralità del clan è la cifra, ma anche un po' la forza, della società kosovara, in cui è normale che un fratello o una sorella emigrati si facciano carico di mantenere anche una decina di persone della famiglia d'origine. “Il Kanun è ancora presente in tutto – commenta la ricercatrice femminista Viollca Krasniqi: - nel modo in cui si fanno gli affari, nei discorsi dei politici, perfino nel modo di salutarsi”.

di Giulia Bondi

giovedì 11 dicembre 2008

La Tour blEU

In occasione del semestre alla guida dell'Unione europea, la Francia ha vestito il suo simbolo più famoso con la bandiera della Ue.
Dal 1 gennaio 2009 il testimone passerà alla Repubblica ceca. Chissà se il meraviglioso ponte Carlo, a Praga, subirà la stessa metamorfosi.
Comunque, vista dal vivo, la Tour blEU c'est très très jolie. Non c'è che dire.

mercoledì 10 dicembre 2008

V come Villaggio Italia

Se per un attimo chiudi gli occhi ti sembra di stare in Italia, non certo in Kosovo. Con la pizzeria, il ristorante, la ormai mitica Radio West, che diffonde musica e canzoni nostrane, piazza Giovanni XXIII e le due mense (ottime), in cui i militari stranieri cercano di “infiltrarsi” costantemente. Benvenuti a Villaggio Italia, la sede della Multinational Task Force West, una delle cinque forze multinazionali della missione Kfor, a comando italiano.
La base si trova a Belo Polje, piccolo Comune nei dintorni di Pec e ospita la maggior parte del contingente italiano in Kosovo, presente anche a Pristina, Decane e Djakovica.
A Villaggio Italia sorge anche l’Health center, dove da aprile a novembre (quando era di stanza la Brigata Pinerolo, comandata dal generale Agostino Biancafarina) sono stati esaminati 512 casi di patologie non curabili in Kosovo, in particolare di giovani malati. Di questi, 122 sono stati inviati in Italia per curarsi nei nostri ospedali.

Ad aderire a quest’attività, tra le più importanti di quelle promosse dalla Cooperazione civile e militare italiana (Cimic), sono le Regioni, gli ospedali e le associazioni italiane, sotto il coordinamento del personale medico e amministrativo dell’Health center, che segue dall’inizio alla fine l’iter del paziente.
“Questo tipo di progetti sono una nostra prerogativa – spiega il maggiore Pierluigi Palumbo, responsabile della diagnostica dell’Health center – rientrano, infatti, nella politica sanitaria delle Forze Armate all’estero e ci contraddistinguono dalle altre nazioni”. Tanto che gli americani starebbero studiando le attività Cimic e il nostro modo di relazionarci (e fare propaganda) con le popolazioni locali.
Costruzione di scuole, acquedotti, generatori elettrici o ponti, come quello inaugurato a fine ottobre, sulla strada Tranzit di Peja, dalla cellula Cimic della MTFW. L’opera, costata 150 mila euro, è la più importante dal punto di vista sociale e ingegneristico realizzata in Kosovo dai militari italiani negli ultimi sei mesi.


di Anna Maria Selini

J come Jo Negociata

“No ai negoziati, Autodeterminazione”. Significano questo le scritte “Jo negociata” che tappezzano i muri delle città kosovare. È solo una delle campagne “virali” con cui gli attivisti del movimento Vetevendosje cercano di sensibilizzare la popolazione kosovara sulla corruzione dei propri governanti e la natura antidemocratica della presenza internazionale.
“Gli internazionali vorrebbero portarci la democrazia stando al di sopra della legge - spiega Fatime, 27 anni, che ha passato l'adolescenza in Germania ed è rientrata in Kosovo nel 2000: - è come picchiare un bambino per insegnargli la non violenza. Insistono sulla questione etnica per tenere divisa la gente. Serbi e albanesi, invece, dovrebbero lottare insieme per un paese più giusto”. Del movimento però non fanno parte giovani serbi, che sono meno del 10% della popolazione. Fatime racconta del febbraio 2007, quando la polizia Onu uccise due manifestanti: “noi avevamo megafoni, loro proiettili”.
Le prime azioni del movimento risalgono al '99, subito dopo la fine del conflitto serbo-albanese e l’ingresso delle truppe Nato. Nove anni dopo, il Kosovo si è dichiarato unilateralmente indipendente. Molti paesi Onu non lo riconoscono e 77 hanno approvato la mozione della Serbia per portare il caso alla Corte internazionale di giustizia. Sul territorio ci sono ancora Nato, missione Unmik delle Nazioni Unite e funzionari europei di Eulex.
Vetevendosje continua con le azioni: cartelli coi volti dei parlamentari e la scritta “wanted”, necrologi della risoluzione Onu 1244, quella che autorizzò – a posteriori - i bombardamenti Nato sulla Serbia di Milosevic, pur riconoscendone la sovranità sul Kosovo. Graffiti sui muri recitano “EU= idiot” e sui cassonetti d'immondizia c'è il nome di Ahtisaari, il mediatore finlandese che ha condotto le trattative post conflitto e vinto il Nobel per la Pace 2008.

di Giulia Bondi

sabato 6 dicembre 2008

U come Uck, l’esercito di liberazione

Eroi della patria o terroristi? Come sempre, dipende dalla prospettiva da cui si guarda. Le campagne e città popolate dagli albanesi kosovari, parlano dell’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo, come dei nostri partigiani: per le strade si incontrano decine e decine di lapidi, scritte e monumenti dedicati ai guerriglieri martiri dell’indipendenza.
Per i serbi invece si tratta di terroristi e violenti traditori.
Quel che è certo è che il leader dell’Uck, nome di battaglia “serpente”, Hashim Thaci, fatto sedere dagli americani al tavolo dei negoziati al posto del pacifista Ibrahim Rugova, oggi è il premier del Kosovo, nonché il leader del Pdk, il principale partito nato proprio dalla riconversione politica dell’Uck. Meno chiaro, invece, è quello che si nasconderebbe dietro il Pdk.
Secondo molti osservatori le forme di finanziamento del partito sarebbero legate a oscuri traffici. Traffici di armi, droga e prostituzione, di cui il Kosovo sembra essere uno dei principali punti di snodo in Europa.
Intanto Ramush Haradinaj e la sua bionda moglie sorridono dalla copertina del periodico femminile Teuta e manifesti sui muri delle principali città esprimono all’ex guerrigliero il bentornato dopo l’assoluzione del Tribunale dell’Aja.

di Anna Maria Selini

I come Ilire, diario di guerra

“Essere tu il personaggio è diverso”, racconta Ilire Zajmi Rugova, giornalista, scrittrice e corrispondente dal Kosovo per l'Ansa. Il suo compagno, Veton Rugova, è nipote dell'ex presidente Ibrahim Rugova, l'intellettuale leader del movimento che negli anni '90 cercò di opporsi pacificamente al regime di Milosevic, chiedendo agli albanesi kosovari disobbedienza civile verso tutte le istituzioni dell'allora provincia autonoma jugoslava, e organizzando un sistema parallelo di scuole, ospedali e servizi grazie ai finanziamenti dei connazionali espatriati.
Con Veton, Ilire ha condiviso l'esperienza della guerra e il viaggio verso il campo profughi di Blace, in Macedonia. “Abbiamo persino dovuto pagare il biglietto per la pulizia etnica”, ricorda.
Beviamo caffè e acqua minerale slovena al bar nel giardino di Rtk, la televisione che Ilire stessa ha contribuito a fondare, in una via centrale di Pristina. Fuori dal cancello di metallo, dietro le vetrine dei negozi, sorridono manichini con chiassosi abiti da sposa in poliestere. Sui ciottoli della strada si affastellano bancarelle di frutta, verdura, t-shirt e bandierine. Ilire e Marco Guidi, il giornalista che ci accompagna nei primi giorni di viaggio, ricordano i giorni di giugno del '99 quando la Nato entrò nel paese. Nelle parole di Marco scorre l'adrenalina dell'inviato di guerra, nello sguardo determinato di Ilire e nelle sue parole chiare traspare appena l'emozione di ricordi dolorosi. “Il Kosovo – sostiene - è la vittoria dei giornalisti e della grande visibilità che hanno saputo dare alla nostra tragedia”. Per lei, il bisogno di raccontare è stato più forte del dolore. Anche dal campo profughi scriveva e pubblicava il suo diario di guerra. Gli amici giornalisti italiani organizzarono per lei e i familiari un trasferimento in Italia, ma dopo solo pochi giorni Ilire sentì il bisogno di tornare in Kosovo, a scrivere e mostrare le storie del suo popolo. “L'arrivo della Nato ci ha salvati – dice – e anche oggi la presenza dei contingenti Kfor è fondamentale per tentare di combattere il crimine”. Secondo Ilire però, gli internazionali oggi sono anche parte in causa in uno dei più gravi problemi del Kosovo, i traffici, soprattutto quello di donne da avviare alla prostituzione. “E quando si tratta di affari – spiega – i criminali albanesi e serbi vanno sempre d'amore e d'accordo, negli anni delle guerre come adesso”.

di Giulia Bondi

mercoledì 3 dicembre 2008

T come Turco, il caffè che non si rifiuta

Entrare in una casa kosovara ed uscirne, senza essersi sporcati le labbra di caffè, rappresenta una sorta di piccola grande offesa.
La tradizionale bevanda turca, densa e polverosa (prima di berla occorre fare depositare la polvere per non ingoiarla) è infatti uno dei pochi elementi che accomuna tutte le etnie kosovare: che i vostri ospiti siano albanesi, serbi, rom, bosniaci, turchi o gorani, state sicuri che durante la vostra visita non mancheranno di offrirvi non uno, ma più caffè. Rigorosamente accompagnati da tabacco (i kosovari fumano davvero come turchi), rakjia (la grappa locale) e spesso verdure di stagione (cetrioli, peperoni, ecc.). Insomma, tutto quello che la famiglia, a seconda delle proprie possibilità, è in grado di offrirvi.
L’ospitalità nei Balcani è sacra (forse ancora più che nel nostro Sud Italia) e passa prima di tutto attraverso una buona tazza di caffè turco.

di Anna Maria Selini

martedì 2 dicembre 2008

H come How much

Viene da chiedersi come faccia a vivere, la gente. Con i soldi dei parenti all'estero, rispondono in tanti. Con i soldi dei traffici illeciti, si legge su Limes. Certamente, consumando poco. Frutta e verdura di stagione, automobili scassate, case senza intonaco. Ma tutto il resto, i miniabiti in acrilico in vendita nei negozietti, i prodotti di importazione nei supermercati? In Kosovo, tutto è d'importazione.
Quando si chiede How much, quanto costa, si scoprono prezzi non troppo diversi da quelli italiani ed europei in genere. I salari però, sono a livelli poco più che africani. Per chi ha un lavoro, naturalmente, perché la disoccupazione pare superi il 60 o il 70%, a seconda delle stime.
Poi ci sono i matrimoni da 20 mila euro, le famiglie che si indebitano per non fare brutta figura davanti agli zii d'America o di Germania, tornati in patria per l'estate. I cellulari modernissimi nelle mani dei ragazzini. I negozi ricolmi di coloratissimi cd che poi, quando li apri, sono tutti masterizzati. Le donne rom che chiedono l'elemosina, un giovane mendicante che geme per otto ore al giorno davanti al Grand Hotel di Pristina. L’inaugurazione della nuova concessionaria Porsche e le marche italiane che spopolano nei grandi centri commerciali. Italiano è sinonimo di qualità, di paese amico del Kosovo, tra i primi a riconoscerlo. Gli albanesi ringraziano, i serbi ironizzano: “anche se ci avete bombardato, sedetevi da noi per un caffè”. E sulla strada per l'aeroporto di Pristina, un noto ristorante porta il nome di Aviano in onore della nostra base americana.

di Giulia Bondi